Valerio Berruti ha un’idea di bellezza essenziale, emotiva e archetipica, che prende forma attraverso figure infantili sospese nel tempo. Nato ad Alba nel 1977, Berruti ha scelto di vivere e lavorare a Verduno, nelle Langhe, trasformando un’ex chiesa del Seicento nel proprio studio. Una scelta non solo geografica ma esistenziale, coerente con il suo sguardo poetico e insieme radicato: un artista che guarda il mondo con occhi spalancati, ma partendo sempre da una dimensione intima, silenziosa, quasi liturgica.
Dopo essersi laureato in critica d’arte al D.A.M.S. di Torino, Berruti ha rapidamente conquistato l’attenzione della scena artistica contemporanea con uno stile unico, che coniuga affresco e tecnica del disegno, tradizione pittorica italiana e sperimentazione multimediale. Il suo linguaggio, fatto di linee pulite, campiture neutre e soggetti sospesi, si è evoluto negli anni senza mai perdere la centralità dell’infanzia come spazio simbolico e come luogo dell’identità originaria.
Dal Padiglione Italia alla Biennale di Venezia nel 2009 alla personale al Castello di Rivoli, fino ai progetti internazionali con musei e fondazioni, il suo lavoro ha toccato ambiti sempre più ampi, contaminandosi con la musica, il cinema, l’animazione, la scultura monumentale e l’arte pubblica. Collaborazioni prestigiose – con Ludovico Einaudi, Ryuichi Sakamoto, Paolo Conte, Daddy G dei Massive Attack – hanno dato vita a opere sinestetiche in cui suono e immagine crescono insieme, come organismi vivi.
Opere come “La giostra di Nina”, installazione interattiva che ha viaggiato tra festival e musei, o “Don’t let me be wrong”, l’ultima grande scultura presentata nell’ambito della mostra VALERIO BERRUTI. More than kids a Palazzo Reale di Milano – curata da Nicolas Ballario e in programma fino al 2 novembre 2025 – rappresentano l’apice di un percorso che unisce visionarietà e impegno etico. Perché per Berruti, oggi più che mai, l’arte ha un dovere: riattivare la memoria, risvegliare lo sguardo, mettere in discussione l’indifferenza.

In questa intervista, l’artista si racconta con sincerità, toccando temi centrali della sua ricerca: il valore dell’infanzia, il ruolo dell’arte nella società, il potere della bellezza come gesto politico. Ma anche i suoi prossimi progetti, tra cui una nuova scultura permanente nel mare di Cervia, e il desiderio di portare l’arte fuori dai musei, nelle piazze, nei moli, nei luoghi del quotidiano, dove chiunque possa incontrarla, senza mediazioni.
Nel sottotitolo “More than kids” si suggerisce una profondità simbolica nei tuoi soggetti infantili. Cosa rappresentano per te questi bambini?
Rappresentano noi, lo spettatore, chi li guarda. Sono delle metafore, degli specchi. Chi riesce a riconoscersi in loro diventa parte del processo creativo. Non sono bambini in senso anagrafico, ma simboli collettivi.
Parli spesso dell’infanzia come luogo di appartenenza comune. In tempi complessi come quelli attuali, qual è, secondo te, il potere dell’arte di tornare a quel punto di origine?
Il mio intento è cercare di creare opere che siano un monito: ricordarsi com’eravamo da piccoli. Quando due bambini litigano e uno fa male all’altro, smettono. Non vanno avanti a massacrarsi. Ci sono valori insiti nell’essere umano più forti della politica, ma ce li dimentichiamo e finiamo per accettare cose ignobili e assurde che un bambino non accetterebbe mai. Se qualcuno, visitando la mostra, riscopre quello spirito infantile, per me è già una vittoria.

“La giostra di Nina” e “Don’t let me be wrong” sono due opere centrali della mostra. Come dialogano tra loro e cosa rappresentano per te?
Sono due opere fondamentali della mia carriera. “La giostra di Nina” è forse la mia prima grande opera monumentale e interattiva. È nata nel 2018 e l’ho esposta in vari contesti, ma a Palazzo Reale l’ho integrata, ampliata. Le linee che si staccano dal perimetro e volano via sono un’aggiunta nuova. Ho anche modificato la velocità della giostra: qui gira molto più lentamente, quasi come un carillon. “Don’t let me be wrong” invece è la mia ultima grande installazione. È alta sette metri, pensata per essere fruita sia dall’interno che dall’esterno. La colonna sonora è stata composta da Daddy G dei Massive Attack con Stew Jackson, ed è incredibile per me, perché i Massive Attack sono un mio punto di riferimento da sempre.
C’è anche un aspetto tecnico che amo: nonostante le dimensioni, è smontabile e trasportabile in due giorni. Non è vincolata al terreno, è autoportante. È un’opera nomade, e questa caratteristica la rende rara. Le grandi installazioni solitamente sono fisse, saldate nel luogo dove vengono esposte. Questa, invece, è come un grande LEGO: si smonta e torna in un container. Mi piace che possa viaggiare.
La tecnica dell’affresco, molto antica, si fonde con media moderni come l’animazione e l’installazione. Come nasce questo dialogo tra tradizione e contemporaneità?
Nasce da me, dalla mia formazione. Sono sempre stato appassionato di arte classica, Giotto, Michelangelo, Raffaello… E vivendo in Italia, quegli affreschi ce li abbiamo nel DNA. Anche nel più piccolo paese delle Langhe trovi una chiesetta con un affresco sulle pareti.
Da bambino mi affascinava questa idea del muro disegnato che diventava tela, che invecchiava, che perdeva pezzi con le muffe. Ho voluto trasportare quel sentimento nei miei lavori contemporanei, portando il linguaggio dell’affresco nelle mie tele e jute, attualizzandolo.

