Nel tempo dell’esposizione costante, della performance identitaria e della sovraesposizione emotiva, parlare di vulnerabilità significa attraversare un territorio scomodo. Eppure, necessario. Non come condizione di debolezza, ma come dispositivo di conoscenza, apertura, persino resistenza. È da questa soglia fragile e potentissima che prende forma Vulnerabilia, la mostra bipersonale di Elisa Filomena e Milena Sgambato, a cura di Vera Agosti, ospitata fino al 6 settembre 2026 negli spazi della Galleria Biffi Arte di Piacenza.
Un progetto espositivo costruito sul dialogo, sulla reciprocità e sulle risonanze. Due artiste differenti per geografia, biografia e immaginario – piemontese Elisa Filomena, campana di origine e milanese d’adozione Milena Sgambato – si incontrano attorno a un sentimento comune: quella fragilità che appartiene tanto ai soggetti rappresentati quanto al gesto stesso del dipingere.
Le protagoniste dei loro lavori sono spesso giovani figure sospese: adolescenti, fanciulle, corpi in formazione, identità ancora in bilico, creature che sembrano attraversare il tempo della trasformazione senza possedere ancora gli strumenti per nominarla. Ma Vulnerabilia evita qualsiasi retorica della fragilità. Piuttosto, la trasforma in linguaggio. In uno spazio in cui il dubbio, l’inquietudine, il desiderio di appartenenza e la tensione verso il mistero diventano materia pittorica.
Anche le artiste, in fondo, si espongono. Lo fanno letteralmente, scegliendo di inserire in mostra i propri autoritratti tra oltre trenta dipinti. Una presenza silenziosa ma decisiva, che rompe la distanza tra osservatore e opera e suggerisce come la vulnerabilità non riguardi soltanto chi viene rappresentato, ma anche chi guarda e chi crea.
L’allestimento si costruisce come una partitura di corrispondenze visive e affettive. Nella Sala delle Colonne il dialogo si apre su un piano quasi archetipico: Adamo ed Eva di Milena Sgambato incontra La Processione di Elisa Filomena in una riflessione sulla nascita, sulla relazione tra essere umano, natura e cosmo, immersa in un’atmosfera ancestrale e sospesa. Le opere sembrano parlarsi per simboli, cromie e silenzi, evocando una dimensione spirituale che sfugge alla narrazione lineare.
Nel Salone d’Onore il ritmo si fa più serrato, più intimo e psicologico. Qui emergono con maggiore evidenza le tensioni personali delle due artiste, e il tema della vulnerabilità si manifesta in forme differenti: da un lato come introspezione, dall’altro come energia vitale che cerca spazio nel mondo. Al centro della sala, due paraventi inediti dipinti da Filomena e Sgambato assumono quasi una funzione metaforica: oggetti fragili, leggeri, costruiti per proteggere e insieme rivelare. Nascondere qualcosa, in questo caso, significa forse custodirlo.
La mostra si espande inoltre in due piccole personali autonome allestite nelle Sale del Paradiso. Elisa Filomena presenta una selezione di carte dal carattere intimo e rarefatto, opere in cui il segno sembra affiorare come apparizione. Milena Sgambato concentra invece lo sguardo sulla serie degli Unicorni: figure eccentriche, straordinarie, irriducibilmente diverse, metafora di quelle soggettività che abitano il margine e proprio da lì trovano la propria unicità.
Se i mondi visivi delle due artiste restano distinti, numerosi sono i punti di contatto nella ricerca tecnica e poetica. Entrambe lavorano sulla velocità del gesto, sull’immediatezza percettiva, sulla costruzione di immagini per velature e trasparenze. La pittura non diventa mai descrittiva: interessa piuttosto cogliere un frammento emotivo, una tensione psicologica, il momento esatto in cui qualcosa accade dentro il soggetto ritratto.

Filomena guarda verso un altrove spirituale e misterioso: nei suoi lavori si avvertono presenze, spiriti, apparizioni che sembrano emergere dalla memoria collettiva o dall’inconscio individuale. Una dimensione mistica che non rinuncia mai alla corporeità, ma la attraversa. Sgambato, al contrario, parte da scene apparentemente quotidiane, che la pittura trasforma in territori emotivi complessi, abitati da malinconie, attese e slittamenti sentimentali.
La forza di Vulnerabilia sta proprio qui: nella capacità di sottrarre la vulnerabilità a ogni semplificazione. Nulla, in mostra, appare davvero fragile nel senso convenzionale del termine. Dietro la delicatezza delle atmosfere si insinuano il perturbante, l’ambiguità, persino una sottile inquietudine. Basta osservare più a lungo i dettagli delle scene per accorgersi che ciò che sembrava rassicurante custodisce sempre qualcosa di enigmatico.




