Nella Poétique de la Relation (Paris, Gallimard, 1990), di Édouard Glissant (1928-2011) l’uomo, più che comprendere l’altro, deve costruire una rete di relazioni. Se la comprensione si costituisce all’interno di schemi e strutture che tendono a inglobare in costrutti sociali predefiniti, la relazione, secondo lo scrittore, si fonda sugli equilibri che si costituiscono nelle differenze, che siano culturali, linguistiche, identitarie, in cui ognuno mantiene distintamente le proprie. Contrariamente ai principi di omologazione, di globalizzazione e ai pensieri dominanti, Glissant, di origini martinicane poi trasferitosi a Parigi, ha lavorato per tutta la sua vita intorno alle riflessioni sulla questione della creolizzazione e ibridazione delle culture, rivendicando il “diritto all’opacità”, lontano da ogni intento interpretativo.
Considera l’insieme delle relazioni anche il romanzo della scrittrice spagnola Irene Solà (Malla, 1990), When I Sing, the Mountains Dance (Blackie, 2020), tra storie popolari, folklore e animismo, tra presenze umane e non umane che abitano la montagna. Una polifonia di suoni e voci diverse che, come per gli “échos-mondes” di Glissant, sono popolati da una moltitudine di forme e linguaggi eterogenei che trovano l’armonia in un insieme straordinario (inteso nella sua accezione di fuori dal comune e dall’ordinario): «bisogna agire nel mondo senza agire sul mondo» – diceva Glissant.

Da queste prospettive teoriche si sviluppa la prima mostra italiana CORALE di FRENCH PLACE (dal 29 gennaio al 28 febbraio) che si sposta, dopo quattro anni, dal numero 9 di French Place nel quartiere di Shoreditch, tra gli edifici industriali riconvertiti a est di Londra, al numero 64 di via Carlo Goldoni a Milano. Mantiene il nome dell’indirizzo originario, anche se, come racconta Sironi,“siamo due italiani che vivono a Londra e non parlano una parola di francese”, in una perfetta sintonia con il pensiero glissantiano sulle lingue: «non è monolingue, anche se non conosce che una sola lingua, perché scrive in presenza di tutte le lingue del mondo».
Marta Orsola Sironi e Mauro Umberto Mattei trasferiscono la loro esperienza sul territorio milanese con l’obiettivo di sostenere la sperimentazione artistica attraverso un modello economico alternativo e non lineare, che reinveste nelle proprie attività. Il passo successivo sarà la presenza in parallelo alla galleria di FRENCH PLACE, ART TRUST, con un consiglio direttivo che avrà lo scopo di definirne programmi e contenuti.
Intanto sono previste mostre, residenze, workshop, incontri, performance e video, in un luogo ristrutturato per l’occasione. Un ambiente accogliente e luminoso, complice la presenza di grandi vetrate con pavimenti in resina e pareti bianche. Distribuito su due piani e divisi tra area mostre al primo, e area multidisciplinare in quello sottostante con ufficio, libreria consultabile con pubblicazioni internazionali (in progress), spazio per residenze, area talk che si svolgeranno “intorno a un tavolo”, come sottolinea Sironi, per favorire lo scambio e il dialogo tra professionisti, amici, artisti e visitatori, aggiungendo la tradizione dei supper club o social table: “Avrei voluto una cucina enorme con la cantina dei vini, invece faremo un piccolo angolo, proprio qui, dove adesso c’è l’opera di Cecilia Mentasti”, racconta Sironi. Sorry Mondrian for the mess (2024), di Mentasti (1993, Varese) è composta da due lampade da cantiere (ricordano un lavoro di Piet Mondrian esposto al MoMa di New York nel 1943), che sembrano danzare a ritmo di boogie-woogie, con un pezzo prodotto dal compositore Andrea Pongiluppi, e che pare anticipare proprio lo spirito di FRENCH PLACE.

