Non è mai facile orientarsi, in quegli ipertrofici luna park che sono ormai diventate da tempo immemorabile le Biennali di Venezia. Ma quest’anno, va detto, è come se il diavolo ci avesse messo lo zampino, costringendo gli artisti in Biennale a farsi un po’ da parte, un po’ più piccoli e insignificanti (e a volte un po’ goffamente infantili, nel loro neanche più granché spettacolare egocentrismo: senza spingersi neanche troppo in là, vogliamo parlare di una performer che si sbatacchia dentro una campana, o di un artista che costringe il pubblico a cambiare pannolini a bambolotti per parlare di un tema serio e importante come quello dell’omogenitorialità?); certamente un po’ meno in grado di far sentire il peso della propria voce al mondo, di fronte all’incedere del rumore assordante delle guerre in essere e di quelle in divenire, degli scontri, delle violente repressioni interne messe in atto in sempre più governi di sempre più paesi – compresi quelli un tempo annoverati tra le democrazie, oggi sempre più pencolanti verso le nuove forme di “democratura” di stampo autoritario –, degli insulti e delle accuse incrociate tra leader mondiali, che hanno preso ormai il posto di quello che un tempo erano i tentativi di dialogo, e ancora degli odi reciproci, delle faide, delle guerre di droni e di spie, dei massacri incessanti, privi ormai di ogni pudore nel mostrare al mondo il volto feroce del nuovo che avanza, simbolo lampante e spaventoso del rivolgimento globale dell’ordine mondiale che fino a ieri eravamo abituati a conoscere.

Ecco, allora (come già pluriraccontato in migliaia di post sui social), il padiglione russo mezzo chiuso e mezzo aperto, quasi a simboleggiare plasticamente l’incertezza e l’incapacità di affrontare, in un modo o nell’altro, le tragiche sfide poste dal nuovo disordine mondiale, quello di Israele spostato nel più comodo e blindato Arsenale, con la scusa di una improbabile “ristrutturazione” dello storico padiglione ai Giardini – in realtà, più verosimilmente, per scongiurare, monitorare o tenere meglio a bada eventuali azioni di protesta; azioni che, non a caso, non si sono fatte attendere: nei giorni della preapertura, decine e decine di padiglioni rimasti chiusi per protestare contro il genocidio in Palestina (centinaia di poster con scritte come “Palestine is the Future of the World” coprivano i padiglioni o le singole opere, esattamente come un tempo, nel lontano ’68, molti quadri furono rivolti contro il muro per solidarietà agli studenti in lotta: corsi e ricorsi della storia), mentre, in giro per Venezia, un “padiglione invisibile” mostrava i volti degli artisti, scrittori e intellettuali ucraini ammazzati dai russi in questi quattro anni di aggressione militare, e mentre le Pussy Riot, con i loro bravi balaclava fucsia e fumogeni d’ordinanza (forse le uniche artiste, oggi, in grado davvero di rappresentare il livello altissimo di scontro e di tensione che caratterizza il mondo, al di là delle sterili figurine, vignette e meme mascherati cui ci hanno costantemente abituati gli artisti “impegnati” e gli street artist di ogni sorta) protestavano davanti al Padiglione russo e davanti alla sede della Biennale per la presenza, appunto, dello stesso padiglione russo; come ciliegina sulla torta, sempre nei giorni della pre-apertura, ecco un bel corteo, sempre per la Palestina, agitare le calli veneziane, finito, tanto per cambiare, con qualche carica “di contenimento” e qualche manganellata da parte della polizia a bordo canale (mancava solo, in questo bailamme, anche qualche imbecille a inneggiare alla “remigrazione”, magari in quel caso opportunamente scortato dalla polizia anziché manganellato, e saremmo stati al completo, per raccontare, come avviene in certi filmacci di serie B, tutte le distopie e le contraddizioni del presente); in mezzo a tutto questo, poi, ecco agitarsi, ai piani alti, una bella faida tutta interna alla destra, con il presidente Pietrangelo Buttafuoco a sostenere le ragioni dell’arte cosiddetta “libera”, dunque a sostegno della scelta di dare il via alla presenza del Padiglione Russia dopo anni di assenza forzata (ma un po’ meno liberi sono, siamo certi, gli artisti russi invitati all’interno del Padiglione, esibiti, tra canti, cori, balli e tracannate di vodka, a mo’ di giullari di corte, a dimostrare una spensieratezza e una serenità che la società russa è ben lontana dal provare, dopo 4 anni di feroce aggressione militare costata la vita non solo a centinaia di migliaia di soldati e di civili ucraini, ma anche a più di 300mila soldati russi): con il Ministro Giuli impegnato a smarcarsi da Buttafuoco, a non partecipare all’inaugurazione, a far saltare contemporaneamente un po’ di dipendenti del Ministero, e poi la commissione UE a minacciare sanzioni contro la Biennale, la giuria internazionale dimissionaria, Buttafuoco che rilancia proponendo una giuria popolare, 50 e passa artisti che si ritirano dalle premiazioni… fermiamoci qua, per il momento, per domandarci: dove diavolo siamo finiti?, nella più importante manifestazione artistica del mondo, o in una serie distopica di Netflix? E soprattutto, che diavolo c’entra, e dove diavolo è finita l’arte, in tutto questo?

