Era il 22 agosto del 1984 – l’agosto di quarantadue anni fa – quando su quella che un tempo era la terza pagina del Corriere della Sera, il più grande quotidiano italiano, usciva un articolo di Giovanni Testori, lo scrittore, il drammaturgo, il poeta dalla voce inconfondibile, palpitante e carnale, e dalla vocazione popolaresca e a tratti drammatica come una spaventosa discesa infernale (quello che un altro gigante della letteratura italiana di quegli anni, Alberto Arbasino, definì “un visionario che ci mette di fronte alla verità scomoda della nostra esistenza”); oltre che – neanche troppo occasionalmente – critico, studioso e appassionato d’arte, scopritore in tarda età di talenti a volte anche giovani e giovanissimi, altre volte già maturi ma mai considerati dalle cronache modaiole e ignoranti delle avanguardie più à la page; ebbene, era il 22 agosto del 1984 quando un articolo fece scoprire a tutt’Italia quello che lo scrittore lombardo definì un “ignoto genio, o servo servilissimo della dea pittura”, rimasto fino a quel momento nascosto e misconosciuto sulle rive del Lago di Como: anzi, non genericamente del lago, ma “di quel ramo” (così Testori, citando evidentemente il Manzoni), e precisamente “sul fondo; poco prima che curvi verso Piona; quanto dire, a Bellano”: borgo abbarbicato intorno alla sua attrazione più celebre, l’Orrido (nome e concetto che paiono già di per sé testoriani), battuto il più delle volte da un vento, il bellanasco – “Da dove prenda nome”, scrive Testori, “dato che il borgo l’abbiam rammentato, è fin troppo facile scoprire; ma, conoscerlo! E, poi, goderlo!” – quasi che anche il vento che lo colse nell’andare a scoprire tale pittore, a suo dire straordinario quanto a talento e capacità, ma misconosciuto e nascosto sulle rive del lago, avesse qualcosa a che fare con la modalità dello stendere il colore di costui, così drammatica, viscerale, corrusca, anzi, per dirla sempre con Testori, “sontuosa e trionfante di sughi, succhi, rapine cromatiche, carnali ascendenze e debordante, sempre, di fiumi di rose, di peonie e di sangue”.

Era partito infatti, lo scrittore dell’Arialda, del Fabbricone, della Maria Brasca e del Ponte della Ghisolfa, verso Bellano, spinto soltanto dalla vista della fotografia di un quadro, avuta tra le mani per caso (non esistendo internet, ai tempi dovevi per forza aver qualcuno che ti portasse una fotografia, magari in bianco e nero, per conoscerne la pittura), che raffigurava un coniglio squartato; e, arrivatovi, vi aveva trovato quella che per lui fu un’epifania di colori e di segni e di vita e di palpitante vitalità (“ciò che la fotografia ci aveva lasciato leggere e presagire”, scriveva ancora sul Corriere, “s’accese, gorgogliò, come se, estratta dal frigidaire, la bestia fiorisse tutta del sangue che gli alti gradi avevan impietrito e raggelato. Sangue, sì; o, più che sangue, rubini; e, tra i rubini, le viole; soprattutto là dove la tumefazione della martoriata creatura aveva passato il limite; o dove più le mani assassine avevano infierito…”): e in un istante fu persuaso che, quella di quell’ignoto bellanese, che di nome faceva “Vitali Giancarlo, classe 1929; scritto così, come nei registri delle nascite” (è sempre Testori a parlare), fosse “pittura da toccare, d’amare, e da cui lasciarsi toccare, abbracciare, amare”; e che, quel pittore solitario, figlio di pescatori, dal cognome “lecchesissimo”, ma “planato una sorta di meticciato bergamasco, per via materna”, che, “per vivere era costretto a venderla, la dea [pittura], e a farsi esecutore forzato d’una serie infinita di dipinti eseguiti su comanda; fino a dieci, quindici al giorno; per il pane e companatico suo; e della famiglia”, era assolutamente necessario “cavarlo, in qualche modo, dal buio; dal silenzio; dal nulla”. E così, difatti, avvenne.

