È una mattina di metà ottobre del 2025, e i veneziani del sestiere di Santa Croce si risvegliano con un nuovo volto, una nuova figura di bambino che emerge dalle acque. No, non è un nuovo Banksy. Eppure, la coincidenza sorprende: il luogo in cui è comparso, infatti, è lo stesso in cui, sette anni anni fa, fece la sua apparizione il “bambino migrante”, il celebre Migrant Child, dello street artist britannico: Palazzo San Pantalon, a pochi passi da Campo Santa Margherita.
Chi attraversa il ponte di San Pantalon la mattina presto lo nota subito. Sul muro che si affaccia sul rio, accanto al grande portone ligneo, è comparsa infatti, poche mattine fa, una nuova figura: un volto di bambino, o forse di ragazzo, disegnato in bianco e nero, sgranato, come se l’immagine stessa oscillasse fra presenza e dissolvenza. Un viso senza capelli, lo sguardo diretto ma timido, un misto di paura e di curiosità. Nessuno l’ha visto comparire, nessuno l’ha rivendicato. Ma tutti, da quando è apparso, si fermano un istante a guardarlo, come si fa davanti a qualcosa che si è già visto altrove, in sogno o in memoria.

Il Gazzettino, che per primo ha dato la notizia, scrive: “Dopo il Banksy, un altro murales fa bella mostra di sé a Palazzo San Pantalon… un volto che pare eseguito con la tecnica della pixellatura, probabilmente un bimbo senza capelli.” L’articolo parla di “una riflessione sulla contrapposizione tra un palazzo ricco di storia, come quello di Venezia, e una cifra stilistica che invece vuole affidarsi alle moderne tecniche di dimensione artistica” e ipotizza persino che il nuovo murale sia “la crescita del Migrant Child”, come se il bambino di Banksy fosse tornato, anni dopo, sulla stessa parete, cresciuto, più serio, più silenzioso. E, con una nota da romanzo giallo, conclude: “Da Banca Ifis confermano che l’autore al momento sia ignoto. Nessuno avrebbe rivendicato il dipinto, perciò allo stato attuale è impossibile capire di chi sia. Anche l’area di accesso non ha aiutato, perché pare che nessuno abbia visto chi sia stato a effettuare il disegno”. Noi, però, visto il murale dal vivo, possiamo dirlo con una buona dose di certezza: quel nuovo volto porta una firma, e quella firma è di uno dei più geniali e prolifici street artist italiani. Chi? Ci arriveremo, perché prima, per comprendere davvero la portata di ciò che accade oggi, dobbiamo fare un passo indietro, alla notte di maggio del 2019, quando il Migrant Child fece la sua prima apparizione su questo stesso palazzo.
Maggio 2019, un Bambino migrante emerge dalle acque
È la vigilia della Biennale, e la città dorme sotto un velo d’acqua. Sulla parete del palazzo che si specchia nel Rio di San Pantalon, un artista ignoto lascia il segno: un bambino con il giubbotto di salvataggio che punta al cielo un razzo di segnalazione rosa. All’alba Venezia scopre l’immagine e, insieme all’immagine, il chiacchiericcio che si allarga di calle in calle, di redazione in redazione, fino ai padiglioni della Biennale appena aperti.

È sempre Il Gazzettino, il 15 maggio 2019, a raccontare la vicenda con la precisione dei primi sospetti: “È Banksy o non è Banksy? In città e sui social il graffito apparso da qualche giorno nell’area di San Pantalon divide i veneziani… si può ammirare bene salendo sulla sommità del ponte: un bambino, con un giubbetto salvagente e un razzo segnaletico, cerca di indicare qualcosa catturando l’attenzione distratta dei passanti, immerso coi piedi nell’acqua… L’opera è fluorescente nella notte. Il tema è quello dell’immigrazione, il lavoro è decisamente in linea con molti dei lavori realizzati negli anni dall’artista britannico”. Dopo giorni di incertezze e ipotesi, la conferma arriva direttamente dal profilo Instagram dell’artista: è Banksy.
L’opera diventa subito un simbolo. Un grido e un presagio: il bambino migrante, fragile e universale, alla deriva nel canale come un’anima in cerca di approdo. Ma nasce già condannata, dipinta a filo d’acqua, esposta alle maree e alla salsedine. La superficie comincia presto a sfaldarsi. La proprietà dell’edificio — un gruppo di imprenditori padovani — chiede alla Sovrintendenza di poterla proteggere con una teca di plexiglass. Nessuna risposta. Anzi, una denuncia per imbrattamento, poi archiviata.
Così, per anni, il murale continua a deteriorarsi, mentre cresce intorno a lui una folla di pellegrini e di fotografi. La città si divide: chi lo vorrebbe lasciar morire “per rispetto della sua natura effimera”, e chi chiede che venga salvato come un frammento del nostro tempo, come la Madonna con la pistola di Napoli o i graffiti di Berlino.
Nel 2023, improvvisamente, la vicenda prende un’altra piega. Una sera di settembre, a Villa Fürstenberg, sede di Banca Ifis, durante una serata di gala per i quarant’anni della fondazione, Vittorio Sgarbi, allora sottosegretario alla Cultura, incontra il sovrintendente Fabrizio Magani, il sindaco Luigi Brugnaro, il governatore Luca Zaia e la proprietà del palazzo. Nel giro di mezz’ora, Sgarbi “trova la quadra”: la banca finanzierà il restauro conservativo del murale, la Sovrintendenza vigilerà, il Ministero coordinerà (noi, presenti, dietro le quinte, alla serata, l’abbiamo racontato, praticamente in diretta, qua: Banksy a Venezia, Sgarbi troverà i soldi per salvare il “Bambino migrante”). Da quella sera, la storia comincia a muoversi rapidamente.

