Abbiamo pensato a una “fuga sull’Isola” in Laguna, in questi giorni di maggio in cui Venezia è così piena di eventi che si fa davvero fatica a star dietro a tutto. E quindi una delle soluzioni può essere prendere dall’Arsenale della Biennale uno dei tanti vaporetti che portano all’Isola di San Giorgio Maggiore, un avamposto di silenzio che ospita un monastero dove ancora risiede uno sparuto gruppo di monaci benedettini. In questa stagione, l’isola diventa meta imprescindibile per gli appassionati d’arte contemporanea grazie a due mostre che, pur nella loro diversità, interrogano il sacro, il tempo e la materia.
Il nostro viaggio comincia negli spazi della Fondazione Giorgio Cini con “Georg Baselitz. Eroi d’Oro”, a cura di Luca Massimo Barbero, che è uno dei migliori curatori italiani in circolazione. Il maestro tedesco, scomparso giusto una settimana fa, il 30 aprile, a 88 anni, ha presentato una serie di dipinti monumentali che segnano una svolta iconografica nella sua lunga carriera.

Qui, i celebri corpi capovolti di Baselitz – autoritratti e rappresentazioni dell’amata moglie Elke – fluttuano su fondi oro piatti e assoluti. È un richiamo potente alle icone medievali e al Rinascimento nordico di Stefan Lochner, ma riletto attraverso una gestualità che attinge alla calligrafia giapponese e a tratti quasi spettrali, eseguiti con vernice nera diluita. L’oro, privato di ogni illusione di profondità, diventa un palcoscenico metafisico dove l’umanità di Baselitz appare nuda e vibrante. Visitarla in questi giorni, sapendo che lui avrebbe tanto voluto venire a inaugurare questa personale, è commovente e intenso: non c’è dubbio che Baselitz, maestro della “pittura capovolta”, sia ormai a pieno titolo tra i grandi del Novecento.
A pochi passi, restando sull’isola ma entrando nel cuore del capolavoro palladiano, la Basilica di San Giorgio Maggiore accoglie “The Shape of Time” di Barry X Ball. Questa retrospettiva dell’artista americano, curata da Bob Nickas, rappresenta un prodigio di tecnologia applicata all’estetica. Le 23 sculture in mostra, molte delle quali esposte per la prima volta, instaurano un dialogo serrato con l’architettura della chiesa, sfidando il tempo attraverso una reinvenzione dei capolavori classici e moderni.

Barry X Ball, capelli bianchi e fare pacato, è un artista che opera sulla soglia tra l’immateriale digitale e la fisicità estrema della pietra. Il suo processo parte da scanner 3D ad altissima risoluzione che “leggono” opere del passato – da Medardo Rosso, uno dei suoi artisti preferiti, a sculture rinascimentali come quelle di Michelangelo – per poi trasformarle attraverso fresatrici CNC guidate da software complessi. Ma la macchina è solo il punto di partenza: ogni opera richiede migliaia di ore di rifinitura manuale. L’uso di materiali preziosi e difficili, come l’onice messicano “ferito” da venature naturali o il marmo nero belga, conferisce alle sculture una qualità tattile quasi disturbante, specie se osservate da vicino
In “The Shape of Time“, l’artista americano pare voler rigenerare il passato a modo suo: le sue forme sembrano liquefarsi o tendersi, trasformando la durezza minerale in carne vibrante, trasparenze eteree e superfici che sembrano trattenere la luce. Gli abbiamo chiesto che cosa ne pensano i monaci benedettini (peraltro abituati a questi ‘innesti’ di arte contemporanea in Basilica fin dal 2013) e ci ha detto che sono molto incuriositi dalle presenze di queste sculture in un luogo a tutti gli effetti sacro.
Riprendiamo il vaporetto. Bastano solo quattro fermate di vaporetto – una traversata del Canale della Giudecca che permette di metabolizzare il silenzio di San Giorgio – per approdare alle Zattere. Da qui, con una breve passeggiata che attraversa il cuore di Dorsoduro, si giunge alle Gallerie dell’Accademia, dove è in corso una mostra che sta facendo la storia. Per la prima volta nei suoi oltre due secoli di vita, infatti, l’istituzione dedica una grande mostra a un’artista donna vivente: Marina Abramović.
Con “Transforming Energy”, curata da Shai Baitel e realizzata in collaborazione con il Marina Abramović Institute (MAI), “Nostra Signora della Performance” celebra i suoi 80 anni con un intervento che ridefinisce il concetto di museo. Il tema centrale è la “trasformazione dell’energia“: Abramović attinge alla sua pluridecennale ricerca sui cristalli, sui minerali e sul potere della mente di alterare la percezione dello spazio e del corpo. Entrando nelle Gallerie, il contrasto si sente, eccome: le opere di Marina – spesso silenziose, fatte di quarzi monumentali, oggetti d’uso “energetico” e inviti alla meditazione – dialogano con i capolavori del Rinascimento veneziano. È un corto circuito tra la staticità eterna di Tiziano, Veronese e Tintoretto (pezzi incredibili, il museo è forse il più bello della città) e la presenza radicale dell’artista e del pubblico, numerosissimo in questi giorni. Sarebbe tutto bellissimo, se non fosse sfiancante stare ore in coda per poter accedere alla prima parte: la città è invasa dai turisti e in questi giorni di preview della Biennale Arte moltissimi non vogliono perdersi la personale di Abramović. Dalle “icone dorate” di Georg Baselitz, alle sculture “digitali” di Barry X Ball, fino alla forza trasformativa e spirituale di Marina Abramović, questo itinerario veneziano ci pare un suggerimento perfetto per chi ha voglia di vedere un’arte meno politica (o politicizzata), per chi cerca se non proprio un’esperienza spirituale, almeno una riflessione intima (o “In Minor Keys”, come recita il titolo di questa 61esima Biennale Arte).




