Corpi allungati, scheletrici, distorti fino a dissolversi in una postura precaria. Lo sguardo perso o schermato, come se non riuscissero a contenere la realtà che li circonda. Sono gli hollow men – gli “uomini vuoti” – che danno titolo alla mostra personale di Giulia Cenci, inaugurando il nuovo Project Space di Palazzo Strozzi, a cura di Arturo Galansino, direttore generale della Fondazione.
Il progetto segna l’apertura di un nuovo spazio espositivo dedicato all’arte emergente, integrato nella programmazione della Fondazione ma dotato di un’autonomia progettuale e curatoriale pensata per accogliere opere sperimentali, spesso inedite, in un dialogo diretto con la contemporaneità. Accessibile dal cortile di Palazzo Strozzi, il Project Space si propone come una piattaforma dinamica, pensata per artisti che lavorano a partire dal presente, anche nella sua componente più instabile.

Giulia Cenci, artista toscana classe 1988, torna a Firenze con un intervento site-specific che si espande tra scultura, installazione e disegno, muovendosi lungo una linea sottile tra rappresentazione e disintegrazione. La materia che plasma è insieme tecnica e organica: scarti industriali, frammenti recuperati, oggetti meccanici, ma anche forme anatomiche riconoscibili, corpi mutanti che si ibridano tra umano e animale, tra gesto e residuo.
Il titolo della mostra, the hollow men, rimanda direttamente all’omonimo componimento di T. S. Eliot, pubblicato nel 1925, all’indomani del trauma collettivo della Prima guerra mondiale. Uomini “vuoti”, sospesi in una condizione di immobilismo morale ed emotivo, privi della forza per agire o reagire. In questa rilettura plastica, Cenci mette in scena una condizione altrettanto perturbante: corpi non finiti, in transizione, segnati da un’assenza di identità stabile, che si confrontano con lo spazio solenne e secolare di Palazzo Strozzi.

Al centro della sala principale una coclea metallica, la vite di Archimede, struttura meccanica di origine antica usata per spostare liquidi e materiali, si eleva come asse generativo di un intero sistema vivente. Attorno, figure scheletriche in alluminio – fuse e assemblate dall’artista – si muovono in silenzio, isolate, eppure disposte come in una coreografia congelata. Alcune sembrano comunicare, altre ignorarsi. Ogni scultura è unica ma parte di un insieme. Il lavoro evidenzia la tensione tra organicità e macchina, tra il moto potenziale e l’immobilità imposta. Gli hollow men di Cenci non sono meri resti: sono presenze in ascolto, sospese, attente, forse al limite di un nuovo movimento.
La sala adiacente ospita una scultura singola, una figura tripla, che sembra fondere più identità in un unico corpo bloccato, quasi in attesa. Un’immagine di fusione e fallimento del soggetto, nella sua impossibilità di essere uno solo, o di ritrovare una direzione.
Chiude il percorso una stanza raccolta dove sono disposti taccuini di disegni, appunti di anatomie distorte, schizzi preparatori e studi che rivelano il metodo dell’artista: un equilibrio costante tra forma e disgregazione, tra la costruzione del corpo e la sua disarticolazione. È una dimensione intima, silenziosa, dove la pratica scultorea trova una corrispondenza nella traccia grafica, mostrando il processo più che il risultato.

«Parto spesso dalla poesia – dichiara Cenci – perché mi aiuta a creare un sistema narrativo, un riferimento concettuale che dia corpo alla mia visione. The Hollow Men è un testo che parla dell’assenza: di pensiero, di volontà, di movimento. Ho voluto tradurre quella stasi in forme plastiche, in una sorta di sistema nervoso esposto, rotto, ma ancora connesso». Le sculture dell’artista non vogliono trasmettere messaggi, ma stimolare percezioni, aprire una riflessione su un presente che disintegra ogni certezza: fisica, psicologica, culturale.
Secondo Galansino, curatore e direttore della Fondazione, «questo nuovo spazio nasce per sostenere pratiche artistiche capaci di attivare riflessioni profonde, in dialogo con i tempi che viviamo. Inaugurarlo con un progetto di Giulia Cenci significa affermare la centralità di una ricerca visiva e teorica che trova nel corpo, nella materia, e nella loro crisi, uno strumento privilegiato per osservare la realtà».
Con the hollow men, Palazzo Strozzi inaugura dunque non solo un nuovo spazio fisico, ma un nuovo orizzonte operativo: una chiamata diretta alla produzione e alla sperimentazione artistica, radicata nel contemporaneo ma aperta al futuro. E Cenci, con la sua visione inquieta e potente, lo abita in modo pieno, senza retorica, ma con una tensione autentica, fatta di domande senza risposta e forme che restano sospese, fragili e necessarie.