Dopo di lui, furono in tanti, da Roberto Tassi a Marco Vallora a Vittorio Sgarbi, ad amare visceralmente il segno e il colore di questo pittore dal talento straordinario e mai domo, che dalle case e dalle strade del suo paese, Bellano – divenuto nel frattempo celebre per un altro bellanese illustre, suo omonimo benché non imparentato con lui, Andrea Vitali, medico del paese e autore di gustose e spesso piccanti avventure di provincia, che in breve tempo spopolarono nelle cronache letterarie italiane, ambientate rigorosamente tra le viuzze, le rive e le chiese e le poche piazze del borgo: piccolo, sì, ma caratteristico per l’ingombrante e massiccia struttura di un vecchio cotonificio che sembra quasi appoggiarsi all’Orrido, con le sue correnti e le sue cascate, e tuttavia dotato, il borgo, di “un porto che non avrebbe sfigurato sulle rive di qualche mare e che era un andirivieni continuo di comballi che andavano su da Como o di barcarozzi che venivano giù dall’alto lago scaricando merci che poi da lì partivano alla volta delle valli che stavano alle spalle del paese”, come scrive appunto l’altro Vitali, Andrea, in uno dei suoi libelli divenuti tutti nel frattempo best seller; da questo borgo, e da queste strade, dunque, Vitali, il pittore, si spostò sempre di poco e non intesse relazioni che con pochi, se non pochissimi, al di fuori della sua zona e della provincia, ma con la pittura si cimentò sempre, in maniera instancabile, sincera, drammatica, viscerale, dipingendo, con pennellate intense e luminose e sapute, la vita stessa del borgo, della sua gente, i suoi tic, i suoi tratti, le sue stramberie anche, finendo a farne quasi una comédie humaine che, non a caso, il figlio Velasco, oggi, paragona nientemeno che alle grandi saghe ottocentesche dei romanzieri francesi come Gustave Flaubert o Honoré de Balzac, cantori, anch’essi, dei tic e dei vizi e delle virtù della vita di provincia.

Ed è il figlio, oggi – scomparso nel frattempo il padre Giancarlo nel 2018 – (lo stesso figlio che, allora pittore in erba, anzi, come lo definì Testori, che contribuì poi a scoprire anche lui, allora giovanissimo, “massimamente disegnatore”, fece da filo conduttore perché il padre e Testori si conoscessero e venissero in contatto), a pilotare e dirigere una grande azione di riscoperta e di risistemazione del lavoro del padre, proprio in quel di Bellano, con la costituzione prima di un’associazione (ArchiviVitali) che riunisce, conserva, tutela e promuove non solo il corpus del lavoro del padre, ma anche quello dello stesso Velasco (divenuto col tempo artista noto su tutto il territorio nazionale, e non solo, con mostre e partecipazioni in importanti musei e istituzioni museali), ma anche dell’omonimo Andrea, lo scrittore, anch’egli noto e apprezzato in tutta Italia per la sua scrittura e i suoi romanzi (il critico letterario Antonio D’Orrico lo ha spesso definito “uno dei migliori narratori italiani”, che “sorpassa con la sua levità Guareschi”); poi a costruire un intero museo dedicato proprio alla memoria del padre, che è anche spazio espositivo e polo culturale permanente situato proprio nel cuore di Bellano.
Nell’intervista che segue, realizzata tra le strade e i luoghi espositivi che stanno trasformando Bellano in un luogo di fervente e ricca attività d’arte e di cultura, Velasco ci parla del Museo Giancarlo Vitali e del più vasto progetto BAC – Bellano Arte Cultura, la cui direzione artistica è stata affidata alla storica dell’arte Chiara Gatti, che guida anche, insieme allo stesso Velasco, le attività del Museo.

