Viviamo nell’epoca del Realismo Caotico. Antoh Mansueto e lo specchio di un mondo in implosione

Realismo caotico non è semplicemente il titolo della nuova mostra di Antoh Mansueto, ma una dichiarazione di poetica, un modo di abitare il presente e di restituirlo attraverso l’arte senza filtri, senza addomesticamenti. Dal 20 al 26 gennaio 2026, negli spazi di Punto Arte a Monza, Mansueto presenta un insieme di opere che funzionano come mappe sensibili del nostro tempo, superfici visive attraversate da tensioni, stratificazioni, collisioni.

Il percorso che conduce al Realismo Caotico non nasce all’interno del sistema dell’arte, ma affonda le sue radici nella formazione scientifica dell’artista. Negli anni Ottanta, durante gli studi universitari in fisica, la tecnologia veniva raccontata come uno strumento di semplificazione dell’esistenza: meno lavoro, più tempo libero, più qualità della vita. Una promessa che, con il passare dei decenni, si è rivelata fragile. Ogni nuova innovazione ha generato nuove competenze da acquisire, nuovi dispositivi da comprendere, nuovi standard destinati a diventare rapidamente obsoleti. Il tempo teoricamente “liberato” si è trasformato in tempo occupato, colonizzato da un apprendimento continuo e mai concluso.

Questo processo ha prodotto una vita accelerata, compressa, sempre in bilico tra lavoro e vita privata, fino a renderle indistinguibili. Mansueto individua qui una frattura profonda: la tecnologia non ha semplificato il mondo, lo ha reso più complesso, più denso, più difficile da abitare. Alla fine degli anni Novanta, questa condizione diventa anche fisica, somatica. Lo stress non è più solo una categoria psicologica, ma un’esperienza corporea. Il confronto con la bioenergetica di Alexander Lowen porta l’artista a una consapevolezza netta: i sistemi di vita contemporanei non rispettano i bioritmi del corpo, cancellano le pause, impongono una produttività costante. L’utopia del “lavorare meno” si rovescia così in una spirale infinita di azioni, in cui ogni gesto serve solo a preparare il successivo.

Nel frattempo, il mondo si apre. Le frontiere cadono, il multiculturalismo introduce nuove possibilità, nuove energie, nuove visioni. Per molti artisti è una stagione di entusiasmo reale. Ma insieme alla moltiplicazione delle opportunità arriva anche la perdita delle certezze strutturali. Mansueto intercetta con lucidità il pensiero di Zygmunt Bauman, traducendo l’idea di società liquida in una dimensione visiva e simbolica. È qui che nascono le sue riflessioni sul multiverso: non solo come teoria fisica, ma come metafora dell’esistenza contemporanea, fatta di identità multiple, ruoli mobili, mondi paralleli da attraversare quotidianamente.

Eppure, secondo l’artista, la liquidità non è più sufficiente a descrivere il presente. Negli anni Duemila emergono nuove rigidità, blocchi ideologici, politici e sociali che si scontrano all’interno di questo flusso continuo. Mansueto parla allora di molteplicismo: una società fatta di molteplicità di possibilità, ma anche di molteplicità di rigidità, sempre più polarizzata. Un mondo in cui, come osserva Byung-Chul Han, l’individuo finisce per autoschiavizzarsi liberamente, imponendosi standard di performance sempre più elevati, interiorizzando il controllo.

Le opere in mostra traducono questa complessità in immagini che rifiutano ogni forma di pacificazione. Colori stridenti, forme in continua mutazione, equilibri instabili, figure che sembrano nascere e dissolversi nello stesso istante. Mansueto respinge l’idea di un’arte pensata per decorare o rassicurare, per adattarsi agli interni o calmare menti già sovraccariche. Il suo lavoro parte da una constatazione più radicale: l’Homo sapiens è solo un granello all’interno di un sistema naturale troppo complesso per essere pienamente compreso. Il caos che percepiamo non è necessariamente disordine, ma il risultato dei limiti della nostra percezione.

In questo senso, le opere oscillano costantemente tra fascinazione e paura, attrazione e spaesamento. L’artista intuisce un ordine supremo, ma lo vive come qualcosa di insieme magnetico e perturbante. Le immagini rimandano al Big Bang originario, a un’esplosione che non si è mai conclusa e che continua a generare forme, energie, mutazioni. L’universo – o il multiverso – è un processo in atto, e l’arte, per Mansueto, non può che inseguirne il movimento, senza pretendere di fermarlo.

Da qui la necessità di parlare di Realismo Caotico. Non una semplice etichetta, ma una presa di posizione etica ed estetica. Astratto e figurativo, surrealista e concettuale, il lavoro di Mansueto attraversa i linguaggi, sperimenta le tecnologie, rifiuta la semplificazione come valore. Quando per anni critici e osservatori gli hanno chiesto di ridurre, di chiarire, di ordinare, la sua risposta è rimasta invariata: se il mondo è caotico, l’arte non può fingere il contrario.

In questo scenario emergono inoltre gli Altroviani (ne abbiamo parlato qui) e gli happy accidents: figure e mutazioni che non provengono da un altrove geografico, ma da un altrove temporale e percettivo. Potrebbero essere esseri del futuro, evoluzioni della natura, sostituti dell’umano così come lo conosciamo. Ma Mansueto non li guarda con puro timore. In loro persiste una gioia di vivere disincantata, che affonda nelle radici napoletane dell’artista. La meraviglia convive con lo spavento, il gioco con la consapevolezza della nostra caducità.

Qui il Realismo Caotico si distingue nettamente da ogni visione distopica univoca. I mondi della fantascienza entrano nel surrealismo non per annunciare una fine, ma per segnalare un cambiamento. Buono o cattivo? Mansueto non lo stabilisce. Come il saggio zen che, sospeso sull’abisso, assaggia una ciliegia e ne riconosce la dolcezza, l’artista sceglie di abbracciare lo spettacolo dell’universo, pur sapendo che nulla è garantito. Chi vuol esser lieto sia, del diman non c’è certezza.

Per questo le opere non sono mai tetre. Sono vivaci, colorate, plasticose, aperte a letture opposte. Possono apparire gioiose o allarmanti, mostri o giocattoli, caos puro o meraviglia salutare. Mansueto lascia lo spettatore libero, come in un titolo shakespeariano — as you like it — di soffrire le mutazioni o gioirne. Il grande agglomerato mutante su fondo azzurro non offre risposte: è metafora della società veloce, colorata e caotica che l’artista ha attraversato. Un mondo che, con ironia partenopea, a Napoli chiamerebbero semplicemente “un inguacchio”.

La mostra a Punto Arte propone piuttosto un ritratto onesto e disturbante del nostro tempo, un’immagine in cui riconoscersi è scomodo, ma necessario. Perché, come suggerisce Mansueto, non esiste rappresentazione più realistica del presente di quella che accetta il caos come sua forma primaria.

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Mattia Casanova
Mattia Casanova
Laureato in Economia e Gestione degli Eventi Culturali, il suo percorso lo ha portato a specializzarsi in Content Management e Web Design per il settore Artistico. Ha vissuto a Venezia, Londra e Cagliari.

2 Commenti

  1. Antoh è un artista colto e inquieto che con il suo spirito di ricercatore è stato capace di reinventarsi più volte nel corso della propria carriera e di trasformare il proprio viaggio in un percorso di continua crescita e di sorprendente evoluzione.

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