A Londra, nel cuore dell’ormai sempre più patinato e cool quartiere di Shoreditch, è stata appena installata una stazione della metropolitana. Non una qualsiasi, ma la più iconica e leggendaria di tutte: quella di New York, versione anni Ottanta, riprodotta in scala 1:1 dentro le pareti della galleria D’Stassi Art (fino a fine settembre), grazie alla mano febbrile e visionaria di Lady Pink. Non si tratta di una nostalgia ben confezionata, né di una riproduzione museale: Miss Subway NYC è un viaggio emozionale, carnale, disordinato e necessario dentro il corpo stesso dell’arte urbana, guidati da una delle sue fondatrici, Sandra Fabara in arte Lady Pink.
Il titolo della mostra è un’ironica citazione del vecchio concorso “Miss Subways”, rivolto fino agli anni Settanta alle utenti più fotogeniche del servizio metropolitano. Lady Pink ne fa un autoritratto, indossando (letteralmente) la fascia da reginetta su una celebre foto scattata da Martha Cooper (storica fotografa della scena street newyorchese) nel 1982. Ma il titolo è anche un manifesto: la metropolitana non è solo il suo campo d’azione originario, ma è, potremmo dire, il suo luogo d’elezione, la sua palestra, il suo elemento naturale. È lì, infatti, che l’artista ha corso pericoli notte dopo notte, sfidando le guardie, la polizia, e persino la morte (“una volta”, ha raccontato in un’intervista, “un treno ha fatto una curva strana, io all’ultimo minuto mi sono abbassata, ma se fossi rimasta ferma il treno mi avrebbe staccato la testa”), rischiando sempre l’arresto e trasformando ogni fuga dalla polizia e della security in un gesto di rivendicazione estetica e politica; ed è sempre lì che ha costruito la sua leggenda.
Una vita per l’arte. Di strada
Nata in Ecuador nel 1964, Sandra arriva a New York che ha solo sette anni. Il padre, un ingegnere agronomo, era “un donnaiolo, giocatore d’azzardo, imbroglione”, e per questo la madre lo lascia e se ne va con la figlia a cercare fortuna in America: “Quando siamo arrivate qui, non avevamo documenti, non parlavamo neanche una parola di inglese”, ha ricordato ancora l’artista. Determinata, creativa, ribelle, Sandra cresce nel Queens e inizia a “bombardare” i treni da giovanissima, a quindici anni. Lo fa per amore – un amore perduto e adolescenziale – ma lo fa anche per necessità: per trovare un linguaggio con cui rispondere al senso di esclusione, all’identità spezzata di emigrata e di ragazza che voleva sfuggire agli stereotipi sociali e di genere, e a un destino, che troppe volte sembra segnato, di ragazze vittime di maschi egoisti, megalomani, spesso violenti. A dare il via alla sua storia di “graffitara” è una pena d’amore: il fidanzato, infatti, era stato arrestato proprio perché sorpreso a fare graffiti, e per questo rispedito a Porto Rico. “Ho pianto per un mese intero,” ha ricordato l’artista, “poi ho iniziato a taggare ovunque”. Il luogo dove vedevano la luce i progetti da piazzare sui treni e sui muri era la mensa della High School of Art and Design del Queens, dove la giovane Sandra passava le giornate assieme ai suoi compagni, tutti rigorosamente maschi: “Ma se qualcuno diceva che non potevo farcela perché ero una ragazza, dovevo dimostrare che si sbagliava. Ero tosta. Ero pazza”, racconta ancora oggi, senza retorica né compiacimento, ma con quella gioiosa brutalità da sopravvissuta che l’ha sempre accompagnata. Sin da quando, da bambina, a piedi nudi, uccise un serpente nella piantagione di canna da zucchero dei nonni nella foresta amazzonca: a quel tempo, come ricorderà in seguito lei stessa, correva in giro per la piantagione arrampicandosi sugli alberi “come una scimmia”.
