Wanderlust. Il viaggio senza meta della pittura di Dietmar Brixy a Venezia

Affacciato sul Canal Grande, Palazzo Bembo è una delle sedi veneziane dell’European Cultural Centre (ECC), associazione e centro culturale che organizza una programmazione espositiva in occasione delle Biennali di Arte e Architettura. Personal Structures si configura come un progetto parallelo alle manifestazioni biennali che, giunto alla sua ottava edizione, declina il tema del 2026 intorno a Confluences. Le confluenze sono quelle transdisciplinari, tra diverse forme d’arte, fatte di contaminazioni, intersezioni e prospettive soggettive che convergono in nuove visioni sul futuro.

In questa cornice concettuale viene presentato Wanderlust di Dietmar Brixy. Dopo Journey, l’esposizione organizzata presso la Biblioteca Nazionale Marciana in occasione della scorsa edizione di Biennale Arte, l’artista tedesco amplia la sua ricerca in un secondo capitolo: dal viaggio determinato e con una meta di Journey all’esposizione presso Palazzo Bembo, dove viene espresso il desiderio del viaggio, l’emozione che precede, attraversa e vive nel viaggio, seppur privo di una destinazione.

Wanderlust esprime proprio il desiderio di viaggiare ed esplorare il mondo; le opere di Dietmar Brixy traducono questo concetto in un viaggio interno a ogni dipinto. Il viaggio è tanto interiore quanto esteriore e, soprattutto, disinteressato alla meta: è per questo perdita, smarrimento, ma anche riconciliazione. Nella pittura di Brixy coesistono diverse dimensioni, ciascuna corrispondente a differenti modalità d’uso e stesura del colore. La pittura viene lasciata colare, accogliendo l’imprevisto; è stesa con la spatola, creando uno sfondo uniforme; resta increspata, generando una matericità e una concretezza tangibili.

In questo modo, all’interno di ogni opera coesistono stili, modalità espressive e paesaggi differenti, che uniscono astrazione e figurazione, visioni rivolte verso l’esterno e verso l’interno. La coesistenza e confluenza di visioni entro uno stesso dipinto portano chi guarda a confondersi e perdersi in un viaggio che privilegia la percezione e l’interpretazione più che il rigore compositivo: lo smarrimento piuttosto che la traiettoria verso la meta. La compresenza di colori, stili e pattern genera uno straniamento ed evoca un mutamento percettivo che non può che essere, metaforicamente, quello di una scoperta curiosa ma confusionale, fatta di stupore e imprevisti.

La stratificazione del passato e della memoria

Le dimensioni non sono accostate l’una all’altra, ma si intersecano, si sovrappongono e si stratificano. Nell’illusione pittorica creata da Dietmar Brixy, la sovrapposizione è anche sedimentazione, in un vagabondaggio metaforico che non solo si perde nel presente, ma porta con sé anche tracce del passato. Le tracce sono quelle di sfondi che sembrano appartenere ad altre tele, dunque nella sovrascrittura di pattern e nuovi racconti. O ancora, le tracce di una natura reale (come felci e foglie d’edera) che nei dipinti diventano altro, conservando solo una memoria della loro forma. Le opere di Brixy sono insiemi di ricordi, sedimenti e visioni che convergono in una prospettiva di smarrimento e, soprattutto, di godimento di questa confusione.

Dietmar Brixy evoca il sentimento romantico del viaggio, riprendendo concetti descritti e raffigurati in epoca ottocentesca attraverso un sentire soggettivo intimo e astratto. Permane, come negli interessi e nelle avventure romantiche, un certo senso di esotismo: nelle forme verticali e allungate di alcune tele (che ricordano i rotoli giapponesi srotolati e una forma, come quella del kakemono, destinata a una calligrafia verticale) o nell’installazione ottagonale al centro della sala, chiaramente ispirata a un paravento nipponico. Così come nella scelta di colori e formati. Un esotismo che non è solo geografico ma anche temporale, nella ripresa della forma del tondo che attinge dalla pittura europea del Quattrocento e Cinquecento. Le stratificazioni di tempi, modi e spazi di Dietmar Brixy consentono in questo modo di perdersi e di apprezzare i mutamenti del viaggio, considerando come questi possano avvenire fuori o dentro il soggetto, che è parte del paesaggio che attraversa. Il viandante non sarà altro, allora, che una delle mille memorie e stratificazioni di ciò che lo circonda.

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Rebecca Canavesi
Rebecca Canavesi
Rebecca Canavesi consegue la laurea in Comunicazione e didattica dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Si trasferisce a Venezia, dove segue un programma curatoriale e frequenta il corso di Laurea Magistrale in Storia delle arti e conservazione dei beni artistici presso l’Università Ca’ Foscari. Prediligendo contenuti e ricerche sul contemporaneo, lavora come copywriter freelance e attualmente collabora come contributor per Art-Frame Magazine (Venezia) e Artuu.

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