Seguono trattative serrate fra la fondazione bancaria e i vecchi proprietari, decisi a non disfarsi dell’edificio se non con la garanzia che rimanesse un bene visibile e accessibile al pubblico. Sarà proprio l’avvocato della vecchia proprietà, Jacopo Molina, un professionista molto noto e rispettato in città, a dichiararlo al nostro giornale: “è un valore aggiunto per la città, per la cittadinanza e per chiunque, italiano o straniero, venga in visita a Venezia, che va salvaguardato, per il bene di Venezia“.
La notizia corre veloce: il bambino di Banksy sarà salvato (noi lo abbiamo raccontato qua: Migrant Child di Banksy a Venezia: via al restauro e al “Padiglione Banksy). “Non possiamo lasciare che vada distrutto per un malinteso senso dell’effimero”, assicura Sgarbi. E mantiene la promessa. Dopo settimane di incontri e sopralluoghi, l’accordo tra la vecchia proprietà e Banca Ifis, come auspicato da Sgarbi, si fa: Banca Ifis acquisisce ufficialmente il palazzo con l’intento dichiarato di farne un simbolo dell’arte nella città della Biennale, un punto d’incontro fra tutela e sperimentazione, memoria e contemporaneità. Non un semplice investimento immobiliare, ma un gesto culturale – quasi un atto politico – per restituire al luogo una funzione viva, legata al presente. Poi, nel luglio del 2024, il Migrant Child viene rimosso e trasferito in laboratorio, dove oggi è oggetto di restauro. Il palazzo, intanto, si prepara a una nuova stagione di vita, con un progetto di recupero architettonico che punta a trasformarlo in un luogo simbolico per l’arte pubblica veneziana — una casa, finalmente, non solo per Banksy ma per tutti coloro che continuano a credere che l’arte di strada possa parlare alla città con la forza di un affresco antico.

La comparsa del nuovo Bambino migrante
È in questo intervallo, in questa pausa sospesa fra la scomparsa e il ritorno, che accade il nuovo episodio. Il muro, rimasto nudo, ha trovato un altro bambino. Un bambino diverso: senza giubbotto, senza razzo, ma con uno sguardo che sembra portare il peso dell’altro. Un volto asiatico, probabilmente cinese, come se l’artista avesse voluto spostare il discorso della migrazione su un piano diverso, meno stringente sull’attualità e più simbolico: non il viaggio fisico, ma quello interiore, il senso di appartenenza fragile e mutevole che abita ognuno. E in una città come Venezia, dove la comunità cinese vive e lavora da decenni, il messaggio appare chiarissimo: la nuova frontiera della diversità è dentro la quotidianità.

Eppure, rimane il mistero: chi è l’autore che, nella notte, si è arrampicato fin sotto il corrimano del ponte di San Pantalon, per regalare ai veneziani un nuovo volto di bambino, un nuovo Migrant Child in versione 2.0? Noi, dopo aver visto il murale dal vivo, possiamo dirlo con una buona dose di certezza: quel nuovo volto porta una firma, ed è quella del palermitano Angelo Crazyone, uno dei più geniali e prolifici street artist italiani. Del resto, che lo stile sia il suo, è evidente a chiunque abbia un po’ di dimestichezza con lo stile dello street artista palermitano. Quanto all’idea, a guardar bene, è tanto semplice quanto geniale, proprio come è stato per altri interventi dell’artista.

