VISCERALE rappresenta un nuovo concetto di galleria indipendente a Milano, dedicata agli artisti outsider, liberi dall’ossessione del nuovo, e dal segno anarchico, irruente e irriverente, mai nostalgico gestita da Alessandro Baffigi, dotata di due grandi vetrine affacciate sulla via Angelo della Pergola 11, nel cuore del quartiere Isola e aperta a folli sognatori di ogni e provenienza.
In questo spazio espongono Felipe Cardeña, Palo Cassarà, Vetra Cerulli, Ascanio Cuba, Ali Hassoun e Zep, artisti ciascuno a suo modo “viscerali” per diverse regioni e attitudini, comunque audaci e immaginifici, contro i duchampanismi sterili dell’arte del presente, volutamente pop, urban, e amabilmente figurativi, ironicamente provocatori.
Scrive Paola Martino, curatrice della mostra, “Viscerale è quindi una promessa e un rischio. Promessa di autenticità, rischio di esposizione. È uno spazio che non si limita a mostrare opere, ma intende generare reazioni. Non offrire rassicurazione, ma presenza”, e varcata la soglia, a colpo d’occhio, attraverso dodici opere appese alle pareti candide come le pagine di un libro mai scritto, il fruitore attento osservando soggetti, dettagli, forme, colori e composizioni ardite, viaggerà idealmente da Milano al Medio Oriente, passando dal naufragio di migrazioni possibili tra reale e digitale, in cui tutto è rivelazione, relazione, incantamento e resilienza.

Le parole chiave della mostra apparentemente distopica mira a generare reazioni, per attivare la coscienza e conoscenza di frammenti di vissuti sono: corpo, tensione, identità, frizione e materia in costante frizione tra loro. Lemmi come pretesto narrativo e visivo, individuati nella Babele dei linguaggi dell’arte contemporanea, per tracciare nuove immaginifiche narrazioni in un mondo bellicoso, narcisista, cinico e individualista, contaminato dal cancro dell’egoismo, fedele al dio denaro, in bilico tra il fallimento globale dell’umanità, la crisi ambientale, e la speranza di contraddittori scenari, in cui tutto sembra sotto controllo e nulla è come appare. Tralasciando noiosissimi elenchi delle opere in mostra di sei autori diversissimi tra loro per tecniche e linguaggi, vissuti, poetiche e attitudini, in questa galleria trovate opere in cui vulnerabilità e intelligenza artificiale sono tese verso esuberanze formali dalla travolgente vitalità e abilità materica e cromatica, tese verso una post umanità viscerale, organica, e artificiosamente naturale.

Felipe Cardeña, artista dall’identità misteriosa approdato a Milano come un extraterrestre, va oltre la sua riconoscibile iconografia hyper-spazialista-modernista, sulla scia dell’horror vacui che lo distingue come attitudine estetica, approda a un orientalismo “salgariano” ipersaturo di evocazioni, in bilico tra sacro e profano.

Paolo Cassarà con Cyborg Cop, una scultura in terracotta e legno apre riflessioni su naturale e artificiale, aprendo riflessioni sul rapporto tra uomo e intelligenza artificiale, e propone un trans-umanesimo robotico e computerizzato, automatizzato in cui tutto è trasformazione.
Vetra Cerulli, seduce con i suoi ritratti dipinti su supporti cuciti ai bordi, in cui la cucitura media tra ferita e sutura, fragilità e protezione.

Ascanio Cuba, cita in un grande dipinto L’ultima Cena di Leonardo, da Vinci mostrando un anomalo convivio inscenato in un luogo straniante, industriale, forse in una delle cinque navate della stazione centrale , o chissà, dove marginalità, migrazioni, conflitti e identità plurali s’intrecciano intorno a un tavolo per cenare in compagnia delle solitudini del cittadino globale nelle periferie delle metropoli.
Ali Hassoun, artista libanese, dal segno iperrealista, ammicca e stravolge stereotipi della cultura occidentale e il concetto di esotismo, con figure femminili, esotiche veneri, fagocitate da cumuli di abiti che evocano vite assenti e identità in transito, in bilico tra pittura e narrazione letteraria.

Zep è viscerale e urticante con la sua grafica di protesta ispirata al linguaggio urbano, irrita i nervi con la frase “Somos las nientas de las brujas que no pudiste quemar”, che non è uno slogan bensì una incisione simbolica sulla pelle, come un tatuaggio indelebile tocca produce riflessioni critiche sulla nostra società ogni volta che la si legge, attivando frizioni tra politica e la rivoluzione del fare arte.
Ma bando a “fiumi di parole”, la scelta viscerale spetta all’osservatore di individuare tra immagini, sculture e parole, fallimenti e superamenti di limiti ordinari della quotidianità nell’arte di vivere, in questa mostra una esperienza totale, in balia dell’eccesso di tensioni, vibrazioni, pulsioni e attrazioni fatali tra autenticità e libertà espressiva, come garanzia di onestà intellettuale di autori non rassicuranti con opere che sprigionano campi di forza centripeti e centrifughi.


