Una palestra alla Braidense. Perché no? Senza soldi non si fanno le grandi mostre

Il direttore della Grande Brera e del Cenacolo Vinciano Angelo Crespi ha fatto benissimo ad affittare la sala Teresiana della Biblioteca Braidense al personal trainer e coreografo americano Isaac Boots. Ha fatto benissimo a osare, perché in Italia la cultura non sta in piedi da sola (e nemmeno alle altre latitudini): se lo Stato non caccia fuori i soldi, allora è cosa buona e giusta cercarli e trovarli altrove. È del tutto inutile che le anime belle si indignino per la scarsa raffinatezza dell’affittuario: al di là dell’esiguo introito nelle casse della Braidense (10.000 euro per una lezione di fitness di un’ora: pochi, maledetti e subito), lo trovassero loro un finanziatore della cultura elegante come Corrado Augias, distinto come Gustavo Zagrebelsky, simpatico come Fabio Fazio, colto come Paolo Galimberti. Se non ti chiami George Soros, non puoi essere un letterato ricchissimo: cultura e soldi sono due parole che non stanno insieme nella stessa frase.

È la storia che si ripete (e quindi è una farsa, come disse Marx): 10 e fischia anni fa i soloni della Cultura con la C maiuscola si indignarono per i finanziamenti elargiti al Colosseo da quello che chiamavano “lo scarparo” (Diego Della Valle, Mr. Tod’s, che finanziò il restauro con 25 milioni di euro coprendo la pulizia della facciata, il recupero degli ipogei e la realizzazione di un nuovo centro servizi) e oggi idem, le madamine insorgono con il ditino alzato: “oh signora mia!, che volgarità la lezione di fitness nella biblioteca Braidense!“.

Ma che male c’è? Non si diceva una volta “mens sana in corpore sano“, “nutrire la mente e nutrire il corpo”? O forse è solo una questione di presentabili e di impresentabili? E chi lo decide chi è degno di entrare e omaggiare a suo modo (e anche arricchire) un’istituzione? Lo decide il critico d’arte, uno che non ha mai lavorato in vita sua e non ha l’incombenza di far quadrare i conti? Pensano che associare il fitness a una biblioteca, foss’anche la Braidense, sia volgare: invece mettere i libri nei bar e nei locali è chic? Associarli agli energy drink è da servi della gleba mentre metterli a disposizione dei clienti del ristorantino vegan fa fino?

Il direttore della Grande Brera, Angelo Crespi

La libreria Hoepli stava fallendo, i suoi cosiddetti manager dovevano aver studiato da quel Carlos Tavares che ha mandato a puttane Stellantis, avevano appena alzato le mani davanti al cda proponendo la liquidazione, è dovuta intervenire la Mondadori per metterci una pezza e tranquillizzare le sentinelle della cultura che sospiravano per il sacro tempio che stava per sparire: chi è a capo di un museo non deve fare solo le mostre e chiacchierare coi professori, deve fare anche e soprattutto soldi, sennò si chiude la baracca. È così da sempre. Non basta staccare i biglietti. Nei musei si affittano le mostre, si affittano le sfilate, si affittano gli eventi, si fanno le cene e non è che si stia troppo a guardare il pedigree dei paganti: quanti artisti tutt’altro che morti avete visto a Palazzo Reale? Tutti bravi come Picasso? Il direttore di un museo non deve essere uno che ha passato il tempo a ingiallire in biblioteca, deve anzi essere un manager degno di questo nome che ragiona così: qua la merce qua i soldi. Con questi, poi, si fanno le grandi mostre, quelle che piacciono alla gente che piace.

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  1. Buongiorno Emanuele, concordo pienamente con quello che hai scritto, lasciami però commentare che qaunto accaduto è molto triste per due aspetti: in primo luogo, ogni evento dovrebbe rispecchiare o avere affinità con la location prescelta per non risultare un pugno nello stomaco per i puristi, secondariamente, la mancanza di fondi da dedicacre all’arte e alla cultura è il riflesso della decadenza del nostro Paese che rappresenta la culla della storia dell’arte. Il nostro patrimonio è l’elemento che più attrae il turismo e l’attenzione mondiale e noi non siamo in grado di valorizzarlo, promuoverlo, sostenerlo e salvarlo dalla mercificazione e svalutazione di cui quanto successo è un esempio lampante.

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