Vertical Highways V03: Bettina Pousttchi trasforma l’infrastruttura urbana in arte

Nel cuore regolato e coreografato del Rockefeller Center, dove il flusso dei corpi segue traiettorie invisibili ma rigidamente inscritte nello spazio, Bettina Pousttchi introduce una deviazione minima, eppure, incisiva.

Vertical Highways V03 si presenta come un intervento capace di alterare la grammatica percettiva dell’ambiente urbano, lavorando su uno degli elementi più anonimi e funzionali del paesaggio infrastrutturale: il guardrail. Questi dispositivi, concepiti per dirigere e delimitare, vengono sottoposti a una trasformazione fisica che ne modifica lo statuto. Piegati, compressi, rialzati fino a sfiorare una verticalità totemica, abbandonano la loro condizione subordinata alla funzione e assumono una presenza autonoma.

Il gesto di Pousttchi agisce come una sospensione dell’uso: ciò che prima serviva ora si espone, attivando un’operazione che interviene sul regime stesso di leggibilità dell’oggetto.

L’intervento si inserisce con precisione in uno spazio altamente codificato, dove ogni elemento contribuisce a un sistema di orientamento continuo.

Il Rockefeller Center, con la sua storia di arte pubblica e integrazione tra architettura e scultura, diventa qui il terreno di una frizione sottile. Le linee rette e i percorsi guidati vengono intercettati da forme che introducono una discontinuità visiva, quasi un inciampo dello sguardo. La presenza dei guardrail trasformati interrompe la trasparenza dell’ambiente e ne rende percepibile l’impalcatura, facendo emergere ciò che normalmente resta implicito.

Nel loro nuovo assetto, questi oggetti mantengono una qualità ambigua. La memoria della loro funzione permane come traccia, mentre la configurazione attuale li rende inoperativi sul piano pratico. Questa tensione coinvolge direttamente il corpo del visitatore: camminare accanto a queste strutture significa confrontarsi con forme che suggeriscono direzione ma allo stesso tempo la sospendono, richiamando un ordine che non si lascia più seguire.

Il lavoro di Bettina Pousttchi si inserisce in una linea di ricerca che assume l’infrastruttura come sistema di segni. Strade, barriere, dispositivi di sicurezza organizzano il comportamento prima ancora di essere percepiti come tali. In Vertical Highways V03 questo sistema viene isolato e reso leggibile: l’oggetto tecnico si sposta sul piano della visione, dove ogni piega diventa variazione e ogni modulo costruisce un ritmo.

La torsione imposta ai guardrail agisce sull’intero campo spaziale. L’orizzontalità, associata alla continuità del flusso, lascia spazio a una verticalità che interrompe e concentra. Lo sguardo non scivola più lungo una linea, ma si arresta, risale, misura.

Questa ridefinizione del rapporto tra oggetto e ambiente richiama la nozione di “campo espanso” formulata da Rosalind Krauss, in cui la scultura si colloca tra categorie, occupando una zona di interferenza tra architettura e paesaggio. I guardrail di Pousttchi operano in questa soglia: conservano la memoria di un sistema funzionale ma attivano una lettura che eccede ogni classificazione stabile. Non sono più semplicemente infrastrutture, ma nemmeno del tutto sculture in senso tradizionale; si situano in una zona intermedia, instabile.

Ciò che emerge con maggiore evidenza è una questione di visibilità. L’infrastruttura urbana tende a scomparire nella misura in cui funziona; qui, al contrario, il dispositivo si impone come presenza opaca, sottraendosi alla neutralità. Il guardrail diventa qualcosa che richiede attenzione e modifica le condizioni di percezione.

La serialità modula l’esperienza nel tempo, introducendo variazioni che il corpo percepisce nel movimento e generando una coreografia implicita. Allo stesso tempo, i guardrail sottratti alla logica del transito producono una sospensione che rallenta l’attraversamento e apre uno spazio inatteso di attenzione.

Nel contesto dell’arte pubblica del Rockefeller Center, questo intervento introduce una modalità di azione discreta ma incisiva. Non occupa lo spazio con una presenza dominante, lavora piuttosto sulle condizioni che lo rendono leggibile. La trasformazione dell’oggetto infrastrutturale apre un margine all’interno del quotidiano, uno spazio in cui il comportamento può essere rinegoziato senza essere esplicitamente messo in discussione.

La forza del lavoro risiede nella sua capacità di operare per slittamenti. L’oggetto mantiene una riconoscibilità immediata, e proprio questa familiarità rende più evidente la sua deviazione. Lo sguardo oscilla tra riconoscimento e disorientamento, tra memoria d’uso e nuova configurazione. In questa oscillazione si produce un campo di attenzione instabile, che non si lascia fissare.

Il guardrail, estratto dalla sua logica regolativa, si configura così come un dispositivo aperto. La sua forma non prescrive, suggerisce; non dirige, espone. Si attiva una pluralità di possibili relazioni, una gamma di interpretazioni che si costruiscono nell’incontro. L’infrastruttura smette di essere un semplice supporto e diventa terreno di immaginazione, senza perdere del tutto la traccia della sua origine.

In questo passaggio si coglie una tensione più ampia, che riguarda il modo in cui lo spazio urbano orienta e insieme limita le possibilità di azione. L’intervento di Pousttchi rende percepibile questa tensione senza risolverla, mantenendola come campo attivo. Le traiettorie quotidiane, solitamente invisibili nella loro ripetizione, emergono come costruzioni, come esiti di una serie di decisioni progettuali che raramente vengono messe in discussione.

Attraversando Vertical Highways V03 resta una sensazione di lieve disallineamento, lo spazio continua a funzionare, ma qualcosa si è spostato. Una minima deviazione rende visibile ciò che normalmente sostiene il movimento, aprendo una distanza tra abitudine e percezione. È in questa distanza che l’opera trova la sua intensità.

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Alessia Luigetti
Alessia Luigetti
Alessia Luigetti (Catania, 2001) è un’artista e ricercatrice visiva con base a Milano. Si è laureata in Pittura e Arti Visive presso la NABA, dove sta concludendo la magistrale in Arti Visive e Studi Curatoriali. La sua ricerca si concentra sul rifiuto del lavoro, il riposo e l’ozio come pratiche di critica alla performatività contemporanea. Collabora con riviste e progetti indipendenti, approfondendo le connessioni tra arte, teoria critica e forme dell’abitare.

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