Velasco, partiamo dall’inizio. La genesi del museo sembra un caso raro di politica, comunità e iniziativa privata che si incontrano. Come nasce davvero il Museo Giancarlo Vitali?
Nasce da una “provocazione” del sindaco durante la campagna elettorale. Aveva detto che il Comune aveva a disposizione lo stanzone dell’ex Circolo Lavoratori — luogo identitario per Bellano, memoria di generazioni — e che lì si sarebbe potuto pensare a uno spazio per gli artisti bellanesi. Io, invece di polemizzare, ho pensato: proviamo a farne qualcosa di serio, non l’ennesimo contenitore vuoto. L’anno prima avevo curato la grande mostra di mio padre a Palazzo Reale (2017). Nel 2018, nell’anno della scomparsa di Giancarlo, abbiamo organizzato la mostra Lo strano colore del rosso allo spazio Circolo, appena restaurato e restituito alla comunità.

Il titolo era preso da una poesia di Borges, La pioggia, dove si parla di “uno strano colore del rosso”: un riferimento a un colore che è stato matrice identitaria nella pittura di mio padre e, insieme, a un fiore, la rosa. Ho invitato una trentina di artisti e architetti italiani e internazionali — da Mario Botta a Ugo La Pietra, da Bazan a Mattotti, da Scianna a Toscani, fino a una rosa in cera di Alik Cavaliere e a due gigli disegnati da Testori, che fu il grande interprete di Giancarlo. L’idea nacque da un acquerello che l’architetto Jan de Vylder mi inviò il giorno stesso della morte di mio padre: tre pagine di quaderno in cui lo stesso fiore evolve, si modifica. Era insieme un atto di umiltà e un invito a rinascere: accettare le cose per quello che sono, ma anche ripartire da un seme, semplice come un fiore che sboccia. Quella mostra, che inaugurava il progetto Dilaghée, fu un modo per trasformare il lutto in un’occasione di apertura e di futuro, e per dire che anche a Bellano poteva nascere qualcosa di grande. Era dicembre, freddo tremendo, ma tutti sono venuti. Quella serata ha dato credito a un’idea: a Bellano si può fare cultura vera, non folklore. Da lì, per cinque-sei anni, mi sono sobbarcato due mostre l’anno, tutte pensate con un principio semplice: la storia e la memoria non sono paralisi, sono generatori di idee per il presente.

Che cosa significa, per te, “attivare” un territorio come questo attraverso l’arte contemporanea?
Che le mostre non siano esportabili a caso. Devono nascere qui o avere un legame chiaro con qui. Un esempio recente, di questo giugno, è la mostra Salto nel vuoto, concepita a partire dall’Orrido di Bellano. Quel canyon scavato dall’acqua nei secoli è diventato il punto di partenza per tre sezioni diverse: Gianni Maimeri, che da ragazzo si era chiuso dentro un piccolo orrido lombardo a dipingere e a farsi fotografare nudo sotto le cascate, in pieno spirito naturista di primo Novecento; Agostino Iacurci, che ha ironizzato sull’‘orrido’ contemporaneo fatto di nanetti da giardino e paperini reinventati; e infine gli scarti della Fonderia Battaglia, cassoni pieni di bronzi non finiti o mai ritirati, presentati come la versione estrema dell’orrido, lo scarto che diventa materia estetica. L’Orrido, in questo senso, non è solo cornice naturale, ma dispositivo concettuale: un luogo che racconta il vuoto come possibilità generativa, come spazio da cui far nascere nuove forme. Oppure il progetto con Mantero sul grande archivio di Ken Scott, il pittore newyorkese scoperto da Peggy Guggenheim e poi divenuto stilista visionario in Italia. A Bellano abbiamo riportato in vita una parte sorprendente della sua produzione: tempere inedite intorno al tema del cibo, come un ciclo di pizze dipinte che nessuno aveva mai visto, insieme alla ricostruzione del suo ristorante milanese Eats & Drinks, il primo vero ristorante griffato, inaugurato nel 1969. Era un modo per restituire a Ken Scott la sua natura di anticipatore radicale, capace di trasformare persino la pizza in icona pop. In un piccolo spazio di provincia è riemersa la portata internazionale di un artista che, prima ancora di diventare designer, fu pittore, performer e genio dell’immaginazione.