Lo stile, dicevamo, è troppo riconoscibile, troppo vicino al suo modo di costruire le immagini: l’inquadratura stretta, il taglio fotografico che concentra la scena nello sguardo, la rarefazione cromatica ridotta a una gamma di grigi quasi argentei, e soprattutto quell’aria sospesa fra innocenza e inquietudine che attraversa tutta la sua opera. Ma più ancora dello stile, è il linguaggio a tradirne la paternità: Crazyone lavora attraverso pattern di punti, retini, griglie digitali, una sorta di tessitura tecnologica che riprende la logica del pixel e della scansione elettronica per riportarla al gesto fisico del pennello e della bomboletta. Le sue figure non sono disegnate, ma costruite per modulazione e sovrapposizione, come se il tempo stesso, e non solo il colore, si depositasse sul muro. Da lontano sembrano fotografie, da vicino rivelano una materia viva: molecole di vuoto e pigmento, una sorta di codice binario tradotto in pittura. È questo paradosso – fra gesto e algoritmo, fra superficie e profondità – che lo rende un artista difficilmente imitabile: un artigiano del digitale che lavora come un pittore classico, ma dentro la luce artificiale del nostro tempo.

E gli indizi, in fondo, si rafforzano se si guarda alla sua poetica. Quando Crazyone dipinge Thetis, ad Acquedolci (una delle sue ultime opere di arte pubblica, che abbiamo raccontato qua), sceglie una ninfa d’acqua la cui pelle è composta di gocce-pixel, per parlare di emergenza idrica e memoria naturale. A Gela, con Medusa – Oltre lo sguardo, trasforma la paura in introspezione, chiudendo gli occhi della Gorgone per restituirle silenzio e umanità. A Palermo, nello Sperone167, realizza un’opera che rappresenta un volto costruito con stencil e intelligenza artificiale per dare visibilità agli invisibili, e quell’opera contribuisce alla rinascita di un edificio abbandonato poi trasformato in luogo di aggregazione sociale. A Piana degli Albanesi, con Bukurìa Arbëreshe, trasforma l’abito tradizionale di una giovane donna in un cielo stellato, rendendo il costume un pattern di luce. E ancora, nei suoi ritratti iconici, Crazyone lega sempre un simbolo al personaggio: il cuore per Frida Kahlo, lo smile per Franco Franchi, la croce per Don Pino Puglisi – frammenti che diventano chiavi di lettura, segni che condensano in un gesto l’anima del soggetto.

E ora che, a quanto si dice, a Venezia si prepara per la prossima primavera una grande mostra personale di Crazyone, l’apparizione di questo nuovo volto suona come un preludio: un segno lasciato in vista, un indizio su un percorso che, forse, comincia proprio da qui.
Lui, raggiunto al telefono, si trincera dietro un secco “no comment” — e tanto basta, a volte, per capire che il silenzio, più di una parola, può apparire, a voler leggere tra le righe, come una conferma.
Palazzo San Pantalon come luogo d’arte e di cultura
Questo edificio, ormai noto come il Palazzo Banksy, potrebbe oggi diventare molto più di un’attrazione: un laboratorio di arte pubblica, una palestra della libertà, dove i migliori street artist italiani possano lasciare a turno la propria traccia, dialogando con il passato e con l’acqua. Non un monumento statico, ma un luogo vivo, dove la street art non sia più un episodio isolato o una provocazione, ma parte integrante del tessuto urbano e culturale della città, esattamente come voleva Sgarbi, quando è intervenuto per salvare il murale di Banksy — e con lui il palazzo che lo ospitava — dal degrado e dall’incuria.

E allora, forse, ecco che, con questo nuovo, “misterioso” intervento, il cerchio si chiude. Il Migrant Child tornerà, restaurato e protetto, forse dietro una lastra di vetro, forse in uno spazio visitabile all’interno del palazzo. Ma intanto, su quella parete che per mesi è rimasta muta, è apparso un nuovo segno, un volto diverso, figlio dello stesso sguardo, dello stesso desiderio di raccontare la fragilità del nostro tempo.
Non importa se lo si consideri un omaggio, una prosecuzione o una provocazione: ciò che conta è che il palazzo, dopo anni di silenzio e di attesa, è tornato a vivere, a mostrarsi, a far parlare di sé. Il suo destino, intrecciato a quello di Banksy, della banca che lo ha salvato e della città che lo ospita, mostra come l’arte, anche quando nasce ai margini, possa trasformarsi in memoria condivisa.
E Venezia, che da secoli alterna conservazione e metamorfosi, sembra aver trovato in quel muro una nuova immagine di sé: fragile, esposta, ma ancora capace di rispondere.






Non saprei…