Prioviamo a capirci qualcosa, allora, al di là del rumore di fondo che ha accompagnato l’apertura di questa Biennale delle polemiche e dei veti incrociati. Se stiamo alla mostra internazionale, allora – vero barometro di questa Biennale, giacché il resto è, come giustamente sottolineato da più parti, sempre il risultato di confronti e anche di scontri tra visioni e culture differenti – che cosa troviamo? Un profluvio di opere, certo, come al solito: strane, bizzarre, misteriose, di ogni materiale e di ogni tipo, assurde a volte, gigantesche spesso, come si confà alla mania di gigantismo di una manifestazione come questa, sparsa ormai sugli oltre 25.000 metri quadrati tra le sedi storiche dei Giardini e dell’Arsenale: troni, maschere, tappeti, luminarie, piante, rovine, paesaggi, video, copricapi, totem, fiori, relitti, idoli, feticci, arazzi… Un profluvio di manufatti, verrebbe quasi da dire, anziché semplicemente di “opere” come le inten devamo un tempo. Va tutto bene, ma, alla fine, di che diavolo parla allora questa mostra intitolata In Minor Keys, voluta e pensata dalla curatrice Koyo Kouoh, scomparsa proprio mentre stava preparando il progetto, lasciando dunque il lavoro al suo staff?

I “pilastri” su cui si basa la mostra, ha dichiarato lo staff della curatrice, affrontano temi quali “l’incantamento, la fecondità e la condivisione, nonché pratiche generative indirizzate alla collettività”. Centodieci i partecipanti, tra artisti, collettivi e organizzazioni provenienti da contesti geografici molto diversi, convocati più per risonanze e affinità che per appartenenze o genealogie, in quella che appare come una geografia relazionale costruita nel tempo dalla curatrice e poi proseguita, negli ultimi mesi, dal suo team. Pratiche nate ovunque nel mondo (da Dakar a El Salvador a Beirut a Porto Rico allo Zimbabwe a San Juan a Barbados e in ogni più remota e meno prevedibile landa del globo, quasi a spiegare a noi tutti, come si spiega a dei bambini un po’ tonti, che quel mondo che noi credevamo di concentrasse tutto e solo lungo le rotte New York-Miami-Londra-Parigi è un po’ piùà vasto e variegato di quel che noi potessimo anche solo immaginare) entrano così in dialogo anche senza relazioni dirette, dando forma a un intreccio che si muove (così spiega sempre il team curatoriale) tra racconto individuale e tensione collettiva. Più che una mostra organizzata per sezioni, si ha l’impressione di un flusso continuo, un insieme fitto e stratificato di rimandi e attraversamenti, in cui momenti più corali e quasi processionali si alternano a zone di pausa, di sospensione, o a lavori che chiamano in causa l’idea stessa di conoscenza, di autocoscienza, di riflessione sociale, di presa di posizione. Il tutto punteggiato da echi letterari e da una oscillazione costante tra slanci di meraviglia e di sorpresa e un certo disincanto, con l’arte che tende a presentarsi meno come oggetto da contemplare e più come esperienza da attraversare.