C’è stato anche un lavoro di alleanze sul lago. Unire le sponde non è scontato…
Infatti. Con Luca Beatrice abbiamo curato VOLTI. La pittura italiana di ritratto nel XX secolo, che abbiamo realizzato nel 2023: metà mostra a Bellano, metà a Villa del Balbianello, del FAI. È stata l’unica volta in cui il FAI ha condiviso una mostra in quella sede. Era un progetto imponente, oltre sessanta opere, che per la prima volta ha messo in dialogo due sponde del lago: lo Spazio Circolo di Bellano e Villa del Balbianello del FAI a Tremezzina. A Bellano abbiamo allestito una grande quadreria, una stanza piena di presenze, volti che ti guardavano e con cui ti misuravi direttamente; a Balbianello invece i ritratti si sono inseriti negli ambienti storici della villa, accanto a libri e stampe, amplificando quella bellezza già unica del luogo. Nel percorso c’erano Previati e De Chirico, Savinio e Pistoletto, Ontani e Paladino, fino a Francesco Vezzoli. Era un modo per leggere il ritratto non come genere marginale, ma come strumento di indagine politica, sociale, psicologica lungo tutto il Novecento. Per me, anche un omaggio indiretto a mio padre, che del ritratto aveva fatto uno dei temi più costanti. Ma soprattutto un’occasione per dimostrare che sul lago si può proporre una mostra di livello nazionale, con la stessa dignità delle grandi città, e che addirittura il FAI — che non aveva mai aperto Balbianello a un progetto d’arte contemporanea — ha accettato di farlo in condivisione con noi. È stata una scommessa, e il successo ha confermato che il lago, se messo in relazione, può diventare un laboratorio vero.
Questa è la preistoria del museo. Quando diventa istituzione?
Quando il lavoro smette di essere un exploit e diventa struttura. Oggi il Museo Giancarlo Vitali è un progetto compreso dall’amministrazione: la persona che lavorava con noi è stata assunta all’Ufficio Cultura, i custodi sono dipendenti comunali. Il museo è “affare comunale” nel senso più virtuoso. E soprattutto fa parte di un disegno più ampio: non un museo nel paese, ma fare del paese un museo. Con un biglietto unico entrerai all’Orrido, al Museo Vitali a Palazzo Lorla, all’ex chiesa di San Nicolao (riaperta come spazio per la contemporanea), e al Parco Lorla che riaprirà come giardino delle sculture. Un percorso di circa 1,2 km: cammini, ti fermi, bevi, mangi, torni. Si chiama BAC – Bellano Arte Cultura. Noi, come ArchiViVitali, facciamo da garanti e consiglieri, senza autoreferenzialità: ci siamo costituiti ETS (Ente del Terzo Settore, ndr), con un consiglio, una governance pubblica. La donazione della famiglia al Comune — tra cui l’intero corpus incisorio e i quadri storici — è stata l’innesco. Il “regalo”, lo dico sempre, non siamo noi: il regalo è Giancarlo.

Parliamo di allestimento. Palazzo Lorla è settecentesco; dentro, però, è uno spazio sorprendentemente contemporaneo.
Il restauro è stato accurato; la riprogettazione degli interni l’hanno firmata i miei figli, Rocco e Oliviero Vitali, giovani architetti. Hanno osato: pareti mobili geometriche, una quinta riflettente che sdoppia la prima sala, tagli e prospettive che reagiscono ai dipinti. È un allestimento-reagente: non “descrive” l’opera, la mette in stato di tensione. In prima sala rientri nella sfera intima: Germana (1955), mia madre, l’Autoritratto del ’46 di un ragazzo di 17 anni che dipingeva “fuori dal mondo”, subito dopo la guerra… Bianco e nero di sciarpe e pavimenti che rimandano alle pietre del borgo. In seconda, una struttura circolare per fiori e animali – conigli, uccelli – accanto alle bande musicali di Bellano, i concerti: la vita popolare filtrata dalla pittura. E poi il corridoio con nature morte e tavole sparecchiate, fino all’ultima sala: da un lato i girasoli già appassiti, dall’altro i corpi squartati (Toro squartato IV, 1984, oltre due metri).

