Entrare nel Padiglione Polacco durante la 60ª Biennale di Venezia è come entrare in un coro di voci silenti. Le immagini sullo schermo si susseguono, uno dopo l’altro, ritraendo volti indimenticabili di rifugiati ucraini che ricreano i suoni delle armi a cui sono stati esposti durante il conflitto. A guidare quest’opera rivoluzionaria, titolata “Repeat After Me I” e “Repeat After Me II”, è la curatrice d’arte Marta Czyż.
Per la prima volta quest’anno, la Biennale presenta una nuova forma di iconografia della guerra nella storia dell’arte, evitando di ricorrere a raffigurazioni grafiche eccessive di violenza, assassinio e morte. Invece, è il suono e la riproduzione delle emozioni ad essere messi in primo piano.
Questo progetto innovativo trascende i confini tra pubblico e opera d’arte. Per comprenderne il significato la lettura del comunicato curariale non è necessaria. Non c’è bisogno di essere eruditi dell’arte per toccare l’essenza di questa installazione: i suoni della guerra, ricreati da coloro che l’hanno realmente vissuta.
Ho avuto l’opportunità di parlare con Marta Czyż, la curatrice del Padiglione, per approfondire l’essenza e la genesi dell’installazione. Marta si è dimostrata un interlocutore molto disponibile e le sue risposte sono state rispondenti ed esaurienti.
La collaborazione con il collettivo ucraino Open Group, responsabile della creazione dei video, risale al 2019, quando la Czyż invitò uno dei membri, Yuriy Biley, a partecipare alla Young Triennale di Orońsko, da lei curata.
Da quel momento, Marta Czyż ha deciso di addentrarsi nel mondo dell’arte ucraina, percepita come unica e affascinante nel suo genere. Questo interesse si è tradotto nella decisione di portare questa particolare iconografia della guerra all’attenzione di un pubblico più ampio durante la Biennale di Venezia con l’installazione simbolica e potente di “Repeat After Me I” e “Repeat After Me II”.
Nel Padiglione Polacco, il pubblico può aspettarsi di trovarsi di fronte a una vera e propria installazione videoperformativa a forma di karaoke militare. Qui, le esperienze individuali della guerra vengono rievocate dai rifugiati ucraini stessi, offrendo una rappresentazione universale che tocca non solo i confini dell’arte contemporanea, ma anche le vite di coloro che assistono alle proiezioni.
Attraverso il dialogo con Czyż emerge chiaramente l’amore e il rispetto verso l’arte ucraina contemporanea e verso i suoi artisti. Grazie alla sua lungimiranza, la Biennale di Venezia ci offre la possibilità di avvicinarci a una realtà spesso solo immaginata o idealizzata, rendendo la guerra e le sue conseguenze un’esperienza tangibile che risuona in tutto il Padiglione. Questo progetto innovativo ci ricorda che, talvolta, la guerra è veramente il suono interrotto dal silenzio.