Il cambiamento climatico è un tema centrale in alcune delle tue opere recenti. Come riesci a trattare un tema così attuale con un’estetica apparentemente delicata?
Io ho sempre visto i miei bambini come attori che recitano un testo che io scrivo per loro. In questo caso, fanno emergere preoccupazioni che ho io, e che credo dovremmo avere tutti.
Il fatto che siano bambini li rende quasi “immuni” al giudizio. Se dicessi le stesse cose attraverso un adulto, il pubblico potrebbe attribuirgli un’appartenenza ideologica, politica. Ma un bambino non ha sovrastrutture, non ha ancora assimilato preconcetti o filtri culturali.
Così facendo, il messaggio passa in modo più diretto e autentico. I bambini diventano ambasciatori. E la cosa bella è che le persone lo capiscono: ricevo messaggi da chi visita la mostra e coglie proprio questo.
Molti dei tuoi lavori hanno una dimensione pubblica e partecipativa. Che ruolo deve avere oggi l’arte nella società?
Non ho la presunzione di dire cosa debba fare l’arte in generale. Posso dire cosa fa la mia. Io sento oggi l’urgenza e la responsabilità di usare la mia arte per dire delle cose. Non tutti devono avere questa esigenza, ci sono artisti che stimo tantissimo e non trattano temi sociali o politici.
Ma io, avendo la possibilità di parlare a tante persone, sento il dovere di farlo, altrimenti mi sembrerebbe di perdere un’occasione. È un po’ come avere un microfono in mano: puoi usarlo per dire qualcosa che conta, oppure no.
Avere un palco importante come Palazzo Reale implica una responsabilità: ecco perché sento il bisogno di portare certi messaggi.

Hai collaborato con artisti come Ludovico Einaudi, Daddy G, Paolo Conte, Ryuichi Sakamoto… La musica nelle tue opere è parte integrante. Come nascono queste collaborazioni?
Con ogni artista il processo è diverso, ma in comune c’è sempre il fatto che non si tratta mai di una “colonna sonora” classica, fatta dopo. Tutto nasce insieme.
Io mostro i primi spezzoni dell’animazione, loro mi mandano una proposta musicale. Poi io vado avanti ispirato da quella musica e modifico l’animazione. È un dialogo.
Con Sakamoto, per esempio, ci siamo scambiati 35 versioni diverse prima di arrivare alla definitiva. Con Samuel dei Subsonica abbiamo lavorato insieme in studio al montaggio. Con Rodrigo D’Erasmo, per “Lilith” la bambina che sembrava avere incubi, ho cambiato la sequenza, aggiunto sessanta disegni per rallentare il movimento.
Ogni collaborazione ha la sua storia. Ed è bello perché non c’è uno standard, ma un rapporto umano oltre che artistico.
Hai già in mente nuovi progetti?
Sì, l’8 agosto inauguro una nuova scultura monumentale permanente a Cervia, davanti a Milano Marittima, proprio sul molo. È una sirena, collocata in mezzo al mare, inserita in una scogliera, con il mare che la circonda a 360 gradi, rappresenta un’idea di sospensione, un richiamo poetico al bisogno di salvarsi, ma anche di osservare, in silenzio, quello che ci circonda. Questa scultura per me è importante perché continua il mio percorso di arte pubblica, di opere accessibili, visibili da tutti, senza mediazioni. È un’opera che non ha bisogno di biglietti o cornici. La puoi incontrare anche per caso, passeggiando. Mi interessa sempre di più fare lavori che vivano in luoghi pubblici, che parlino a tutti, non solo a chi frequenta i musei o le gallerie.

Secondo te, quindi, l’artista dovrebbe sempre pensare alla fruizione pubblica delle proprie opere? Come accadeva un tempo nelle chiese?
Secondo me sì. Esporre solo in musei o gallerie significa parlare al 3% della popolazione. L’opera pubblica restituisce verità, coinvolge chi non ha familiarità con l’arte contemporanea. Non c’è nulla di male a restare nelle “cattedrali” dell’arte, ma è importante anche uscirne.
Penso alla mia opera ad Alba: bellissima, ma fissa. Per vederla devi andare lì. Invece con “Don’t let me be wrong” ho voluto creare una scultura che può viaggiare, essere montata altrove, essere abitata dal pubblico, attraversata fisicamente.
È raro avere opere monumentali che si possano muovere. Sarebbe bello se, come succede per i film o la musica, anche le grandi opere d’arte potessero spostarsi nel mondo. Così da raggiungere più persone.
Speriamo che questo accada, perché fare arte oggi dovrebbe voler dire anche portare la bellezza e il pensiero dove non ci si aspetta di trovarli






Trovo importante che nella attualità l’arte sia fruibile a contatto col grande pubblico non solo con la musica ma anche con le arti visive. Per cui ben venga i messaggi che gli artisti si pongono per migliorare il genere uman.