La “ragazza tosta” si fa strada
Così la giovanissima artista si traveste da ragazzo per muoversi nei quartieri più pericolosi della città, scappa nei tunnel, impara a conoscere gli orari dei treni, i punti ciechi, i posti dove nascondersi. E quando si taglia un dito in uno di quei raid notturni, lo infila in tasca e continua a correre: “Non volevo che mi dicessero: sei ferita, ci rallenti. Dovevo essere una brava soldatessa”. Ogni parete, ogni vagone diventava così un “pezzo” lasciato di corsa e in clandestinità per gridare la sua rabbia e la sua rivincita sul mondo e sulla società. I pezzi sui treni sono la sua palestra e la sua formazione, e non è un caso allora che oggi, all’età di 61 anni, Lady Pink scelga di ricostruire un’intera stazione del metrò per raccontare la sua storia. “I treni, in realtò, non dovrebbero definirmi”, ha dichiarato ancora l’artista in un’intervista di qualche anno fa. “Ma sono stati una parte importante della mia formazione che mi ha dato spina dorsale. Mi hanno insegnato la sicurezza. Mi hanno insegnato a lavorare sotto una pressione immensa, con le ginocchia che tremavano e i topi intorno ai piedi. Il cuore in gola e il freddo gelido. Da un momento all’altro potevi essere arrestato. Quel tipo di pressione non si può insegnare. I treni erano come una specie di campo di addestramento che ci ha dato la sicurezza che ci ha accompagnato per tutta la vita. Una cosa che non si può insegnare all’università”.
A quel tempo, le ragazze che scavalcavano recinzioni e s’infilavano sottoterra per lasciare la loro traccia erano più uniche che rare, così la sua fama cresce in fretta. Pochi mesi dopo, eccola invitata a partecipare, appena quindicenne, a una mostra da Fashion Moda, uno spazio artistico ultra-radicale e d’avanguardia nel South Bronx. La fama di ragazza tosta, e brava, cresce, e nel giro di due anni Sandra, nel frattempo diventata Lady Pink, è invitata a esporre alla mostra New York/New Wave del 1981 al PS1, accanto a nomi che sarebbero entrati presto nella storia, come Jean-Michel Basquiat, Keith Haring, Larry Clark, Futura 2000, Nan Goldin, Robert Mapplethorpe, solo per citarne alcuni. Lei era la più giovane di tutti, ma aveva già un nome che pesava.

Lady Pink, un nome-simbolo
A chiamarla per la prima volta Pink era stato Seen, un membro della TC5 crew, a cui nel frattempo la giovane artista si era aggregata. “Ero l’unica donna in città a dipingere, e avevo bisogno di un nome femminile affinché tutti sapessero che il nostro gruppo comprendeva anche le donne”, spiega. “Sapevo di essere una specie di donna-simbolo e questo mi ha permesso di entrare nel gruppo, ma per stare al passo con i bad boys, dovevo anche dimostrare il mio vero talento. C’era sessismo, ovviamente, ma io sono sempre stata un po’ tosta. Non mi piace essere calpestata e mi faccio valere con forza”. Come “mosca bianca” in un universo dominato dai maschi, Sandra fu felice di dare una connotazione identitaria al suo personaggio. Ma le mancava ancora qualcosa: Pink era troppo comune, troppo poco identificabile. Da lì l’idea di aggiungervi un “lady“, come i personaggi dei romanzi storici che a quel tempo amava leggere. Un’ironia colta, che metteva in cortocircuito l’estetica da strada e la reverenza nobiliare. “Lady” non era un vezzo, ma un’affermazione di potere. E quel nome, negli anni successivi, sarebbe rimasto inciso su decine di treni in corsa, e nella storia dell’arte urbana.
A quel mondo, la giovane Pink portava non solo coraggio, ma anche spirito d’iniziativa. Fu lei, per esempio, a invitare Keith Haring a dipingere un treno con lei. Ma Haring, ha raccontato l’artista, declinò l’invito: “Non voleva infrangere la legge. Lui disegnava col gesso, su lavagne, non rischiava l’arresto come noi”. Uno spartiacque, tra chi, come lei, continuava la battaglia sul territorio dell’illegalità, e chi stava semplicemente “border line” con la legge, per poi finire a lavorare per il mercato dell’arte. Un bivio che in molti ex writers si sono dovuti trovare ad affrontare tante volte, in seguito.

