Un respiro Sámi nella Turbine Hall di Londra: la fragile forza di Máret Ánne Sara alla Tate

Nel cuore della Turbine Hall alla Tate Modern di Londra, Máret Ánne Sara introduce una voce che raramente si è fatta sentire con tanta chiarezza in un contesto museale di questa portata. Con Goavve‑Geabbil, l’artista Sámi costruisce coraggiosamente un dispositivo sensoriale dove il visitatore è chiamato a incontrare un mondo altro, quello delle renne, del vento del nord, delle tracce nel muschio, della sopravvivenza come forma di linguaggio.

La pratica di Sara si inscrive con forza in una genealogia di artisti che hanno scelto di non competere con la spettacolarità del sistema dell’arte, ma di elaborare risposte poetiche, politiche e materiche, fondate sulla relazione. In questo senso, l’affinità con l’Arte Povera è evidente, non tanto nei materiali utilizzati — sebbene legno grezzo, ossa e pelli richiamino formalmente i gesti di Penone, Merz o Kounellis — quanto nella logica sottrattiva e processuale che guida l’intera installazione.

Come nell’Arte Povera, anche in Sara vi è un rifiuto del decorativo e dell’eccesso, e una volontà di riattivare il significato originario dei materiali. Le pelli di renna non sono “usate” come elementi scenici: sono portatrici di un’esistenza, di un lavoro, di una morte. I pali di legno incisi, che delimitano il labirinto centrale, sono frammenti di paesaggio, carichi di segnature ancestrali, legate al sistema degli earmarks — incisioni tradizionali con cui ogni famiglia Sámi distingue le proprie renne.

Installation view of “Hyundai Commission: Maret Anne Sara” in the Turbine Hall at Tate Modern, 2025. Photo: Yili Liu, © Tate.

L’opera si sviluppa in due poli complementari. A terra, Geabbil è un percorso curvilineo, un labirinto ispirato alla morfologia interna del naso della renna, dettaglio fisiologico carico di senso: l’adattamento perfetto di un corpo animale a un ambiente estremo. Sara trasforma quel dettaglio invisibile in una metafora spaziale: un’architettura del respiro, che obbliga il visitatore a seguire la linea curva del movimento animale, a disimparare la fruizione rettilinea e rapida del museo.

Nel vuoto verticale della sala si innalza Goavve, una colonna sospesa formata da pelli tese con cavi elettrici, che si arrampica fino al soffitto come una spina dorsale esposta, fragile ma ostinata. Qui la tensione tra naturale e industriale si fa esplicita: i cavi, simbolo dell’energia moderna, dell’estrazione, del controllo, sostengono i resti di corpi animali che per secoli hanno incarnato un’altra forma di energia — quella del paesaggio, del ritmo stagionale, dell’adattamento reciproco tra vivente e ambiente. È un gesto potente che non ha bisogno di slogan per essere compreso.

L’esperienza dell’opera è completata da una dimensione sonora e olfattiva: suoni del vento, della neve, voci umane, canti joik, odori di licheni e muschi artici. L’artista costruisce così un’ecologia sensoriale in cui l’arte non è oggetto da osservare, ma ambiente da attraversare. Si viene invitati a sintonizzarsi, a entrare in risonanza con un modo di stare al mondo che non si basa sulla dominazione, ma sulla coesistenza.

Ciò che colpisce è la misura dell’intervento. In uno spazio che spesso premia l’eccesso e il gigantismo, Sara sceglie il gesto minimo, preciso, quasi timido. Eppure, proprio questa scelta assume valore critico: è un rifiuto consapevole delle aspettative spettacolari, un modo per spostare l’attenzione dalla “visibilità” alla “presenza”. Non c’è nulla di illustrativo in questa installazione: ogni elemento è al servizio di un pensiero incarnato, che si rivolge al corpo del visitatore prima ancora che al suo intelletto.

Il ruolo delle renne è centrale, ma mai sentimentalizzato. Non sono simboli folklorici né feticci da preservare, ma corpi viventi in relazione, oggi minacciati da un insieme di fattori — dallo scioglimento dei ghiacci al passaggio delle miniere, dalla burocrazia statale alle logiche capitalistiche di sfruttamento della terra. Sara non “parla per” le renne: le mette in scena come presenze attive, come soggetti che hanno diritto a esistere e a essere ascoltati. In questo senso, Goavve‑Geabbil è anche un’opera di giustizia ecologica, che sfida i limiti stessi dell’antropocentrismo artistico.

La ricerca di Máret Ánne Sara è da anni impegnata a ridefinire il modo in cui l’arte può rappresentare e attivare le memorie culturali indigene in relazione con la contemporaneità. La sua pratica si fonda sull’uso di materiali organici, carichi di significato rituale e politico: ossa, pelli di renna, tendini, elementi che non sono semplicemente “segni” di un’identità culturale, ma testimoni viventi di un equilibrio spezzato tra umanità, ambiente e spiritualità. La sua arte non si limita a raccontare il Sápmi – territorio ancestrale del popolo Sámi – ma ne evoca la struttura sensoriale, proponendo una via conoscitiva alternativa, più prossima all’esperienza che alla rappresentazione.

Una parte del pubblico potrebbe trovare l’opera troppo sottile, poco visibile, quasi elusiva. Ma è proprio in questa apparente discrezione che Goavve‑Geabbil trova la sua coerenza più profonda. Non è un’opera che cerca l’applauso, ma un’opera che chiede una presenza etica dello spettatore. Che tipo di attenzione diamo al vivente? Cosa significa davvero “abitare” un luogo, una memoria, un ecosistema? L’opera, in questo senso, si presenta dunque come piena di tensioni autentiche e geografiche, seppur alcune scelte non risultino particolarmente efficaci.

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