La Mostra del Cinema di Venezia si è chiusa da qualche giorno e le impressioni raccolte al Lido hanno avuto il tempo di decantare. Chi scrive ha seguito l’edizione numero 83 proiezione dopo proiezione, con la consapevolezza che nessun festival regala soltanto capolavori. Accanto a titoli destinati a restare nella memoria, la selezione ha collezionato film sbilenchi, occasioni sprecate e progetti ambiziosi rimasti a metà strada. Questo pezzo prova a mettere ordine in quella mole di visioni attraverso cinque film promossi e cinque bocciati. Si parte dal basso, dai flop, per chiudere con i titoli che da soli sono valsi il viaggio in laguna.

The Echo Chamber: voto 2
Andrea Pallaoro arriva in Concorso con un cast da capogiro, Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon, e una sceneggiatura inedita firmata da Bernardo Bertolucci. Premesse che avrebbero potuto generare uno dei titoli forti di Venezia 83 e che invece si dissolvono in un’opera dilatata oltre ogni ragionevolezza. Attraverso la vicenda di Leo, produttore musicale schiacciato dai dolori alla schiena e dalla dipendenza dagli oppiacei, e dell’infermiera Anne che lo assiste fino a innamorarsene, Pallaoro sceglie di anteporre la forma a tutto il resto, indugiando per minuti interi su dettagli che non aggiungono nulla e svuotando di tensione ogni snodo narrativo. Un film che procede in direzione contraria rispetto ai suoi stessi eventi e che mette a dura prova la pazienza di chi guarda.

Nessun dolore: voto 3
Davide, venditore di libri usati con il volto di Alessandro Borghi, si ritrova tra le mani un bambino nordafricano affidatogli come un pacco senza destinatario, e da lì una catena di eventi lo porta ad accogliere in casa Aminah, adolescente algerina incinta, e una folla crescente di senzatetto, fino alla denuncia dei condomini e al carcere. L’intenzione di Gianni Amelio è chiara, ovvero se una soluzione politica al nodo migratorio non esiste, resta la capacità di riconoscersi esseri umani. Il guaio è che sullo schermo questa intenzione si traduce in un film di buoni sentimenti costruito attorno alla figura del white savior. Di Davide sappiamo tutto, dai libri che vende alle sue impuntature, delle persone che decide di proteggere non conosciamo un nome, una passione, un desiderio. Restano comparse di una generosità a senso unico, inquadrate con affetto ma mai raccontate. Così l’empatia che Amelio predica si rivolge al soccorritore e dimentica i soccorsi, e il cinema, invece di spezzare il meccanismo con cui l’Europa riduce chi sbarca a un numero, finisce per riprodurlo.

Primetime: voto 5
Lance Oppenheim porta al Lido il dietro le quinte di To Catch a Predator, il programma con cui tra il 2004 e il 2007 la NBC trasformò la caccia ai pedofili in uno spettacolo da prima serata. Robert Pattinson è Chris Hansen, conduttore dal piglio inquisitorio e dall’ambizione smisurata, che accoglie in una casa imbottita di telecamere i predatori attirati dalle esche della produzione e li consegna alla polizia sotto gli occhi di milioni di spettatori. Il cortocircuito tra palcoscenico e realtà è detonante. Il resto non decolla perché manca un climax, manca il ritmo, manca la vertigine che una storia di ascolti e pressioni aziendali avrebbe dovuto garantire. Pesa poi la stanchezza di un tema che il cinema ha già percorso in lungo e in largo, da Quinto potere a Lo sciacallo, senza che Primetime provi a spostare lo sguardo da qualche parte di nuovo.

Company: voto 4
Casey Affleck è un regista di idee, spesso più grandi della loro realizzazione, come già dimostravano il mockumentary su Joaquin Phoenix e il più riuscito Light of My Life. Company conferma la regola con una storia a matrioska che intreccia western e gotico su tre piani temporali. Nel 1975 una sconosciuta si presenta a una festa e racconta di Tom (Nick Nolte), l’eremita che nel 1953 ospitò un’attrice senza casa, la quale a sua volta narra di due contadini che nel 1903 accolsero un ragazzo misterioso mentre nei dintorni si moltiplicavano morti brutali. Tutto converge verso una rivelazione finale che dà senso al racconto e chi intuisce presto la natura della vicenda assiste a una lunga rincorsa priva di trasporto e nota i piccoli trucchi con cui Affleck tiene in piedi il segreto. Tra un avvio frettoloso e una marcata ridondanza di situazioni, questo Inception del ‘900 americano chiede allo spettatore molto più di quanto restituisca.

Jupiter: voto 4
A un anno da A House of Dynamite di Kathryn Bigelow, il Lido ospita un altro thriller fantapolitico sull’incubo nucleare e il confronto non è generoso. Alexandre Smia immagina un fragilissimo cessate il fuoco tra Russia e Ucraina che salta dopo un fallito attentato al presidente russo, il quale pretende la resa incondizionata di Kiev minacciando l’atomica. A gestire la crisi è il neoeletto presidente francese Paul Archambault (Denis Ménochet), chiuso nel bunker sotto l’Eliseo, mentre gli alleati NATO si sfilano uno dopo l’altro. L’impianto ricalca dichiaratamente A prova di errore di Sidney Lumet e della lezione del maestro restano solo le stanze spoglie e le telefonate, con la tensione che è tutta affidata a dialoghi che girano a vuoto, e a un unico punto di vista. La riflessione sul potere concentrato in una persona sola, che pure avrebbe potuto essere il cuore del racconto, resta in superficie. E quando finalmente si tratta di guardare in faccia l’abisso, Smia si tira indietro con lo stesso finale aperto e insoddisfacente del film di Bigelow.