Dall’illegalità al successo
Non tutti, però, si tirarono indietro. Negli stessi anni, Lady Pink avviò una collaborazione inattesa con un’altra figura leggendaria dell’arte urbana: Jenny Holzer, artista concettuale nota per i suoi celebri Truisms — frasi lapidarie incollate sui muri di Manhattan come armi poetiche e politiche. Le due, uniche donne a lavorare di notte per le strade di New York, si incontrarono nel Lower East Side e cominciarono a collaborare: Holzer stendeva enormi tele e Pink le dipingeva a spray, dopodiché Jenny Holzer le integrava con uno dei suoi Truisms. Opere che, in seguito, finirono esposte al MoMA e alla Tate Modern. Nel 1983, una foto di Lady Pink, allora diciannov3enne, con indosso una maglietta con su scritta una frase di Holzer “Abuse of power comes as no surprise” divenne, molti anni dopo, una delle immagini simbolo del movimento #MeToo.

Ma nel corso degli anni le collaborazioni, i progetti, i lavori di Lady Pink furono innumerevoli, e alcune rimasero nella storia: come la partecipazione come attrice alla pellicola cult Wild Style, sempre nel 1983, che consacrò l’universo dell’hip hop e della cultura street in tutto il mondo (“Ma all’epoca non prendevamo il film sul serio”, racconterà ancora, “ci alzavamo dal letto e iniziavamo a recitare, inventando i dialoghi lì per lì, come venivano”).
Finita quella intensissima fase, ci fu anche per Lady Pink un punto di svolta. Quando l’attenzione mediatica verso l’universo dei graffiti e della controcultura calò e il mercato divenne più volatile, lei non si ritirò né si perse — come purtroppo accadde a molti dei suoi coetanei e compagni di strada — ma scelse di reinventarsi. Assieme al marito Roger Smith, anche lui artista, mise in piedi un’agenzia per realizzare murales su commissione, cominciò a realizzare e a commissionare murales istituzionali, opere su pareti legali, interventi nelle scuole e nelle comunità, iniziando anche a collaborare con aziende e marchi di fama. “Ho imparato a bussare alle porte, a rimboccarmi le maniche, a darmi da fare”, dirà.
Miss Subway NYC
Oggi, Lady Pink, incoronata dalla comunità artistica come Miss Subway NYC, come lei stessa ha ironicamente battezzato la sua ultima mostra, continua a dipingere, a insegnare, a lavorare, a progettare, a parlare con le nuove generazioni. Lo fa con lo stesso fuoco con cui saliva sui treni, ma con una visione più ampia: restituire alla comunità, costruire spazi, creare bellezza dove c’è abbandono.
Non è un caso che la mostra Miss Subway NYC non sia una semplice operazione nostalgia, né una ricostruzione posticcia, come quelle che a volte, in un tributo supremo al kitsch ormai diffuso ovunque, si trovano in certe mostre-blockbuster dedicate ai graffiti, ma uno spazio vivo e stratificato, costruito con la precisione emotiva di chi ha vissuto davvero ciò che racconta. La galleria è stata infatti trasformata in una stazione della metropolitana newyorkese a grandezza naturale, con piastrelle, cartelloni, binari, pannelli pieni di tag e graffiti. Lady Pink ha lavorato fianco a fianco con il marito, Roger Smith, per replicare con fedeltà le superfici, i colori, gli odori visivi dell’underground urbano su cui per tanti anni ha lasciato il segno e sfidato la sorte e l’arresto.
In mostra ci sono circa 25 opere, tra dipinti su tela, bozzetti originali, fotografie d’archivio e nuovi lavori. Alcuni ritraggono i “personaggi” incontrati sui treni: una vecchietta col carrello, un musicista travestito da gatto, passeggeri anonimi che diventano presenze familiari. C’è anche un ironico autoritratto dell’artista con la fascia da “Miss Subways”, che reinventa l’iconica foto di Martha Cooper del 1982. C’è una serie di lavori recenti su treni e stazioni, in bilico tra memoria e attualità. E ci sono anche cimeli personali: spray, sketchbook, oggetti di scena dai set e dalla strada. Ma non c’è enfasi, retorica, nostalgia, autocelebrazione. Lady Pink, di questo, non ha proprio bisogno. E quando, ancora oggi, qualcuno prova a racchiuderla in una definizione, lei si schermisce: “Non mi considero una writer. È un’etichetta che mi è stata imposta. Non faccio graffiti illegali da decenni. Ma va bene, vuoi chiamarmi street artist? Un’artista di graffiti? Un’icona dell’hip-hop? Una femminista? Fa’ un po’ come vuoi. Questi sono titoli che mi danno gli altri. Io non vivo di questo.”