Vegetale e animale messi a confronto come vittime della nostra voracità. Nel giardino ho dipinto io un murale, Uccelli al museo, come omaggio a mio padre e all’ultimo proprietario, Agostino Lorla, che teneva aperte le finestre perché gli uccelli potessero entrare. nel giardino del museo ci sono anche alcuni piccoli alberelli rossi in metallo. Non sono semplici elementi decorativi, ma frammenti di Foresta Rossa, un progetto che avevo realizzato nel 2012 tra la Triennale di Milano e l’Isola Madre, sul Lago Maggiore. Lì avevo immaginato una città fantasma: alla Triennale con centinaia di cani randagi in cera rossa che ne abitavano la pianta urbana, sull’Isola Madre con una salita di ventuno alberelli arrugginiti, dipinti di rosso, che evocavano una foresta simbolica. Era un lavoro sul destino delle città abbandonate, sulla precarietà del paesaggio e sulla sua capacità di rigenerarsi. Portarne oggi alcuni esemplari a Bellano significa riportare qui quella riflessione: il rosso come allarme e rinascita, la natura come memoria viva. Non un giardino arredato, ma un pezzo di un racconto più ampio che continua.
Velasco, io ho conosciuto tuo padre tanti anni fa, ma in maniera tutto sommato fugace. L’ho visto lavorare in studio, e ho potuto vedere e apprezzare il suo straordinario talento e la sua pittura coltissima e intensa. Vuoi raccontare tu chi fosse, in sintesi, Giancarlo Vitali, come artista e come uomo? E come si legge oggi la sua pittura dentro questo dispositivo?
Era un autodidatta radicale, fuori dai circuiti, ossessivamente fedele al suo sguardo. La sua officina è Bellano: il paese come repertorio di volti, caratteri, storie. Io lo paragono a Flaubert: usa i personaggi “a suo uso e consumo”, finge di partecipare ma resta nel territorio dell’opera, non del documento. Al tempo stesso ha una bussola ferma: i grandi della storia dell’arte — Goya, Rembrandt, Velázquez. Mai l’attualità del contemporaneo come moda; sempre la tradizione come materia viva. In mostra tutto questo si capisce: il rigore compositivo, la luce caravaggesca su una bottega, la commedia umana di testoriana memoria (Testori, per lui, fu decisivo), la serialità delle figure che ritornano e si trasformano. Per anni il suo collezionismo è rimasto confinato in un asse Sondrio–Milano, senza andare oltre. Era un radicamento molto forte, quasi provinciale nella distribuzione, che però racconta anche la sua vita e i suoi rapporti. Quando lo dislochi – Palazzo Reale, oggi il museo, le letture critiche e i riconoscimenti internazionali: dal sostegno letterario di Antonio Tabucchi alla curiosità di Peter Greenaway, fino all’analisi più propriamente storico-artistica di David Anfam, che ha scritto testi fondamentali su Apollo e The Burlington Magazine – cambia la percezione: capisci che quell’apparente localismo è, in realtà, un alfabeto universale.

