Ci mancava solo l’indignato pompeiano, ultima metamorfosi estiva di quella singolare creatura che potremmo chiamare il conformista d’avanguardia: ginocchio flesso dinanzi a qualunque belato emesso dall’artista consacrato, purché sostenuto dalla galleria giusta, dal curatore patentato e dal collezionista che conta; schiena improvvisamente diritta, cipiglio severo e vocazione al martirio estetico quando l’opera porta una firma che il sistema chic non ha ancora ammesso nel proprio pantheon (o salotto buono che dir si voglia). Il conformista d’avanguardia ha contemplato senza vacillare la gigantesca cacca gonfiabile di Paul McCarthy, ha accettato mucchi di stracci, falli monumentali, animali sezionati e il dito medio di Cattelan davanti alla Borsa di Milano; ha visto l’architettura contemporanea trasformare le città in un coacervo di bizzarrie, affollate di edifici che sembrano usciti dalla fantasia di un inventore pazzo e dispettoso più che progettati per essere abitati, tanto da poterli ormai designare soltanto attraverso la loro somiglianza con un utensile da cucina, un ortaggio o un apparecchio fuori produzione: Londra ha così la sua Grattugia, il suo Cetriolino, il suo Bisturi e il suo Walkie-Talkie, mentre Milano ha affidato il proprio skyline al Dritto, allo Storto e al Curvo, remake per archistar del Buono, il Brutto, il Cattivo, con compagnie d’assicurazione e società di consulenza a sostituire i pistoleri dello spaghetti wester alla Sergio Leone. Davanti agli astici colorati di Philip Colbert tra le rovine di Pompei, però, il conformista d’avanguardia ritrova in un sol colpo Winckelmann, la misura greca, il decoro classico e il rispetto sacrale dell’antico. Non c’è troppo da stupirsi, dopotutto: con la medesima gravità, pochi giorni prima, una pletora di neoellenisti prêt-à-porter (anch’essi conformisti d’avanguardia, ma cinematografica) si era avventata a passo di social contro la splendida Odissea di Nolan, rea di aver oltraggiato l’integrità del testo omerico: gli stessi sapientoni che magari, imbattendosi da qualche parte nel Pelide Achille, gli consiglierebbero, chi sa, una bella ceretta total body, o leggendo da un’altra parte di una certa Aurora dalle dita di rosa, tanto cara ad Omero, penserebbero forse di trovarsi dinnanzi all’ultima, più vezzosa metamorfosi di Edward Mani di Forbice.

Ma ecco i fatti, signori della corte. Dal 27 luglio scorso oltre trenta astici, alcuni coloratissimi e vestiti da gladiatori, altri neri e simili a guerrieri robotici, son stati disseminati tra Pompei e i siti della Grande Pompei. A firmare l’invasione è per l’appunto Philip Colbert, artista britannico, scozzese di nascita e londinese d’adozione, che ha fatto dell’astice – il suo alter ego The Lobster – il protagonista di un universo neo-pop nel quale fumetto, cultura di massa e storia dell’arte vengono rimescolati con plateale ironia. Nello specifico pompeiano, l’artista ha fatto discendere le sue aragoste agostane nientemeno che dal mosaico marino della Casa del Fauno, dove un astice combatte con una murena e un polpo, dotandoli d’un nome tutto nuovo, Pop Mythology: genealogia e nomi forse un po’ furbetti, certo, ma in fondo non meno arbitrari di tante dotte giustificazioni elaborate a posteriori di tanta arte più pensosa e concettuale. Eppure, è bastato qualche selfie per scaterare un putiferio in rete: che diavolo ci fanno, si son cominciati a chiedere in tanti, lo sdegno già pronto in punta di tastiera, tali assurde aragoste pop tra le rovine di Pompei? Sono bastate poche fotografie sparse per i social, ed ecco la Campania venire immediatamente candidata alla “palma del trash estivo” e la critica italiana, solitamente mansueta davanti a ben altre stravaganze, riscoprire d’un tratto il piacere virile della stroncatura.

