Ci sono saghe che si accontentano di proseguire la propria storia. Wicked, invece, sembra mutare direzione e chiede allo spettatore di inclinare lo sguardo e di prepararsi a qualcosa di diverso. Il secondo capitolo dell’opera di Jon M. Chu riparte là dove aveva lasciato il primo atto, ma subito si muove altrove, verso un mito cinematografico come Il mago di Oz, che qui è sempre più presente, come un fantasma nobile e ingombrante.
Il film procede con un passo diverso dal precedente: dopo l’impennata estatica di Defying Gravity, prende fiato. Ma è un respiro momentaneo, perché la pellicola ritrova presto il suo slancio, sorretta dal carisma febbrile di Cynthia Erivo, che plasma una Elphaba di densità magnetica, e dalla sorprendente Ariana Grande, che porta sullo schermo una Glinda gravida di passioni, contraddizioni e affetti sospesi.
In questo nuovo passaggio della storia, Elphaba si mostra ormai avviluppata nella maschera che il potere le ha cucito addosso: la Strega Malvagia dell’Ovest, simbolo di un terrore utile solo alla propaganda. La sua battaglia per la dignità degli animali e per la verità viene distorta, manipolata, fino a diventare una minaccia pubblica. Attorno a lei orbitano figure che credono di poterla contenere: il Mago, un Jeff Goldblum volutamente sopra le righe, la gelida Madame Morrible di Michelle Yeoh e soprattutto Glinda, trascinata tra l’amicizia e la convenienza, tra l’affetto sincero e l’etichetta delle classi dominanti.

Wicked – Parte 2 abbandona definitivamente il tono scolastico del primo episodio e si addentra nei recessi più fragili della relazione tra le due protagoniste. È qui che il film trova il suo spessore più nobile: nella tensione di un rapporto che l’ordine sociale continuamente tenta di spezzare, nella parabola di un’amicizia che sopravvive a ogni frattura. Quando Elphaba e Glinda condividono lo schermo, qualcosa vibra in modo quasi tattile: le interpretazioni di Erivo e Grande innervano la narrazione, trascinano con sé il pubblico in un vortice emotivo che esplode nelle sequenze musicali, tra cui l’interpretazione del brano For Good, che impreziosisce il racconto con la sua dolcezza drammatica.
Non tutto, però, è calibrato alla perfezione: le intersezioni con Il mago di Oz appaiono talvolta discordanti, come se il film temesse di avvicinarsi troppo all’iconografia del classico del 1939, o forse come se fosse trattenuto da invisibili vincoli di bottega. Per chi non conosce il mondo di Oz, alcuni passaggi potrebbero suonare enigmatici, come se il film parlasse un dialetto familiare solo ai devoti del mito diretto da Victor Fleming.
Eppure, nonostante questi piccoli inciampi strutturali, l’opera conserva un nucleo emotivo e politico di notevole intensità e si sviluppa intorno a interrogativi profondamente contemporanei come, ad esempio, se è davvero possibile riformare dall’interno un sistema ormai corrotto oppure se l’unica strada rimasta è la ribellione o l’esilio. Elphaba e Glinda incarnano due risposte divergenti a un medesimo mondo in frantumi, due strategie di sopravvivenza di fronte a un ordine che teme la diversità più di qualsiasi tempesta.
Wicked – Parte 2 convince proprio per ciò che sottrae quanto per ciò che offre: per la sua capacità di rinegoziare un mito consolidato, di incrinare l’immagine indurita del cattivo e di suggerire che, a volte, le storie si rivelano davvero solo quando si frantuma la loro superficie. Nel duello tra Elphaba e il mondo che la dipinge come un mostro, nel sorriso incrinato e sofferto di Glinda che sceglie di brillare anche quando la luce le pesa addosso come un macigno troppo gravoso, il film suggerisce che il confine tra eroismo e crudeltà è un artificio, un trucco scenico, e le storie migliori nascono proprio tra queste fenditure, nel gesto vulnerabile di due donne che provano a scegliersi nonostante il mondo le voglia nemiche, nella possibilità che due destini divergenti continuino a parlarsi da lontano.