E in effetti l’ensemble della mostra (e del progetto) rimanda a un ballo, in linea con il concetto espresso dal titolo, in cui il coro è l’esito di un insieme che, come la musica, cambia tono, vibra, così come l’estetica dei lavori si sposta tra linguaggi, materialità e prospettive, rivendicando il “diritto all’opacità”, ovvero alla non traducibilità o interpretazione seguendo modelli imposti. Un insieme caotico e per questo polifonico, che attraversa il presente riflettendo sulle trasformazioni e le urgenze dei nostri tempi, con lo sguardo delle nuove generazioni.
Il corpo è sempre stato (s)oggetto di interesse per l’uomo, come spazio da abitare e “colonizzare” che sia riferito a quello biologico o sociale. Per gli artisti l’indagine intorno alla materialità dell’essere e alle sue dinamiche si declina con esiti diversi. Corpo manifesto per Nina Davies (Vancouver, 1991) che ne esplora le possibilità attraverso la danza e la tecnologia, proiettando la contemporaneità dei balli di oggi in un futuro, come residuali di una cultura che si tramanda nelle generazioni. Evocato invece nelle presenze di natura installativa e scultorea per Anna De Castro Barbosa (Montpellier, 1995), prossima artista in residenza tra marzo e aprile, così come nella dichiarata traccia lasciata su una chaise longue o attraverso oggetti quotidiani nell’elegante pittura stratificata monotonale di Francesca Frigerio (Carate Brianza, 1995). Diverso lo sguardo di Marco Siciliano (1995), che sceglie il dispositivo della distanza tra immagini sensuali nascoste da vetri spessi e sfocati, aperti lateralmente agendo sulla dimensione intima in conflitto tra desiderio e disagio. Negli assemblage visivi di Gaspar Willmann, (Parigi, 1995), le immagini recuperate da archivi e ricomposte e su cui interviene con la pittura a olio, sfuggono alla comprensione innescando un interrogativo su una loro origine primaria sempre più inafferrabile.

La (iper)produzione come effetto dei processi di mercificazione trova riletture nelle ricerche del collettivo mountaincutters che, come Matthias Odin (Lione, 1995), primo artista in residenza dal 12 febbraio, si nutre dello scarto e dei residui recuperati. L’artista francese Odin lavora sulle memorie abbandonate, indagando gli spazi, soprattutto quelli marginali e di intersezione, prelevando materiali e oggetti a cui attribuisce una nuova semantica. Se memorie industriali e identitarie sono incorporate nelle opere di Rafał Zajko (Białystok, Polonia, 1988), per Steph Huang (Taiwan, 1990), gli oggetti del quotidiano sono raccontati nell’eleganza delle sue sospensioni e nella fragilità dei materiali. Nuove formazioni di geologie desertiche in cemento, per il duo Xolo Cuintle (Romy Texier e Valentin Vie Binet), in cui nascono organismi utili per una mappatura che rilegge gli spazi e le storie di un viaggio (umano e non umano) che guarda verso un orizzonte cosmico dipinto da Luis Enrique Zela-Koort (1994).
Insieme alla mostra il programma video con l’artista inglese Riley Tu, che immagina una nuova specie cyborg umanizzata nelle fattezze, nelle capacità cognitive e nell’abilità di raggiungere l’empatia sintetica con la comprensione e la manifestazione delle emozioni, sfidando la sua programmazione. Un fenomeno, quello dell’umanizzazione della macchina, non dissimile dagli esiti raccontati dalla letteratura e nelle pellicole cinematografiche, dalla straordinaria interpretazione di Robin Williams alias Andrew per L’uomo bicentenario (1999) di Chris Columbus, tratto dal racconto di Isaac Asimov e Robert Silverberg, o nel più recente Extinction (2018) scritto da Eric Heisserer e diretto da Ben Young, in cui i robot hanno colonizzato la Terra vivendo come umani, verità che emergerà solo alla fine.
In programma una serie di appuntamenti da quello già passato con l’evento mattutino con BREAKSFAST CLUB (30 gennaio), ai brunch di quartiere, con cadenza mensile del sabato, il primo il 21 febbraio (dalle 9-13 con prenotazione), e la presentazione di un libro il 26 marzo, “Mi hanno chiesto di progettare una casa, io ho chiesto loro di progettare una casa: oltre la casa architettonica. Riflessioni ed esercizi sulla vita domestica”(Set Margins), di Ilaria Palmieri e Georgina Pantazopoulou, che fanno parte del collettivo Common Ground Practice, insieme a una discussione di Michele Rinaldi e letture di Marco Paris. FRENCH PLACE sulla scia del pensiero di Édouard Glissant si appresta a inserirsi all’interno di un nuovo format non classificabile in un’unica identità, ma che risponde alle esigenze di una contemporaneità libera da categorie e sempre più eterogenea.


