UR-RA come infrastruttura del vivere insieme secondo Michelangelo Pistoletto. Parla il curatore Francesco Monico

Alla Reggia di Monza, UR-RA – Unity of Religions – Responsibility of Art non si presenta come una semplice retrospettiva, ma come un dispositivo complesso che intreccia arte, filosofia e responsabilità civile. La mostra, dedicata al lungo percorso di Michelangelo Pistoletto dagli anni Cinquanta a oggi, utilizza il linguaggio dell’arte contemporanea per mettere in scena un’idea di convivenza che non smussa le differenze, ma le assume come materiale di lavoro.

Sin dall’ingresso, il visitatore comprende che il percorso espositivo è solo una parte del progetto. La Pietra dell’Infinito nell’atrio – una soglia concettuale che aggiorna il Metrocubo d’Infinito del 1966 – non è un’opera da contemplare, ma un punto da cui iniziare a pensare. È il primo indizio di un allestimento che procede come una narrazione, ma che allo stesso tempo si lascia attraversare da domande: sul tempo, sull’identità, sulla spiritualità come tensione etica e non dogmatica.

Michelangelo Pistoletto Pietra dell’infinito ph Marco Beck Peccoz

L’interno della Reggia accoglie quaranta opere in ordine cronologico, dalle prime ricerche figurative al ciclo degli Specchianti, dove chi guarda è costretto a entrare nell’immagine, a farsi soggetto e oggetto della visione. È qui che l’idea curatoriale di Francesco Monico diventa più evidente: l’arte non è un altorilievo da osservare, ma uno spazio in cui misurare la propria responsabilità. La riflessione estetica, nella mostra, non può essere separata da quella etica.

Nel giardino, il grande Terzo Paradiso composto da panchine riciclate completa questa architettura di senso: una forma che appartiene a tutti, costruita con ciò che viene scartato, pensata come luogo di meditazione civile. Non un simbolo pacificato, ma un invito a riscrivere, con pratiche quotidiane, l’idea stessa di comunità.

Michelangelo Pistoletto La formula della Creazione Terzo Paradiso ph Marco Beck Peccoz

Ma UR-RA è soprattutto un processo: un anno di incontri interdisciplinari – su medicina, finanza, letteratura, educazione – e la futura Carta di Monza per l’Interreligiosità. La mostra diventa così una piattaforma, quasi un laboratorio istituzionale, che tenta di fare dell’arte una infrastruttura per ripensare il nostro modo di vivere insieme in un tempo dominato da polarizzazione, sfiducia e nuovi immaginari globali.

È in questo orizzonte che si colloca la curatela di Francesco Monico, che ha scelto di far convivere estetica e spiritualità come strumenti critici capaci di ripensare l’immaginario contemporaneo. Una curatela che non si limita a esporre opere, ma cerca di attivare un pensiero: sulla differenza, sulla cura, sulla responsabilità dello sguardo.

È da qui che parte la nostra conversazione.

Michelangelo Pistoletto c’è dio? si ci sono! ph Marco Beck Peccoz

UR-RA nasce come una mostra ma respira come un organismo politico e spirituale. Nel costruire questo percorso laico e plurale, qual è stato il punto in cui la curatela ha smesso di essere un gesto professionale ed è diventata un gesto etico?
C’è un momento, anche minimo, in cui hai capito che il progetto stava cambiando te prima ancora del pubblico?

Beh, il momento è stato quando si è deciso di utilizzare la spiritualità come basso continuo di una riflessione estetica. Ovviamente l’estetica è la dimensione con cui l’umanità e l’umano si raffigurano ciò che chiamiamo realtà, però dobbiamo accompagnarla a tensioni etiche, e la spiritualità permette proprio questo. Oggi, infatti, non si può prescindere dalla dimensione plurale della spiritualità, che mette in gioco una frizione tra modi diversi di vedere il mondo e obbliga a schierarsi, a prendere posizione e quindi ad assumersi una responsabilità.
Poi questo ritorna, perché Michelangelo Pistoletto nella sua opera ha sempre messo l’arte al centro della responsabilità, e viceversa: ogni artista, secondo lui, deve essere responsabile proprio perché, in quanto creatore, deve produrre opere che si assumono la responsabilità di ciò che stanno promulgando o realizzando.
Quindi è un meccanismo circolare che ha messo in moto una necessità dell’epoca: porsi domande etiche.

Michelangelo Pistoletto La mano celeste; scultura lignea Buddha ph Marco Beck Peccoz

Nel dialogo interreligioso che avete attivato la differenza non è un ostacolo, ma una condizione generativa. Come si cura un equilibrio così fragile e, soprattutto, qual è, secondo te, oggi il rischio più grande quando si parla di spiritualità?

