Il 19 gennaio, Valentino Garavani, l’ultimo dei grandi couturier del XX secolo e “ultimo imperatore” della moda, è venuto a mancare nella sua residenza romana. Aveva 93 anni.
“Sono bravo solo in due cose”, disse una volta il leggendario stilista italiano: “disegnare abiti e decorare case”. Sebbene sia ricordato soprattutto per aver plasmato una nuova visione della bellezza che ha contribuito a definire il panorama della moda moderna, l’occhio di Valentino si estendeva ben oltre le passerelle. Per lo stilista, nato a Voghera ma stabilitosi a Roma dagli anni ’60, circondarsi di bellezza, che si manifesti in un Picasso, nel rito dell’apparecchiare la tavola o nel bagliore di un tramonto sul Mediterraneo, era la forma più alta di gratitudine per la vita stessa. La costante ricerca di bellezza si manifestava non solo con i suoi abiti, ma anche con la bella ossessione per l’arredamento e per il design.
La stupenda villa “di campagna” sull’Appia-Pignatelli, il Castello di Wideville, a Davron Crespières, vicino Parigi, acquistato nel 1995, residenza cinquecentesca con un parco annesso di oltre 120 ettari; il palazzo ottocentesco a Holland Park (Londra), nel cui salone la leggenda vuole si trovino cinque quadri di Pablo Picasso; lo Chalet Gifferhorn, dimora invernale a Gstaad; Palazzo Mignanelli, il labirinto affrescato nel cuore di Roma; l’appartamento di NY, un attico a Park Avenue.

Tutti questi ambienti, da Park Avenue a Holland Park, erano curati con ossessione maniacale: fiori sempre freschi, cuscini disposti secondo una geometria invisibile, tutto a riflettere un ordine superiore, quello del gusto assoluto. A completare il quadro, una collezione d’arte dal valore inestimabile, frutto di decenni di frequentazioni con artisti, galleristi, collezionisti ed aste. .
La sua collezione d’arte privata potrebbe rivaleggiare con quella di molti musei. Da Basquiat (e che Basquiat!) a Warhol, da Picasso a Bacon, le sue residenze sono piene di opere che riflettono quella ricerca della bellezza durata tutta una vita. Gran parte della sua multimilionaria collezione è custodita tra la dimora di Holland Park, a Kensington, e l’attico newyorkese.
Uno dei suoi quadri preferiti, custodito nella villa romana, è un rarissimo ritratto di donna del Bronzino, di cui si innamorò perdutamente, come rivelò in un’intervista ad Architectural Digest nel 2016.
“Dovevo avere quel quadro a tutti i costi. Ne ero pazzo. I quadri sono affascinanti, creano vibrazioni. Non è necessario che un quadro sia firmato da un grande maestro per esercitare una strana presa su di me. In Inghilterra ho appena comprato una natura morta fiamminga del XIX secolo, un cesto di ciliegie. Non riesco a smettere di guardarlo”.