L’estate, d’altra parte, si sa, è sempre la stagione buona per pochi e selezionati passatempi: la criminologia d’accatto, le scappatelle coniugali, la settimana enigmistica e l’indignazione: soprattutto se c’è da dar battaglia contro qualche opera considerata volgare o poco chic. Una volta, così, può toccare a Giuseppe Veneziano, colpevole d’aver portato nella piazza di Pietrasanta la sua Blue Banana, un papa sullo skateboard e una Biancaneve assassina, tanto che qualcuno arrivò ad auspicare, per lui ed altri artisti non allineati, un Daspo urbano; un’altra volta può toccare a Marco Lodola, messo alla berlina per la sua panchina rossa con tre figure femminili luminose collocata, udite! udite!, davanti al Duomo di Firenze. Oggi, guarda un po’, è il turno di Colbert. Il nome del bersaglio cambia, la zona protetta rimane la stessa: le gallerie chic, i curatori influenti e gli artisti adottati dagli art addicted del momento, davanti ai quali ogni eccentricità, per il conformista d’avanguardia, diventa ricerca, ogni capriccio provocazione, ogni debolezza complessità. Quella degli altri, i paria, i non graditi, solo paccottiglia ultrapop, da censurare con il ditino alzato. D’altra parte, se Damien Hirst ha potuto occupare Punta della Dogana con il suo carrozzone epico e iper-kitsch di Treasures from the Wreck of the Unbelievable, che cosa avrebbe di meno oggi Colbert, per vedersi negare il diritto di portare imamginazione e visionarietà ultrapop tra le strade di Pompei?

Warhol concedeva a tutti quindici minuti di celebrità; la civiltà digitale, più rapida e democratica, concede a ciascuno i suoi quindici secondi di indignazione. Il tempo di fermare il pollice sopra una fotografia, denunciare la profanazione del patrimonio, scrivere “vergogna” e riprendere lo scorrimento verso il selfie da un vernissage, la recensione ossequiosa dell’artista giusto, il programma della prossima biennale o l’ennesimo dibattito sull’appropriazione culturale. Rimane difficile capire perché tanta purezza debba oggi esercitarsi proprio contro Colbert. Viviamo in una realtà più pop di quanto la Pop Art avrebbe mai immaginato: il Bullo planetario diffonde immagini generate dall’intelligenza artificiale di sé stesso in veste di papa o di figura cristologica, mentre la sua comunicazione politica pare un incrocio orrorifico fra Minecraft e il Mein Kampf; l’ex ministra italiana del Turismo ha affidato la promozione del Paese alla Venere di Botticelli trasformata in una povera influencer inebetita con minigonna, smartphone e pizza; noi tutti, poi, leggiamo avidamente dell’ultima tesi d’un avvocato o di un Pm su Garlasco o dell’ultimo eccidio in Palestina con l’occhio che ci casca sulla pubblicità di una pillola per dimagrire o d’una crema miracolosa contro la caduta dei capelli, e attraversiamo centri storici ottocenteschi sommersi da ogni sorta di orribili insegne, cartelli e dehors, mentre su ogni facciata, persino su quelle delle chiese, campeggiano, in cambio di un restauro, cartelloni giganteschi nei quali il trash pubblicitario raggiunge livelli che Colbert non avrebbe mai neppure osato immaginare. Del resto, la Tv berlusconiana ci aveva già da tempo immemorabile addestrati ad abbandonare Anita Ekberg nella Fontana di Trevi per seguire con trepidazione le sorti di una lavatrice minacciata dal calcare, e a tornare pochi minuti dopo a Fellini come se le due vicende appartenessero alla stessa trama: oggi, allora, possiamo forse sopravvivere anche a un astice di vetroresina tra le rovine di Pompei.
D’altra parte, se nelle piazze italiane si volessero collocare soltanto artisti indiscutibili, capaci di reggere il confronto con Michelangelo, Donatello e l’antico, bisognerebbe avere il coraggio di lasciarle quasi sempre vuote, data la comprensibile scarsità di artisti di quella statura; quelli che esistono – perché ne esistono – se ne stanno ben nascosti e raramente abitano le gallerie più à la page. Con i criteri attraverso i quali vengono generalmente scelti artisti, curatori e opere per i nostri parchi e spazi pubblici, tanto vale riconoscere che Colbert porta almeno colore, sorpresa e divertimento; Lodola la memoria di Depero e un immaginario che ha assorbito pubblicità, cinema, musica e luce urbana, fino a farne il più riconoscibile interprete del neo-pop italiano; Veneziano la satira, lo sberleffo e quella gioia irriverente che manda in bestia soprattutto chi ha fatto della seriosità una patente di professionalità. Nel grande Luna Park del contemporaneo, pensiamo a buon diritto che ci sia posto per tutti, perfino per gli astici di Pompei; di fronte a loro, qualche bambino in gita con i genitori probabilmente riderà, qualche adolescente scatterà una foto, qualcun altro continuerà tranquillamente a godersi gli affreschi e le rovine. Il 30 novembre le opere saranno smontate, Pompei conserverà intatta la propria bellezza e la propria tragedia, e l’indignazione del conformista d’avanguardia avrà già trovato altri bersagli da impallinare alla bisogna.
Viva dunque Colbert, viva Lodola, viva Veneziano! Viva l’arte giocosa, colorata e irriverente contro la noia dei musi lunghi del contemporaneo.