NAZA: voto 9
Un acronimo militare, “nezek agavi”, danno collaterale, ovvero il numero di civili palestinesi che l’esercito israeliano mette in conto di uccidere prima di autorizzare un bombardamento su Gaza. Da qui parte il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, premi Oscar per No Other Land, prodotto dal Guardian con James Wilson e Jonathan Glazer, e girato di nascosto, di notte, sui tetti di Tel Aviv. Ventiquattro tra ufficiali dell’intelligence, soldati e whistleblower raccontano a volto coperto come si sceglie un bersaglio, come si progetta un genocidio, qual è la catena di comando, le autorizzazioni, le soglie, la banalità del male. Di Gaza non si vede quasi nulla, lo sguardo resta sul buio, sulle stanze israeliane, sugli appartamenti, lo skyline notturno di una città che vive a pochi chilometri dal massacro come su un altro pianeta. Il genocidio viene raccontato dalle cause e non dagli effetti, da chi decide e non da chi muore. Cinema d’inchiesta praticato con rigore, che restituisce ai fatti già riportati dai giornali i volti, le pause e le esitazioni che nessun articolo può contenere.

Un bon petit soldat: voto 8
Stéphane Brizé torna a raccontare il lavoro dopo la trilogia con Vincent Lindon e lo fa attraverso la grottesca farsa della comunicazione aziendale. Carla Moretti (Alba Rohrwacher), quarantenne appena assunta come responsabile delle risorse umane in una grande compagnia assicurativa, vive per l’azienda al punto da sacrificare il rapporto con il figlio. Umiliata in riunione dal CEO, reagisce gettandosi a capofitto nel ruolo, tra attività di benessere e la scoperta dei comportamenti tossici di una collega, senza immaginare il prezzo che pagherà. La parola che ricorre più spesso è pressione, del capo su Carla, di Carla sul figlio, dei superiori sui dipendenti, in un circolo vizioso di produttività insostenibile e devozione malata.

DAU: voto 9
Un fisico, la bomba atomica, quarant’anni di Unione Sovietica. Ilya Khrzhanovsky porta a Venezia un’opera nata da oltre vent’anni di lavoro, ispirata agli scienziati che costruirono l’ordigno sovietico e in particolare a Lev Landau, l’idealista che si rifiutò di servire lo Stato e l’industria bellica. Tutto comincia nel 1928 con Dau che è un giovane fisico di origine greca dall’ingegno smisurato, e proprio la sua sete di conoscenza lo consegna a un potere che di quella purezza non sa che farsene, se non piegarla. Il teatro della metamorfosi è un istituto di ricerca segreto in cui la scienza convive con la sorveglianza e la libertà di Dau si restringe un millimetro alla volta, e la fuga cercata nell’intimità e nelle relazioni si rivela un’altra forma di prigione. Il film mescola immagini girate quindici anni fa e scene recenti, documentario e sogno, in montaggi folgoranti che contengono interi altri film. Quasi quattro ore in cui c’è tutto e il suo contrario: genio e fango, fuoco e topi, idealismo e paranoia. Un’esperienza estenuante, ipnotica, eccessiva.

L’estranea: voto 8
Il controllo può essere una guida e un conforto e può anche trasformarsi in ossessione e autodistruzione, soprattutto per una madre. Anna (Jasmine Trinca) appartiene a una famiglia in ascesa della Bari bene, guidata da Walter Colonna (Adriano Giannini). Quando il destino minaccia di portarle via la figlia, stringe un patto con l’Estranea, figura misteriosa e mefistofelica a cui Valeria Bruni Tedeschi presta il volto. Paolo Strippoli conferma di saper governare una produzione ambiziosa e un cast di prim’ordine con una dote rara nel nostro cinema, fondere incubo, orrore e realtà costruendo immagini che restano.

Look Back: voto 10
Due ragazzine, due donne, due mangaka. Hirokazu Koreeda adatta il manga di Tatsuki Fujimoto e ne ricava una storia sull’amicizia e sull’arte, sulla rivalità e insieme sulla vicinanza, sull’antagonismo che si trasforma in collaborazione. Fujino è un’adolescente di talento che sogna di diventare mangaka e non dubita mai di sé, mentre Kyomoto è una ragazza timida che non esce dalla sua stanza e disegna senza sosta. Quando le loro tavole finiscono affiancate sul giornalino scolastico, la sicurezza di Fujino vacilla, e da quella crepa nasce un incontro che cambierà entrambe. Le due protagoniste sono le facce di una stessa medaglia, quasi le metà di una sola persona che guardano il mondo da prospettive opposte, con l’una che eccelle nelle storie e negli archi narrativi, l’altra negli scenari e nei dettagli, appresi studiando i film dello Studio Ghibli. Il disegno diventa così un linguaggio condiviso, il luogo in cui elaborare le fratture e i dolori che la vita, prima o poi, infligge a entrambe.