Dopo la morte improvvisa di Koyo Kouoh, la Biennale aveva infatti deciso, com’è noto, di andare avanti senza cambiare rotta. Il progetto era già definito, e il team che lo ha portato a termine ha seguito quella linea, continuando a lavorare per incontri, scambi, viaggi, studio visit, muovendosi anche in contesti meno à la page e tenendosi a distanza dalle consuete centrali del mercato dell’arte – da New York a Londra, appunto – per cercare piuttosto di intercettare umori, tensioni e energie più periferiche; con qualche pecca, però, tutt’altro che secondaria: come la ormai nota, conclamata e vituperata assenza di artisti italiani (ma, viene da chiedersi, dov’erano, negli anni scorsi, le tante prefiche che oggi si stracciano le vesti per tale assenza, quando noi, che da trent’anni ci occupiamo di arte italiana e cerchiamo di sostenerla ovunque, venivamo tacciati di provincialismo in nome di un’arte senza confini né nazionalità, mentre galleristi fighetti, curatori ben addestrati e fondazioni ben inserite continuavano a convogliare attenzione, risorse e mercato sulle grandi artistar straniere, lasciando gli artisti italiani, salvo i soliti pochi noti, ai margini, quando non proprio a sopravvivere a fatica?).

Più che definire un sistema, ne emerge così un modo di lavorare: per relazioni, per spostamenti, per accumulo di incontri diversi e sytratificati. Ed è forse qui che si coglie uno dei tratti più riconoscibili delle Biennali degli ultimi anni: lo spostamento costante dello sguardo verso quella che, per semplificare, è stata a lungo considerata l’altra faccia del mondo, non occidentale, portatrice di pratiche, materiali e immaginari differenti. Da qui anche il proliferare di materiali insoliti e inusuali per il mondo dell’arte così cpome l’avevamo conosciuto fino a ieri – stoffe, manufatti, oggetti rituali, idoli, riferimenti sciamanici o cosmologici – che costruiscono un lessico visivo lontano dalla tradizione occidentale e dalle sue gerarchie. Una direzione che non sorprende più (saranno almeno dieci anni che la Biennale ci offre, secondo una visione “riparatrice” e un po’ furbetta rispetto al secolare egocentrismo dell’arte occidentale, un profluvio di “manufatti” che il visitatore occidentale guarda con un misto di curiosità e di sufficienza), ma che continua nonostante tutto a segnare il timbro della manifestazione: con, indubbiamente, qualche segno di stanchezza quando non, a tratti, di pura noia; ma nulla a confronto con la noia suprema che i tanti video, le installazioni, i giochetti intellettualistici e iperconcettuali, tutti di marca superoccidentale, ci avevano abituati nel corso dei decenni. Qua, almeno, c’è molto colore, gioia, contraddizione, divertimento a volte, tragedia quasi sempre, prelomeno in controluce, e molta, molta empatia verso il povero e stralunato e a volte affaticato visitatore. E forse, al netto di un po’ di ripetitività e un po’ di sconcerto per il visitatore meno smaliziato, è proprio questo, alla fine, che resta: non tanto una tesi da dimostrare o un sistema unitario da decifrare, quanto una materia viva, disordinata ma pulsante, che non sempre convince, spesso deborda, ma che almeno prova a rimettere in circolo energie, storie e immagini che difficilmente troverebbero spazio altrove.





Un piacere leggerti, sempre.Grazie🦋🥷
Grazie ❤️ concordo con Bruno !