Sebbene raramente sia visibile nella sua interezza, scorci tratti da interviste e fotografie delle sue case permettono di ammirare una collezione che va dai maestri del XVI secolo alle icone contemporanee.
New York, 1979. Il Studio 54 diventa il palcoscenico ideale per il lancio della prima linea di jeans di Valentino, un momento che oggi appare come una vera e propria fotografia mentale di un’epoca, fissata anche dagli scatti ormai iconici di Bruce Weber. È in quella notte, sospesa tra moda, musica e arte, che lo stilista entra in contatto diretto con il mondo della Pop Art americana, conoscendo Andy Warhol e un giovanissimo Jean-Michel Basquiat, allora ancora agli inizi ma già carico di una forza visiva destinata a segnare il futuro.
Nel 1980 è Warhol stesso a proporre di dipingere il ritratto di Valentino partendo da una Polaroid, uno dei supporti che l’artista utilizzava con maggiore continuità, dando vita a una serie di quattro dipinti. Valentino, inizialmente perplesso, chiede tempo, non li acquista subito e rimanda la decisione, salvo poi tornare sull’idea anni dopo, quando scopre che due opere sono già entrate nella collezione di un museo di Chicago, mentre le altre due, ancora disponibili, finiranno infine nella sua raccolta privata.
Il collezionismo, per Valentino, non è mai stato un gesto razionale o programmatico, ma un impulso quasi automatico, come lui stesso ha raccontato: «Quando vedi un bel dipinto, con bei colori, un Picasso o un Basquiat, cerchi di inserirlo nella tua collezione».
Tra i primi artisti collezionati c’è Lucio Fontana, di cui una straordinaria tela bianca della serie Attese, con otto tagli, è conservata nel suo appartamento di New York, mentre a Manhattan trovano spazio anche importanti opere di Richard Prince, a conferma di uno sguardo capace di muoversi con naturalezza tra avanguardia storica e cultura visiva contemporanea.
Overseas Nurse (2002), dalla celebre serie Nurse di Prince, viene acquistata nel 2008 per 8,4 milioni di dollari, stabilendo all’epoca un record d’asta per l’artista, e nella collezione figurava anche Mumbai, appartenente alla serie After Dark, a testimonianza di un interesse costante e non episodico per la fotografia appropriata e la sua ambiguità iconica.
Il rapporto di Valentino con il mercato dell’arte è tutt’altro che marginale e nel 2015 lo stilista prende parte a un’importante asta con un’offerta, poi superata, per Femme assise sur une chaise, il celebre ritratto di Dora Maar dipinto da Pablo Picasso, un episodio che restituisce la misura della sua presenza anche nei contesti più competitivi del collezionismo internazionale.
Picasso è forse l’artista più rappresentato nella collezione di Valentino, con cinque opere esposte nel salone della casa londinese, un grande ritratto nell’appartamento romano e altre due tele che si dice siano custodite sullo yacht T.M. Blue One, mentre il legame con l’artista passa anche attraverso Giancarlo Giammetti, storico socio dello stilista, che acquistò due Picasso direttamente dal sarto del pittore.

Nella casa parigina trova spazio un intenso ritratto di George Dyer firmato da Francis Bacon, un’immagine che restituisce tutta la tensione emotiva del rapporto tra l’artista e la sua musa, una relazione instabile e dolorosa che ha dato origine ad alcune delle opere più cariche di pathos del Novecento e che sembra dialogare profondamente con la sensibilità di Valentino.
Nella residenza sull’Appia – Pignatelli emerge invece l’universo surreale di François-Xavier Lalanne, rappresentato da un bar perfettamente funzionante a forma di toro, mentre un’altra creazione dell’artista, un ippopotamo-bar a grandezza naturale, è stata venduta all’asta a New York per 31 milioni di dollari, cifra record, e nelle diverse residenze dello stilista compaiono anche una poltrona a forma di coccodrillo e le celebri pecore di Lalanne che invadono il salone dello chalet di Gstaad.
Un ruolo del tutto particolare lo occupa Cy Twombly, con cui Valentino intreccia un rapporto che va oltre il collezionismo, quando nel 1968 l’appartamento romano dell’artista americano diventa il set di un servizio fotografico per Vogue dedicato alla Collezione Bianca, una serie di look total white firmati Valentino e immortalati da Henry Clarke, immagini destinate a diventare iconiche, mentre nello stesso spazio è conservata una magnifica “lavagna” di Twombly, oggi parte integrante della casa.
Ne emerge una collezione leggendaria, tanto quanto il suo ideatore, ricchissima, eterogenea e totale, capace di attraversare, includendo anche arredi antichi e design, oltre 500 anni di storia, una raccolta che non ha nulla da invidiare alle più celebri collezioni private del mondo, quelle che in asta superano il miliardo di dollari e alimentano i miti del mercato globale, una collezione stimata oltre il miliardo.
La differenza è che questa collezione l’abbiamo potuta vedere, osservare, quasi rubare con gli occhi, attraverso fotografie che ritraggono Valentino immerso in quel bello che lo ha sempre ossessionato e di cui questi capolavori sono stati parte integrante, non come trofei, ma come presenza quotidiana