È proprio quello che hai appena detto: è la fragilità che dà origine alla nostra verità, che ci permette di avere compassione per l’altro. Si cura attraverso l’incontro con la differenza, perché noi non siamo abituati. Per esempio, la scoperta che “compassione”, in arabo (rahma) e anche in ebraico (rachamim), è la stessa parola che si usa per dire “utero materno”, perché è l’utero che accoglie: accoglie senza dubbio e senza incertezza.
Allora basta cambiare i vocaboli, basta ridefinirli per cambiare il punto di vista sulle cose. La scoperta di comunità con altri immaginari – come può essere l’induismo, che peraltro è la più antica religione del mondo e ha dato origine anche alla filosofia greca, da cui arriva poi tutto il pensiero laico; o la grande tradizione educativa ebraica; o la relazione con la carnalità e l’iconismo del cristianesimo, in particolare cattolico; o ancora l’islam, con la sua dimensione metafisica e razionale e il suo aniconismo – ti fa vedere immediatamente come il mondo possa essere visto da punti di vista diversi e come sia necessario trovare un modo per andare d’accordo.
E qui c’è un grande cambiamento, che rappresenta il cuore dell’operazione filosofica su cui sto lavorando anche come professore di filosofia: è finito il Novecento e la modernità, che erano caratterizzati da un’ideologia e da una visione lineare del tempo che portava a una verità assoluta, l’epitome della tesi–antitesi–sintesi hegeliana. Questo sistema, pur rinnovandosi, produceva una verità.
Invece, nella trinamica di Pistoletto – la teoria concettuale dietro il Terzo Paradiso – non c’è mai una verità che si stabilizza: c’è sempre una relazione da curare, esattamente come in una coppia, dove non esiste un maschile che deve dominare un femminile o viceversa. Bisogna sempre lavorare sulla cura della coppia per il benessere di ciò che era l’oikos nomos, cioè la norma della casa. Quindi abbiamo un nuovo modo di vedere le cose: la cura, che è una grande tradizione della filosofia del Novecento, applicata all’idea stessa, che non è mai stabile. Un’idea che si affianca alle filosofie più avanzate, come le teorie concettualiste e la meccanica quantistica, e che rispecchia il mondo multiglobale in cui viviamo.
L’artista, con il suo sguardo divergente, guarda al futuro, e questa è una mostra proiettata interamente sul futuro, che utilizza la spiritualità come tensione etica per lavorare su un nuovo modo di concepire il pensiero.

Michelangelo Pistoletto installation view ph Narco Beck Peccoz

Gli Specchianti di Pistoletto obbligano chi guarda a entrare nell’opera, a farsi parte in causa. Da curatore, come immagini questa responsabilità dello sguardo? Cosa chiede UR-RA a chi attraversa le sale: osservare, riconoscersi o assumere una posizione?

C’è ancora tanta strada da fare, per cui la prima cosa è rappresentare la complessità degli immaginari che ci circondano e del mondo che già abitiamo, ma di cui non ci siamo ancora resi conto. Il primo messaggio di UR-RA è far vedere la complessità del mondo in cui viviamo. In questo senso, forse la sala più importante è quella del Terzo Paradiso delle religioni, dove, con un colpo d’occhio, vedi tutte le religioni, anche quelle finite o estinte, che però hanno lasciato una traccia, come il mito di Cibele.
Poi c’è tutto il discorso della concettualizzazione: questo nuovo modo di vedere le cose come relazione, e quindi nuovamente legato alla meccanica quantistica, e non come direzione e finalità.

Io lavoro sull’immaginario – prima ancora che da filosofo – e questa mostra cerca proprio di educare, attraverso l’arte, a un nuovo immaginario. L’arte come origine, come punto di partenza e di arrivo dell’immaginazione umana. Sono molto legato a un filosofo italiano, Giambattista Vico, che, da insegnante, ricordava come noi educhiamo i nostri ragazzi alla razionalità, che va benissimo per comprare casa, ma li lasciamo completamente analfabeti nella caratteristica più importante dell’essere umano: l’immaginario e l’immaginazione.
E ancora oggi siamo analfabeti nella gestione dell’immaginario. È per questo che è nata l’idea di rivolgersi alle religioni, perché le religioni sono un deposito degli immaginari di tutta la storia umana.

Michelangelo Pistoletto Le bandiere delle religioni ph Marco Beck Peccoz

La Carta di Monza per l’interreligiosità è uno dei traguardi più ambiziosi del tuo progetto.
Ti chiedo una cosa semplice e impossibile allo stesso tempo: che cos’è per te oggi la pace e come si traduce in una pratica culturale che non resti confinata in un museo, ma possa contaminare la città, la politica e i rapporti quotidiani?

La pace, paradossalmente, è una sorta di dialettica continua: non è conflitto, ma dialettica. Oggi viviamo dentro un sistema troppo ideologizzato, in cui la polarizzazione è diventata radicale. Bisogna invece saper fare una decostruzione continua e mettersi nei panni dell’altro, dell’alterità, sempre. Solo così si possono disinnescare aggressività e conflittualità.
Tutto si disinnesca quando ci si conosce: quando ci si conosce, crolla di colpo quell’aggressività, anche naturale, che purtroppo l’essere umano si porta dietro.
La pace – e qui Pistoletto ha assolutamente ragione – è una pace preventiva: la condizione sine qua non. È anche la condizione stessa della trinamica: per andare d’accordo con qualcuno che ha un’idea completamente diversa dalla tua devi porre la pace preventiva; non devi fare la guerra preventiva. Devi immaginare che l’assoluto sia non dover mai attaccare l’altro.

E questo è fondamentale. Io, peraltro, sono convinto che noi siamo animali dotati di una doppia evoluzione: esiste anche un’evoluzione educativa nella vita. Quindi al centro di tutto sta l’educazione, quella dei giovani: è fondamentale per creare un immaginario condiviso basato sulla pace preventiva.

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