Venezia nel Settecento, capitale del piacere: Tiepolo, Longhi e Guardi tra arte e moda alla Fondazione Zani

Una città in forte declino politico ma che al contempo non poteva essere più viva e sfarzosa. Stiamo parlando della Venezia del Settecento, la capitale europea del piacere e dell’eleganza. Qui, mentre la Serenissima attraversava il suo periodo di declino politico, nobili, principi e viaggiatori, arrivavano nella “città del piacere” da tutta Europa. Il carnevale, il gioco d’azzardo nei casini, il teatro comico di Carlo Goldoni, i concerti di opera lirica, attiravano curiosi da terre lontane che si dilettavano insieme ai veneziani ai piaceri offerti dalla città.

Venezia era insomma un vero e proprio parco divertimenti a cielo aperto, ambita meta della nobiltà. Questo clima festoso, pieno di abiti eleganti, maschere, costumi teatrali e piacevolezze di ogni tipo, viene abilmente raccontato dalla Fondazione Paolo e Carolina Zani, a Cellatina in provincia di Brescia. Qui la mostra Magnifica Eleganza. Tiepolo, Longhi e Guardi tra arte e moda, ideata e coordinata da Massimiliano Capella, non solo presenta capolavori settecenteschi dei maestri del periodo, ma propone soprattutto una lettura inedita della pittura veneziana del XVIII secolo attraverso il rapporto tra arte e moda.

Aperta al pubblico fino al 6 dicembre 2026, la mostra presenta quarantacinque opere, tra disegni, pitture, caricature, abiti settecenteschi originali – presentati al pubblico per la prima volta – oltre che i costumi realizzati dal celebre Danilo Donati per Il Casanova di Federico Fellini, premiati con l’Oscar nel 1977.

La qualità degli abiti esposti e il loro stato di conservazione sono stupefacenti: egregiamente conservati, la Fondazione ha selezionato degli esemplari in ottimo stato, provenienti dalla collezione privata di Mara Bertoli, la quale insieme agli abiti ha prestato anche delle parrucche novecentesche di rappresentazioni teatrali del Teatro La Fenice. Interamente cucite a mano e realizzate con pelo di yak, le parrucche completano la tenuta del tempo, trasportandoci magicamente in un’altra epoca.

Interessante è la scelta espositiva di presentare gli abiti originali di fronte ai costumi di Donati. Le due parti, in dialogo tra loro, sembrano guardarsi con una certa diffidenza ma anche con grande curiosità. Questa soluzione può risultare estremamente utile al visitatore che senza troppi sforzi, sarà autonomamente in grado di sviluppare un confronto diretto tra un abito originale e la sua reinterpretazione. Quelle di Danilo Donati sono delle creazioni forse ancora più barocche del barocco stesso, estremamente sfarzose, dove la pompa magna non è opzionale ma diventa una certezza.

Ad accompagnare le meraviglie del costumista italiano, sono una serie di fotografie di Mustafa Sabbagh, in cui il celebre fotografo ha reinterpretato le opere di Donati in diversi scatti nei quali gli abiti da Oscar sono stati indossati da modelle e modelli dal volto coperto, immortalando nell’eternità del gesto fotografico una forma d’arte nata più di due secoli fa. A dimostrazione che l’arte è in continua evoluzione e che i maestri del passato rivivono ancora oggi in quelli del presente.

In alcuni scatti di Sabbagh abiti maschili vengono indossati da donne invece che da uomini, rompendo gli schemi temporali di genere, in una visione aperta e androgina. La scelta di coprire i volti dei modelli e delle modelle, oltre allo scopo di far concentrare lo spettatore sull’abito, ha anche un riferimento storico. Nel Settecento era infatti in voga un tipo di maschera chiamato la moretta (o anche la muta), una maschera ovale di velluto nero, senza lacci né ganci ma tenuta sul viso della donna che la indossava attraverso un bottoncino che questa avrebbe dovuto stringere tra i denti. Si trattava di un capo d’abbigliamento molto misterioso perché rendeva irriconoscibile la fanciulla e non le permetteva di parlare. In molte pitture del tempo sono raffigurate ragazze anche molto giovani, con indosso questo particolare capo che al giorno d’oggi definiremmo perlomeno disagevole.

Un esempio è l’opera Dama con moretta di Pietro Antonio Rotari, realizzata dall’artista nel 1756 circa, nonché immagine di copertina della mostra. Qui una giovane ragazza resa irriconoscibile dalla moretta, posa per il pittore agghindata di collane e fiori. Dalle guance rosse, forse per l’imbarazzo, stringe tra la mano sinistra un ventaglio semi aperto, altro accessorio must have dell’epoca.

Le opere esposte, oltre ad appartenere alla collezione privata di Mara Bertoli, provengono dalla Fondazione Musei Civici di Venezia, Gabinetto Stampe e Disegni, Ca’ Rezzonico, dalla Collezione Intesa Sanpaolo Gallerie d’Italia, dall’archivio Sartoria Farani, oltre che dalla stessa collezione della Casa Museo della Fondazione Paolo e Carolina Zani. Insieme questi pezzi costituiscono parti diverse di un’unica narrazione, in cui la fama di una Venezia che oggi non esiste più, continua a vivere in un immaginario comune e ad ispirare l’arte del nostro tempo. La mostra Magnifica Eleganza è infatti la dimostrazione di come il mito della Venezia del Settecento continui ancora oggi a ispirare il cinema, la moda e la cultura visiva contemporanea.

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Alice Taraboi
Alice Taraboi
Laureata in Discipline della Valorizzazione dei Beni Culturali all’Accademia di Belle Arti di Brera, il suo interesse si concentra prevalentemente verso l’arte contemporanea. Per questo motivo, da un anno a questa parte, sta lavorando presso la struttura museale del MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, grazie al Servizio Civile Universale. Ricoprendo diversi incarichi tra cui lo svolgimento dei laboratori didattici con i bambini delle scuole, l’allestimento e il disallestimento delle mostre in esposizione e la stesura di didascalie esplicative, scopre la realtà museale sotto diversi aspetti.

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