La moda non occuperà semplicemente la Galleria Vittorio Emanuele II: per una sera proverà a trasformarla in un grande teatro pubblico, sospeso tra l’eleganza ottocentesca di Milano e le promesse dell’intelligenza artificiale. Martedì 22 settembre 2026, in apertura della Milano Fashion Week, arriva per la prima volta in Italia Vogue World, il format itinerante che, dopo New York, Londra, Parigi e Los Angeles, mette in scena la moda attraverso performance, musica, spettacolo e cultura visiva.
Il tema scelto per la quinta edizione è Where The Future Is Made By The Hand: il futuro costruito dalla mano. Una formula che contiene già il conflitto intorno al quale ruoterà l’intero evento. Da una parte ci sono il saper fare italiano, le lavorazioni tessili, le botteghe e le competenze tramandate nel tempo; dall’altra le macchine, le immagini sintetiche e gli strumenti digitali che stanno modificando i processi creativi.
La Galleria diventa così qualcosa di più di una scenografia monumentale. È il luogo nel quale Milano ha storicamente sovrapposto commercio, architettura, industria culturale e rappresentazione sociale. Situata tra il Duomo e il Teatro alla Scala, la struttura completata nel 1877 è anche uno dei primi grandi spazi della modernità urbana italiana: un ambiente nel quale guardare le vetrine significa, da sempre, anche guardare ed essere guardati. Portare qui Vogue World vuol dire trasformare questo dispositivo dello spettacolo in una passerella globale, trasmessa in diretta internazionale dalle 20:00.

Il programma si articolerà attraverso diversi atti tematici, costruiti per raccontare l’evoluzione del fare: dal broccato rinascimentale alla produzione industriale, dalle lavorazioni manuali alle immagini generate attraverso lo schermo. La direzione creativa è affidata a Juan Costa Paz, mentre Lady Amanda Harlech guiderà il progetto moda e la storica e curatrice Judith Clark si occuperà dell’impostazione museologica dello spettacolo. Tra i produttori figura anche Marco Balich, già responsabile di grandi eventi internazionali.
A introdurre il confronto tra corpo e tecnologia è stata una serie di video diretti da Bardia Zeinali, con protagonista Vittoria Ceretti. La modella italiana interpreta Vittoria.ai, un personaggio robotico immerso in situazioni surreali, tra macchine malfunzionanti, riferimenti cinematografici e invenzioni anacronistiche. L’intelligenza artificiale viene rappresentata come uno strumento capace di imitare stili e velocizzare l’esecuzione, ma privo di esperienza, memoria ed emozione.
È una posizione rassicurante, forse persino troppo. La moda accoglie l’AI, purché questa rimanga al proprio posto: assistente efficiente, mai vera autrice. Ma proprio qui emerge la questione più interessante. Quanto del valore attribuito all’artigianato corrisponde ancora alle condizioni concrete di chi produce e quanto, invece, è diventato un racconto di marca? Celebrare la mano non significa automaticamente proteggere il lavoro che quella mano compie.
Vogue World non risolverà questa contraddizione, ma avrà il merito di renderla visibile. Il rischio è che l’artigianato diventi una presenza simbolica all’interno di uno spettacolo dominato da tecnologia, sponsor e distribuzione digitale. La possibilità opposta è che il confronto mostri come innovazione e tradizione non siano necessariamente nemiche: una macchina può ampliare le possibilità della progettazione, purché non cancelli conoscenze, responsabilità e competenze umane.
L’altro elemento significativo riguarda la geografia dell’evento. Mentre lo spettacolo occuperà il cuore più lussuoso di Milano, parte della sua eredità dovrebbe raggiungere Quarto Oggiaro. Vogue ha annunciato un investimento di almeno due milioni di euro destinato alla riqualificazione della biblioteca del quartiere, che dovrebbe diventare un centro dedicato a moda, musica, creatività e formazione. Dal centro alla periferia, dunque, almeno nelle intenzioni.
La vera misura di Vogue World non sarà solamente la spettacolarità delle immagini prodotte sotto la cupola della Galleria. Sarà la capacità di trasformare una celebrazione del Made in Italy in qualcosa che resti alla città. Perché il futuro può ancora essere fatto dalla mano, ma soltanto se quella mano trova spazi, strumenti e occasioni concrete per continuare a creare.




