Vermeer superstar dei musei: a Torino il capolavoro che ha fatto impazzire il Rijksmuseum

C’è una strana forma di misticismo contemporaneo che avvolge la figura di Johannes Vermeer (1632-1675), un artista che in tutta la vita ha prodotto meno di quaranta opere e che oggi, tre secoli dopo, è un generatore automatico di code fuori dai musei, con conseguente record di incassi. Sarà dunque interessante osservare che cosa succederà a Torino, dove dal 5 marzo al 29 giugno, Palazzo Madama ospita la Donna in blu che legge una lettera, capolavoro assoluto di Vermeer in prestito dal Rijksmuseum di Amsterdam

Il dipinto è l’emblema di quella che i critici definiscono “pittura mentale”, una delle cifre stilistiche del pittore olandese. Vediamo una giovane donna di profilo, colta in un momento di assoluta intimità mentre legge una lettera, immersa in una luce fredda e azzurrata. Il ventre suggerisce una possibile gravidanza e la sua casacca blu — una beddejak in termine tecnico dell’epoca— diventa il centro gravitazionale dell’intera tela. Quel blu non è un colore qualunque: è il “blu Vermeer”. Gli studiosi spiegano che il pittore utilizzò il lapislazzulo, un pigmento preziosissimo importato dall’Asia, capace di assorbire e restituire la luce con una profondità che potremmo definire ipnotica. Sullo sfondo, una carta geografica dell’Olanda e della Frisia evoca un’epoca di scoperte e commerci, in una Delft – città natale di Vermeer che lì operò per tutta la vita – che era anche un laboratorio culturale dove convivevano scienziati e filosofi (ne citiamo giusto uno: Spinoza). 

Ma è il silenzio denso della scena a colpirci: non sappiamo cosa ci sia scritto in quel foglio, e proprio questa poetica della sottrazione e della sospensione genera un’attenzione quasi sacrale nell’osservatore.

Forse è questo, in estrema sintesi, il segreto del successo, anche attuale, di Vermeer: i suoi quadri sono come calamite per gli occhi. Di certo, il suo nome è un business assicurato per gli organizzatori di mostre, tanto da essere equiparato, in termini di monetarizzazione, ad un altro ‘nome-brand’ dell’arte, quello di Frida Kahlo. I dati parlano da soli: l’ultima grande retrospettiva a lui dedicata dal Rijksmuseum nel 2023 ha messo in fila tutti, visitatori dall’Europa e non solo, con cifre-monstre e una caccia al biglietto che neanche a certi concerti pop (per dire: 650mila ticket venduti nei primi due giorni di apertura). 

Vedere Vermeer dal vivo – di più: vederlo al Rijjks, con il maggior numero di sue opere mai radunate insieme (28 delle 37 conosciute) – è stato uno dei big event dell’arte del secondo millennio. 

Il successo attuale di Vermeer non è solo una questione di estetica, però. L’artista olandese e la sua inconfondibile pittura sono diventati un marchio globale anche perché incarnano alla perfezione il cosiddetto “lusso della rarità”: di Vermeer esistono poche opere, sono tutte di una qualità inarrivabile e tutte, ma proprio tutte (compresa quella ora in mostra a Torino) posseggono un’aura di mistero e fascino che si cuce addosso perfettamente a questi tempi ambigui.  

Infine, qualche considerazione sulla modalità scelta da Palazzo Madama. Questo Vermeer inaugura, e non a caso, un ciclo intitolato Incontro con il capolavoro, un format che scommette sulla potenza magnetica della singola opera intesa come dispositivo narrativo capace di attivare un confronto diretto e privilegiato con l’opera d’arte, l’esatto contrario delle “maratone artistiche” tra centinaia di tele (anche in questo momento, di mostre così in Italia ce ne sono parecchie in giro). Attraverso l’accostamento con una selezione di opere delle collezioni di Palazzo Madama — incisioni, arredi, ceramiche — l’esposizione della Donna in blu che legge una lettera offre l’opportunità di approfondire alcune delle tematiche centrali del dipinto (la dimensione intimista e femminile della scena, l’osservazione delle molteplici tonalità di blu che costruiscono l’alternanza di ombre e luci, il ruolo delle mappe del Secolo d’oro olandese e delle corrispondenti sabaude, ad esempio). 

La mostra ‘a pezzo unico’, specialmente in un’epoca di bulimia visiva, agisce come un filtro potente, come un intelligente antidoto allo scroll artistico, digitale e fisico. Certamente Vermeer, con la sua precisione ottica e il suo rigore, è tra gli artisti perfetti per questo genere di operazioni di slow art (ad alta bigliettazione, anche). 

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Francesca Amé
Francesca Amé
Milanese, mamma di due gagliarde adolescenti, ama raccontare il bicchiere mezzo pieno della vita, senza trascurare eventuali depositi sul fondo. Da quindici anni si dedica con passione alla cronaca culturale, italiana e internazionale, e firma interviste per alcune delle principali testate italiane. Fissata da sempre con l’arte contemporanea, è anche una travel addicted iper-organizzata. Ultimamente ha tradito la corsa con il pilates. Su Instagram è @realvistodame Testate con cui collabora per reportage culturali: ilGiornale, il Foglio, Vanity Fair Italia (show e viaggi). Vogue Italia (arts), Business People, Wired.it, Jesus

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