C’è un filo sottile che lega moda e arte, gesto e pensiero, luce e materia. Per la Primavera/Estate 2026, Maria Calderara intreccia questo filo con l’universo di Satoshi Hirose (artista di fama internazionale) e ci consegna VIA LACTEA: una collezione che non veste soltanto il corpo, ma lo accompagna in un viaggio sospeso tra il visibile e l’invisibile.
Gli abiti, come costellazioni, raccontano di nuvole imperfette, di cieli che si aprono e si dissolvono, di bozzoli che si schiudono in metamorfosi silenziose. Ogni capo è frammento di una narrazione che invita a cercare la libertà nelle pieghe della quotidianità. La leggerezza diventa qui un atto di resistenza: contro il peso delle convenzioni, contro la rigidità dei confini.
Nello Spazio Maria Calderara di via Lazzaretto, Hirose ha realizzato un’installazione site-specific che amplifica questo dialogo. I suoi lavori, da sempre in equilibrio tra Oriente e Occidente, portano dentro la moda una dimensione altra, fatta di gesti minimi, di dettagli da contemplare, di materia che diventa poesia.

Maria Calderara, collezionista e designer, prosegue così un percorso iniziato anni fa, intrecciando la sua ricerca con artisti che hanno fatto della sperimentazione il proprio linguaggio. Con Hirose, la collaborazione si fa particolarmente intima: entrambi condividono il valore del gioco, della leggerezza e del cambiamento come forme di conoscenza.
A margine della presentazione, abbiamo incontrato Satoshi Hirose. In questo dialogo, l’artista giapponese ci conduce nel cuore del progetto, tra confini attraversati, simboli che si trasformano e un’idea di leggerezza che diventa filosofia di vita.
La collezione VIA LACTEA nasce da un incontro tra moda e arte, un dialogo poetico tra due linguaggi che si completano. Come è nato il confronto con Maria Calderara e quali aspetti del tuo universo creativo hanno trovato maggiore risonanza nella sua visione?
Il nostro incontro è iniziato quando Maria ha iniziato a collezionare alcune mie opere. Poi, conoscendoci, ho scoperto che il suo mondo creativo mi piaceva molto: anche il suo lavoro è poetico, non decorativo, e lascia spazio a una lettura più profonda. Così il dialogo è nato in modo naturale. Circa un anno fa abbiamo cominciato a parlarne, a immaginare insieme cosa avremmo potuto costruire. Maria mi ha proposto di pensare a un progetto che non fosse solo presentazione di moda, ma qualcosa di più vicino all’arte, giocato sulle dimensioni, sullo spazio, sulla materia. In un certo senso abbiamo ribaltato i ruoli: lei ha voluto affrontare un approccio più “artistico”, mentre io mi sono confrontato con le dinamiche della moda. È stato un processo al contrario, e proprio per questo molto stimolante.
Gli abiti e i gioielli della collezione si intrecciano alle tue opere e ai tuoi simboli ricorrenti, trasformando l’arte in esperienza indossabile. Quali sono state le sfide – e le opportunità – di portare il tuo linguaggio artistico nel mondo del design e della moda?
Tradizionalmente arte e moda sono considerate mondi separati, ma per me è interessante attraversare i confini. Il mio lavoro è sempre stato un viaggio tra territori diversi, e in questo progetto ho trovato una grande sintonia con Maria, che da anni porta avanti la stessa ricerca. La leggerezza, che è il cuore della sua collezione, è anche al centro del mio lavoro. Non intendo la leggerezza come qualcosa di superficiale, ma come una qualità profonda, filosofica, che ci aiuta a vivere e a guardare il mondo con più apertura. In questo senso, la moda non è stata una sfida, ma un’opportunità di dare una nuova forma a ciò che cerco da sempre.

Nella tua ricerca, il “bozzolo” è un’immagine centrale, metafora di metamorfosi e rinascita, che ritorna anche in questo progetto. Che significato assume oggi per te questa figura e come si evolve nella tua pratica artistica?
Il bozzolo è un simbolo di trasformazione e per me rappresenta il movimento continuo della vita. Nella cultura giapponese nulla resta fisso: tutto cambia, come il cielo, come i nostri pensieri. Ogni incontro è unico, non si ripete mai nello stesso modo. È un po’ come la cerimonia del tè: lo spazio è piccolo, si entra togliendo le armi, e l’incontro diventa un momento puro tra persone. È un modo per dire che la relazione è più importante di qualsiasi possesso.
Nella mia ricerca cerco sempre di attraversare le gerarchie: non solo la vista, ma anche l’olfatto, il gusto, il tatto. Uso spesso il cibo come materia, perché il profumo, la fragilità, la caducità ci parlano in modo diretto. È un modo per ricordarci che conviviamo con la natura e che tutto è interconnesso.
Per me il bozzolo oggi è questo: un invito a restare morbidi, ad accettare il cambiamento e a vivere nel movimento continuo tra culture, linguaggi ed esperienze. Io stesso, vivendo tra Italia e Giappone, porto dentro di me questo viaggio, questa tensione tra Oriente e Occidente che è la mia vera casa.



