Viralità Sal Da Vinci: polemiche e analisi di un fenomeno anacronistico

È l’uomo più “cantato” del momento: ha vinto la settantaseiesima edizione del Festival di Sanremo, Sal Da Vinci. La sua “Per sempre sì”, scritta a ben quattordici mani – con i coautori – , è divenuta la “ballata romantica” più ascoltata, danzata, imitata del momento. Già mentre scendeva le scale dell’Ariston, il cantautore napoletano veniva accolto dal coro della sua precedente hit “Rossetto e Caffè”, che il pubblico intonava a gran voce. Un successo senz’altro importante il cui trend ha trovato poi riscontro nell’effettivo risultato della gara.

Da quella notte a cavallo tra il 28 Febbraio e il primo Marzo, è esploso il “fenomeno Sal Da Vinci”: melodia, mood, narrazione, in un mix dalla combinazione vincente. Che la sua viralità dipenda dall’arte musicale o da marketing allo stato puro, il pezzo ha attraversato i confini nazionali. Lo abbiamo ritrovato nei contesti più disparati, tra gli infiniti repost di “quell’esperta di Eurovision” che dichiara pelle d’oca all’ascolto del brano, e il video dei Blue che cercano di impararne il testo – con annessi tentativi di acuto da parte di Lee Ryan, fino ad arrivare alla versione giapponese, peraltro incredibilmente idonea e coerente nella sua veste manga.

È chiaro che la vittoria prima, il successo durante e la viralità poi, hanno portato con sé quell’immancabile scia di polemiche dagli innumerevoli volti. Uno di questi, il più banale, il più riconosciuto, ha effettivamente anche un po’ stufato: quella minestra infinitamente riscaldata che potremmo ancora chiamare “questione meridionale”, e che si basa non più tanto sul divario tra Nord e Sud quanto sulla macchiettizzazione di esso. Si utilizza tanto e troppo la provenienza di Sal Da Vinci per giustificare il proprio assenso e l’opposto dissenso. Il successo in questione non è meramente partenopeo, “Napule” non è altro, non è altrove, non necessita di simpatizzanti né di ostracismi.

Anche perché, la polemica linguistica già ampiamente vissuta con Geolier nel 2024 – e a voler andare ancor più indietro nel tempo con Nino D’Angelo nel ’99 con la sua “Senza giacca e cravatta” (capolavoro immenso) – non possono trovare riscontro nella realtà dei fatti: perseverare significa ignorare del tutto le origini della canzone italiana, di cui il Festival di Sanremo è comunque  l’insindacabile erede e promotore nel tempo. “Reginella”, “Dicitencello vuje”, “Era de Maggio”: canzoni napoletane nate tra ‘800 e ‘900, che tracciano il passaggio dall’opera lirica alla composizione moderna. Questa è storia.

Appare quindi fondamentale scindere la vittoria di Sal Da Vinci – con annessi e connessi – dalla sua napoletanità. Anche perché, se nel corso degli anni i sentiment di sala stampa e voto popolare non si sono spesso incontrati nei feedback alla creatività dialettale (anzi, tutt’altro), cosa può essere stato a far assolvere l’idiomatica frase “Sarrà pe’ semp’ sì”?

Ballavano e cantavano i giornalisti sulle note della canzone. Un accennata coreografia e il plateale gesto con la mano sinistra – già visto in “Single Ladies” di Beyoncé, put a ring on it. “È la storia di un re che un giorno decide di fare il dono più importante alla sua regina: il suo cuore, per sempre. Un amore fatto di promesse, di sogni condivisi, di vita vissuta insieme giorno dopo giorno. Perché quando due persone si scelgono davvero, non è solo una promessa…è un sì che dura per tutta la vita.”: era su per giù questa l’introduzione all’esibizione. Al di là dei concetti (speriamo superati) di appartenenza, matrimonio – peraltro religioso – come legittimazione di un rapporto, e legami inscindibili senza cui “non ha senso vivere”, coi quali la canzone stona in un’epoca di lotta all’amore tossico – spesso innesco dei femminidici – “Per sempre sì” rappresenta il salvagente migliore (tradizionale, romantico, accettabile) per un’Italia che nuota a fatica tra parità dei sessi, conflitti etici e morali, guerre e genocidi in corso.

Un paese che non vuole scegliere, non muove pedine, non prende posizione. L’anacronismo di una storia d’amore che non è nemmeno quella sfrotunata, struggente e contemporanea di Tananai (Tango, 2023); risuona come “Dio, Patria e Famiglia”, ma con un ritmo molto orecchiabile, proprio quello che ci vuole per dimenticare il presente e rifugiarsi in quello che sappiamo fare meglio: guardare al passato.

E mentre Stella Stellina di Ermal Meta finisce ottava in classifica, il “fenomeno Sal Da Vinci” si appresta a gareggiare all’Eurovision Song Contest. Se conquisterà Vienna lo sapremo solo il 16 Maggio 2026: nel frattempo possiamo sentirci indignati, con onestà intellettuale, del fatto che la canzone vincitrice di Sanremo 2026 – al di là dei gusti personali – non rispecchi affatto la nostra società. O se, al contrario, la rispecchi in realtà fin troppo bene.

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Marina Piccola Cerrotta
Marina Piccola Cerrotta
Marina Piccola Cerrotta nasce a Napoli nel 1991. Studia Antropologia e Storia dell'arte, conseguendo la Laurea Magistrale presso l'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Vince poi il concorso Generazione Cultura e frequenta la LUISS Business School. Dopo le esperienze di redattrice per Vesuviolive e Fanpage, cura nel 2018 la mostra "Forcella Reigns", di Francesca Bifulco e Alex Schetter, a Los Angeles. Ha collaborato al reparto cretivo e come art consultant delle gallerie d'arte Liquid art system. Nel 2023 pubblica il suo libro "Una limonata blu", edito da Guida Editori con la prefazione del Prof. Marino Niola.

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