Vanni Cuoghi: “Vi racconto la mia Val d’Aosta, tra boschi, montagne ed erbari fantastici”

Lo avevamo visto nella mostra curata da Rossella Moratto e JoyKix allestita da Subplace a Milano, dove aveva ricreato un mondo in miniatura ispirato all’hortus conclusus e a Lilliput. E poi a Bergamo, nella chiesa di Santo Spirito, con un’installazione di foglie giganti di salvia, realizzate in legno sagomato e dipinte a olio con la tecnica del trompe-l’œil che dialogava con il celebre Polittico della Pentecoste del Bergognone. E oggi, nel pieno dell’estate italiana, lo ritroviamo pronto con tante sorprese: mostre, s’intende.

Lui è Vanni Cuoghi e siamo andati a trovarlo nel suo buen retiro estivo a Ollomont, in Valle d’Aosta, dove ci ha accolto con un vinello fresco immersi in una splendida cornice: il paesaggio che dal giardino di questo posto del cuore (un hortus conclusus, ci verrebbe da dire) si apre agli occhi. “Il cielo stellato sopra di me e un prato fiorito dentro di me”, tanto per storpiare Immanuel Kant. Ollomont è un gioiello alpino a 1335 metri, un comune bello e selvaggio, poco frequentato dai bipedi umani, immerso in una conca verde e soleggiata e circondato da maestose cime montuose su cui domina il Grand Combin. Ed è qui, con il Maestro, come lo chiama Marta l’assistente milanese dalle splendide trecce, che abbiamo fatto 4 chiacchiere a metà fra l’arte contemporanea e l’Alpitour.



“Sto preparando un po’ di mostre”, ci dice mentre sua moglie Erica è assorta nella lettura di un libro, “una residenza sulle alture di Genova il 30 agosto nel giardino di Carla Iacono per una mostra a cura di Livia Savorelli: un erbario fantastico, “Herbaria Misterica. Trattato su piante improbabili”, una serie di piante ad acquerello dal potere curativo, perfette per le malattie dei tempi d’oggi. Alcuni pensano che il mio sia un mondo favolistico senza aderenza alla realtà ma non è affatto così. Le mie sono divagazioni, un respiro in mezzo all’angoscia,  come delle piccole oasi. Ho accantonato l’ironia perché  penso che di questi tempi ci sia ben poco per cui stare allegri. Poi ho in preparazione “Germinale” nel Monferrato il 12 settembre, a cura di Francesca Canfora, un’installazione nell’abside  della chiesa romanica di San Michele a Moleto di Ottiglio. Il 2 ottobre invece presenterò da Black Box in via Voghera a Milano l’installazione che hai visto a Bergamo nella chiesa di Santo Spirito: la mostra si intitola All’ombra di un vaso di fiori e di una pianta di salvia, a cura di Enrico Corelli e oltre all’installazione presenterà quattro opere inedite a parete”.

Fermi tutti, come direbbe Cruciani, torniamo un attimo a valle, cioè qui a Ollomont: non è che in mezzo a tutto questo tramestio di mostre un giorno molli Milano e ti trasferisci nel tuo buen retiro una volta per tutte?

L’idea della fuga non mi appartiene. E’ stata un’emergenza visiva, dopo il Covid avevo bisogno di paesaggi e cieli sconfinati. Con Erica abbiamo comprato questa casetta, con un grande giardino senza recinzioni da cui guardare le vette del Grand Combin. E’ spartana, ma è il luogo in cui mi riapproprio delle cose più semplici e dove guardo le cose da un altro punto di vista: la montagna ti dà questa possibilità. Ho solo il bisogno di fare il pieno di natura e di immagini, non credo che mi trasferirò qui, almeno non in questo momento: Milano è la mia città e voglio essere “al centro della pugna“.

E quindi, risalendo dalla valle al cimento delle mostre, cos’altro bolle in pentola per il dopo estate?

Ilaria Bignotti mi ha invitato al MOCA di Brescia, dove il 4 ottobre porterò tre opere sul tema del jeans e infine il 1 novembre a Ravenna una bipersonale con mio papà: “Nel nome del padre e del figlio“, da Pallavicini22.

That’s alla folks. Ma il tuo lavoro d’arte cambia in qualche cosa quando stacchi dalla città e ti rifugi qui a Ollomont?

Sì, cambia perché uso tinte più luminose.  Cerco la luce, voglio che le cose siano più a fuoco. E’ questa qualità dell’aria e della luce, che mi fa fare le cose più precise. Ollomont è a 1300 metri e da qui vedi che le figure si stagliano nel cielo, le montagne sono come tagliate dalla luce.

Domanda di un Beluffi di 13 anni fa che fu il titolo di un reportage con cui interrogò, sulla sua rivista garibaldina, critici e galleristi: l’arte è cosa utile?

L’arte è assai inutile ma se non ci fosse la vita sarebbe di una tristezza infinita. Naturalmente mi riferisco a quell’arte che è come una cartina di tornasole con cui mi confronto ogni giorno.

E a proposito di quotidianità, com’è il tuo rapporto con Ollomont e i suoi abitanti? Come si svolge la tua giornata in montagna?

E’ un paese isolato, c’è un bar che vende dai chewing gum agli pneumatici e chiude alle 18 d’estate come d’inverno. Non c’è molto altro. Ci sono tre chiese medievali e per quanto riguarda il mio rapporto con gli abitanti, beh non esiste, frequento solo il  mio amico Michele, il falegname,  sua moglie Simona e Paolo, un avvocato di Genova che dipinge quadri molto belli, poi certo vengono gli amici a trovarmi ma non è che abbia rapporti con gli abitanti di Ollomont.

Sei in partenza per il Giappone. Cosa pensi che troverai lì?

Non lo so. Se faccio un viaggio, cambiano le mie abitudini. E’ vitale. Un posto così lontano comporta  nuove abitudini, nuovi modi di pensare, ma non sono attratto dalla cultura orientale: io sono permeato di cultura occidentale e lì non andrò certo per le stampe giapponesi, però chissà, magari al ritorno porterò con me qualcosa di nuovo. Non cerco nuovi stimoli per l’arte e non penso che questo viaggio influirà sul mio modo di fare arte, però cambiare abitudini e visioni è giusto e vitale. Ma so già che al ritorno continuerò a bere a colazione caffè con zucchero e miele e a mezzogiorno pasta al ragù!

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