Portare la luce dove c’è il buio. È un’idea che attraversa la storia di Napoli e che, a distanza di circa tre secoli, continua a ispirare nuovi modi di vivere e trasformare la città. Nel Settecento, padre Gregorio Maria Rocco installò centinaia di edicole votive nei vicoli più bui per illuminarli e renderli più sicuri. I quartieri gareggiavano per avere la Madonna più luminosa e quella competizione contribuì a fare di Napoli una delle città più illuminate d’Europa, riducendo anche i furti notturni. Da quella stessa intuizione nasce Vicolo della Cultura, il progetto ideato da un gruppo di giovani napoletani che ha reinterpretato quella logica in chiave contemporanea, mettendola in dialogo con l’arte urbana. Le immagini sacre hanno lasciato il posto ai volti delle icone della cultura partenopea, da Massimo Troisi a Pino Daniele, passando per Matilde Serao. Le candele sono diventate luci a LED e, al posto delle preghiere, sono arrivati libri da prendere, lasciare e far circolare attraverso un sistema di book sharing continuo.
Un vicolo, una scommessa
La prima sperimentazione del progetto risale al 2020 e ha visto protagonista via Montesilvano, una stradina che collega via Santa Maria Antesaecula con via dei Cristallini, a pochi passi dalla casa natale di Totò, nel quartiere Sanità. Per anni, la strada è stata nota alla cronaca locale come uno dei principali punti di spaccio del quartiere: buia, degradata, pressoché invisibile persino per chi abitava a poche decine di metri di distanza. Sei anni fa, l’associazione Vicolo della Cultura trasforma quel tratto nel primo museo a cielo aperto del Rione Sanità. Le edicole culturali si illuminano di notte proprio come quelle votive da cui prendono ispirazione. Al loro interno ci sono libri da prendere o lasciare. Sui muri, un tempo spogli, prendono forma i murales di artisti italiani e internazionali coinvolti nel progetto di rigenerazione urbana e culturale, tra cui Trisha Palma, Mario Schiano, Luca Carnevale, Ane Alvarez e Flavio Barreiro. C’è anche una storia di famiglia che attraversa tutto questo. Il nonno di Davide D’Errico, fondatore e vicepresidente dell’associazione Vicolo della Cultura, è Lucio D’Errico, commerciante ucciso dalla camorra nel 1993 perché si era rifiutato di pagare il pizzo. I locali di via Montesilvano portano oggi il suo nome. “Dare nuova vita a un luogo sottratto alla camorra e intitolarlo a lui aveva un valore profondamente simbolico“, spiega ad “Artuu Magazine” D’Errico, da anni impegnato a Napoli con la onlus Opportunity in progetti di gestione dei beni confiscati alla camorra.

Da un vicolo a una rete
Il modello ha iniziato a replicarsi. Vico Buongiorno, sempre nel Rione Sanità, è stata la seconda tappa. La collaborazione è nata con un’attività commerciale del quartiere che si è riconosciuta nello stesso spirito del progetto. Poi è arrivato vicoletto Donnaregina, una traversa di via Duomo che collega il Museo Diocesano alla Cattedrale di Napoli, completamente degradata fino a pochi anni fa. Inaugurato l’8 marzo 2024, il Vicolo della Cultura è dedicato interamente alle donne simbolo di forza e resistenza dipinte dall’artista Trisha Palma. I volti scelti raccontano storie precise. Artemisia Gentileschi, prima donna a dipingere per una chiesa e prima ad aver ottenuto giustizia in un processo per stupro. Guerriera Guerrieri, ex direttrice della Biblioteca del Palazzo Reale, che durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale salvò i libri dalle fiamme. Maddalena Cerasuolo, la partigiana che difese il ponte della Sanità durante le Quattro Giornate di Napoli. Matilde Serao, prima donna italiana ad aver fondato e diretto un quotidiano. “Per noi la rigenerazione funziona solo quando il territorio si riconosce nel progetto e decide di prendersene cura“, dice D’Errico. “L’arte è uno strumento per creare identità e bellezza, ma senza la partecipazione delle persone non esiste una vera rigenerazione“. Il progetto è poi uscito dai confini della città, arrivando in provincia, a Ottaviano, comune del Vesuviano ancora troppo spesso associato alla Nuova Camorra Organizzata di Cutolo. Traendo ispirazione dal 21 marzo, Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie e primo giorno di primavera, sta prendendo forma il Vicolo Anticamorra: quattro saracinesche di via della Libertà, recuperate grazie a una convenzione con i commercianti locali, sono diventate il supporto per murales che racconteranno la voglia di trasformazione e rinascita.
Il teatro dai balconi
Uno degli aspetti più originali del progetto riguarda il teatro. Il Rione Sanità a oggi non ha un teatro attivo e proprio da questa assenza è nata l’idea di utilizzare i balconi delle case come un palcoscenico diffuso. A Napoli il balcone è da sempre molto più di un semplice affaccio: è un luogo di incontro, di racconto e di socialità, uno spazio quotidiano in cui le persone si parlano, si riconoscono e costruiscono relazioni. Un vero e proprio palco naturale che, nel progetto di Vicolo della Cultura, viene restituito alla comunità, con gli abitanti che mettono a disposizione i propri balconi e i propri scorci di vita quotidiana per creare esperienze teatrali immersive. “Abbiamo immaginato uno spettacolo che utilizzasse i balconi delle case, messi a disposizione dagli abitanti”, racconta D’Errico. “Sono nate così esperienze teatrali immersive”. Nel tempo quell’intuizione si è consolidata nello spettacolo “Lo show delle macerie”, prodotto e realizzato da Putéca Celidonia, con il sostegno del Comune di Napoli, e portato in scena per quattro serate in una scuola del quartiere. Lo spettacolo mette al centro bambini e ragazzi del quartiere. “Mentre la camorra impoverisce i territori e accumula ricchezza per sé“, dice D’Errico, “chi fa antimafia deve restituire opportunità alla comunità“.

I numeri e il prossimo passo
Oggi Vicolo della Cultura conta nove edicole culturali attive, con collaborazioni diffuse in tutta la città, anche oltre il Centro Antico, oltre duemila libri redistribuiti e quattro laboratori gratuiti dedicati a eco design, lettura condivisa, doposcuola e teatro destinati ai minori a rischio. Sono più di cento i giovani under 35 coinvolti direttamente nelle azioni di rigenerazione. Nel 2024 il progetto ha ricevuto il Premio per la Pace “Giuseppe Dossetti”. La scommessa più ambiziosa riguarda però il futuro. “I nostri primi bambini, quest’anno, diventano maggiorenni”, racconta D’Errico. “Vogliamo valorizzarli: stiamo costituendo un comitato under 25. L’idea è che siano proprio loro, i bambini che hanno frequentato i laboratori di via Montesilvano quando il vicolo aveva appena iniziato a cambiare volto, a prendersi cura del quartiere in prima persona“. Non più soltanto beneficiari di un progetto, ma protagonisti attivi della cura del territorio e della promozione di nuove iniziative di comunità e socializzazione. In fondo è la stessa logica che, tre secoli fa, aveva guidato la nascita delle edicole votive. Portare la luce dove c’è il buio e aspettare che, con il tempo, qualcuno impari ad accenderla e a prendersene cura.




