Vieira da Silva alla Peggy Guggenheim di Venezia, l’altro volto del Novecento

Maria Helena Vieira da Silva è un raro, prezioso simbolo cardinale dell’arte contemporanea. In quanto testimonianza piuttosto trascurata, se non dai più raffinati intenditori, quest’artista ha firmato una maniera interpretativa del Novecento che davvero rappresenta, con pochi altri artisti veri, il concentrato a tratti sublime di intuito, studio, ricerca ed emozione del secolo che ha rivoluzionato i canoni dell’espressione dello spirito.

L’autrice portoghese, ma anche francese, brasiliana, multiculturale ed errante, ha distillato, fra gli anni Trenta e gli anni Ottanta, con la grazia paziente di un monaco speziale, cerusico erborista, alchimista infine, gli elementi distintivi del fare poietico a noi coevo: astrazione e figurazione, trascendenza e immanenza della rappresentazione, spirito e materia, spazio e movimento, monocromia e policromia, oggetto e soggetto.

Maria Helena Vieira da Silva  Autoritratto (Autoportrait), 1930 Olio su tela Cm 54×46 Parigi, Comité Arpad Szenes – Vieira da Silva © Maria Helena Vieira da Silva, by SIAE 2025

Tutto quanto serve a definire il contemporaneo in arte vi si trova, rappreso in una sola, complessa, ma lievissima intuizione (benché, per fortuna, reiterata e successivamente sviluppata in molte esecuzioni), e si manifesta tuttavia in una cifra pittorica originale, inequivocabile, inimitabile.

Una mostra della Collezione Peggy Guggenheim, ora in corso fino al 15 settembre a Venezia, presso l’omonima fondazione, e dall’autunno prossimo a inverno inoltrato in trasferta alla sede Guggenheim di Bilbao, riporta Maria Helena Vieira da Silva all’attenzione che merita, postuma, e che ha ben meritato in vita (Lisbona 1908 – Parigi 1992), ottenendo giusti riconoscimenti e valori, pur non ottenendo vasta notorietà di pubblico.

Bello e azzeccato il titolo dell’esposizione, per la cura di Flavia Frigeri, “Anatomia di uno spazio”, espressione che evoca efficacemente e riassume i caratteri salienti della biografia umana e artistica dell’artista portoghese, ispirata originariamente nella pittura dalla complessità organica interiore della natura animale e dalle strutture infinitesimali che compongono gli ambienti. Ma anche in questo caso si tratta degli ambienti in cui si muovono lo spirito e la coscienza, e magari pure l’incoscienza e il sogno, piuttosto che l’ambiente esterno, quello percettivamente visivo, quantunque la sensazione primaria di fronte all’opera è quella di una articolatissima architettura fluida.

Maria Helena Vieira da Silva Storia marittima tragica o Naufragio (História trágico marítima ou Naufrage), 1944 Olio su tela cm 81,5×100  Lisbona, CAM – Centro de Arte Moderna Gulbenkian © Maria Helena Vieira da Silva, by SIAE 2025

Di qui, da tali suggestioni, già da subito, una vocazione studiosissima all’astrazione che nasce dalla figurazione, che la contiene intimamente e la svela con espedienti tecnico pittorici straordinariamente magistrali, eseguiti attraverso temperature cromatiche minuziosissime, calibrate quasi scientificamente, ma con un rendimento ottico dettagliato ed emozionante. E poi mediante soluzioni prospettiche inebrianti, se non addirittura deliziosamente stordenti, accostando linee di fuga da fuochi che si accendono come lucciole, apparendo, scomparendo e riapparendo sulla tela come coleotteri elettrici, irradianti raggi che si intersecano formando prodigiose riproduzioni della forma del reale.

Maria Helena Vieira da Silva  La Scala o gli occhi (La Scala ou Les Yeux), 1937 Olio su tela
Cm 60×92 Courtesy Galerie Jeanne Bucher Jaeger, Parigi-Lisbona © Maria Helena Vieira da Silva, by SIAE 2025

Vieira da Silva diceva di sé stessa che era come se avesse sempre vissuto in un labirinto. Esatta autodefinizione, vi è da aggiungere oggi che in arte ella ha saputo e potuto restituire allo spettatore anche l’esatto orientamento per entrare e uscire dai labirinti dell’animo, godendo essa stessa con padronanza assoluta, insieme a chi contempla i suoi lavori, di isolamenti, estraniazioni, dissociazioni, smarrimenti e ritrovamenti, nel viluppo reticolare di infiniti fili di Arianna.

Maria Helena Vieira da Silva Biblioteca (Bibliothèque), 1949 Olio su tela cm 114,5×147,5 Parigi, Centre Pompidou, Musée national d’art moderne/Centre de création industrielle, acquisizione dello Stato, 1951 © Maria Helena Vieira da Silva, by SIAE 2025

Molto ben congegnato, a proposito, anche il montaggio fotografico della copertina del catalogo di questa ampia personale a Vieira da Silva dedicata: l’artista nel suo studio, spazio fisico e metafisico della rappresentazione, sdoppiata tra primo piano e campo lungo in una composizione di vertiginoso ma equilibratissimo disordine ordinato dell’occhio e della mente.

La mostra veneziana, e prossimamente basca, conta una settantina di opere selezionate provenienti da prestigiose realtà museali internazionali, tra cui Centre Georges Pompidou, Parigi, Guggenheim New York, Museum of Modern Art, New York, Tate Modern, Londra, nonché importanti gallerie, tra cui la parigina Jeanne Bucher Jaeger, oltre alle istituzioni culturali che conservano il lavoro dell’artista (Comité Arpad Szenes e Fundação Arpad Szenes). La retrospettiva è ampia ed esaustiva delle fasi creative di Vieira da Silva, che hanno scandito il cuore del tempo su cui è scorso il Novecento, sempre relazionandosi ai riferimenti formali, sia della cultura visiva portoghese, sia pure dei movimenti d’avanguardia, Cubismo e Futurismo, ma sempre affermando la propria indipendenza di ispirazione, di tecnica e di esecuzione.

Maria Helena Vieira da Silva nel suo studio, Parigi, 1948  © Willy Maywald, Courtesy Jeanne Bucher Jaeger, Paris-Lisbon

Maria Helena Vieira da Silva, con buona ragione, e con pochi altri artisti contemporanei, ha dato un vero, percepibile senso compiuto all’astrattismo, rendendo un genere pittorico il proprio genere, e di più: il genere di tutti.

L’artista ha reso disponibili, comprensibili, visibili le forme pure che sono intrinseche all’informale. Si coglie la difficoltà e l’impegno di un lavoro immane che però, mirabilmente, dà per risultato visioni di spettacolare immediatezza.

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Paolo Sciortino
Paolo Sciortino
Paolo Antonio Sciortino, inteso Nino Santantuono, nasce e scrive a Milano da sessant'anni quasi suonati. Ha scritto articoli di giornale, romanzi, testi poetici, canzoni e testi teatrali, è stato copywriter, ghost writer, art writer. Adesso è un po' stanchino di tutte le parole che hanno invaso il pianeta, dunque ascolta poco e parla ancora meno. Ma siccome respira ancora, continua a scrivere.

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