Poco fa mi hai detto che il progetto è quello di “fare del paese un museo”: al di là della formula, come si traduce in pratica?
Innanzitutto con un sistema. Un biglietto unico, orari coordinati, personale formato, comunicazione unitaria sotto BAC – Bellano Arte Cultura. Orrido, Museo, San Nicolao, Parco Lorla: non quattro isole separate, ma una costellazione. E poi programmazione: oggi San Nicolao ospita Marina Apollonio, con un lavoro ottico-cinetico che sorprende anche chi non conosce quel linguaggio. È un progetto curato da Chiara Gatti, che lega la forma primaria del cerchio alle geometrie del borgo, producendo cortocircuiti sensoriali capaci di trascinare il pubblico dentro un’esperienza. Domani altri artisti e altri strumenti, perché la sfida è far dialogare il contemporaneo con la memoria di Giancarlo e con l’identità stessa del paese. Bellano non vuole limitarsi a custodire il passato, ma costruire un sistema vivo, che genera continuità e apre prospettive nuove.
La chiesa di San Nicolao oggi ospita anche le opere in rame di Danilo Vitali, fratello di Giancarlo. La vostra sembra una storia familiare che attraversa più generazioni, quasi a farsi metafora della continuità tra passato e presente…
Sì, San Nicolao custodisce in modo permanente il lavoro di mio zio Danilo: 41 sculture in rame che ricreano un vero e proprio giardino dell’Eden, popolato da frutti, animali, pesci. È un immaginario che nasce dalla vita quotidiana e dal mestiere dei pescatori (anche mio zio Danilo, come il nonno, era pescatore), trasformato in allegoria. Accanto ai quadri di Giancarlo e ai progetti dei miei figli architetti, le sue opere completano un racconto che è insieme familiare e corale. Non è solo la storia dei Vitali, ma un riflesso di Bellano: un paese che ha radici profonde e che, attraverso l’arte, si reinventa in ogni generazione.
In questo contesto ha un ruolo anche la tua ricerca pittorica: paesaggio, natura, precarietà. Che dialogo hai con Bellano, oggi?
All’inizio facevo paesaggi del lago con orizzonti specchiati: sembrava un omaggio fiammingo, in realtà interrogavo il paesaggio come costruzione mentale. Poi ci fu la serie del Paesaggio cancellato, dopo l’alluvione in Valtellina: lì nasce la Protezione Civile, lì capisco che il clima è un tema che segna i luoghi. Foresta Rossa sulle città fantasma, il Branco come dispositivo di relazione e sopravvivenza. Il paesaggio torna sempre: a volte è metafora, a volte è connessione fra cose lontane. Tornare qui non è nostalgia: è rimettere a fuoco il principio, capire perché certi temi persistono. In giardino, quei “alberelli rossi” sono una nota personale che parla del presente senza doverlo scrivere in didascalia.

C’è un tratto di restituzione che attraversa tutto: la donazione, l’ETS, il biglietto unico. In che senso questo museo è “un regalo ai bellanesi”?
Perché restituisce ciò che già apparteneva alla comunità. La famiglia ha donato un nucleo importante di opere – compreso l’intero corpus incisorio – al Comune e ad ArchiViVitali; abbiamo trasformato, come dicevo, l’associazione in un ente del Terzo Settore, con una governance pubblica; abbiamo lavorato perché il museo fosse del paese, non della famiglia. È un ritorno anche biografico: mia nonna gestiva proprio lì il Circolo Lavoratori; Giancarlo ha vissuto qui tutta la sua vita senza neppure avere la patente, a misura di passo. L’arte, per lui, nasceva dallo stesso perimetro in cui viveva. Rimettere quel lavoro in quel luogo non è “locale”: è precisione critica, è memoria storica, aderenza alla poetica di mio padre.
E adesso? Che cosa immagini per i prossimi anni?
Siamo all’anno zero: creato lo scompiglio, ora si costruisce l’architettura di sviluppo. Direzione scientifica, programmazione, alleanze, manutenzione del racconto. Continuare a invitare artisti, scrittori, musicisti; far dialogare le sponde del lago; misurare le forze e non perdere il senso: un museo che custodisce, un centro che produce, un paese che si accende. Se funziona, la qualità – anche in piccolo – vale più di qualunque slogan.
Il Museo Giancarlo Vitali ha sede a Palazzo Lorla (Bellano, Lecco). Nasce grazie alla donazione della famiglia al Comune di Bellano e ad ArchiViVitali (tra cui l’intero corpus incisorio) e si inserisce nel progetto BAC – Bellano Arte Cultura, insieme all’Orrido di Bellano, a San Nicolao Arte Contemporanea e al Parco Lorla. Direzione artistica: Chiara Gatti (con Velasco Vitali). Allestimento: Vitali Studio.



Su Pedaso ci sono diverse imprecisioni.
Documenti e memoria storica raccontano tutt’altro sia riguardo la frana, le cozze,
Ecc
Non commenti i suggestivi canali sotterranei fino al Giappone
Grazie