C’è una geografia segreta nel cinema di Martin McDonagh. Ogni suo film nasce da un luogo e quel luogo finisce per plasmare chi lo attraversa, salvo poi esserne a sua volta ridisegnato, in un continuo rimbalzo fra comico e tragico che è poi in fondo la cifra del cinema di McDonagh. La provincia di Tre manifesti a Ebbing, Missouri incarnava il rancore sociale e le contraddizioni di una comunità, l’immaginaria Inisherin de Gli spiriti dell’isola si faceva allegoria di un’Irlanda spaccata in due dalla sua stessa storia. Con Wild Horse Nine, in Concorso a Venezia 83, la mappa si allarga fino a uno dei punti più remoti e carichi di mistero del pianeta, l’Isola di Pasqua.
Ancora una volta il paesaggio e i suoi ospiti non parlano la stessa lingua. Siamo nel 1973 e sull’isola sbarcano due agenti della CIA, Chris (John Malkovich) e Lee (Sam Rockwell), legati da un’amicizia di vecchia data e da un curriculum che li ha visti muovere i fili, nell’ombra, di alcune delle pagine più cupe della storia recente. A mandarli laggiù, senza un vero incarico, è il loro superiore M. J. (Steve Buscemi), che li ha appena incontrati a Santiago del Cile, dove la macchina del golpe dell’11 settembre 1973 è già in moto e l’Agenzia ne è ingranaggio attivo. In quel lembo di Cile perso nel Pacifico, ai due non resta che guardarsi allo specchio. Chris, ormai anziano e prossimo al congedo, trascina il peso di una vita spesa al di là di ogni confine morale, compresa l’ombra di una partecipazione diretta all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Lee, dal canto suo, è schiacciato fra le bizzarrie del compagno e le pressioni di chi comanda, allarmato dalle memorie che Chris ha iniziato a incidere su nastro.

McDonagh consegna un’opera dal cuore anarchico e dallo sguardo nichilista, sorretta da una sceneggiatura intelligente e sagace, che porta la sua firma, e da due interpreti in assoluto stato di grazia, capaci di trasmettere la stessa energia tanto nelle scene più irresistibili quanto in quelle attraversate dalla malinconia. Chi conosce le ultime due prove del regista riconoscerà un ricamo narrativo in comune: la dimensione insulare come palcoscenico privilegiato, la struttura da buddy movie, la figura del servitore dello Stato costretto a tirare le somme della propria vita e quell’ironia affilata che continua a bersagliare con gusto chi guarda.
Sarebbe tuttavia un errore liquidare Wild Horse Nine come una variazione sul tema. La novità sta anzitutto nella frontalità dell’attacco. Il bersaglio è la CIA e, per naturale estensione, gli Stati Uniti, chiamati a rispondere, sotto la maschera della commedia ma senza alcuna cautela politica o diplomatica, di alcune delle più gravi colpe accumulate nel ‘900 dalla superpotenza per eccellenza. Si parla senza giri di parole di democrazie sabotate e governi rovesciati, e lo si fa in un momento in cui quelle stesse pratiche tornano ad affacciarsi nell’America centrale e meridionale. Il portavoce di questa requisitoria è il trascinante Chris di Malkovich, e la sua condizione personale lo ha ormai sciolto dal riserbo che il mestiere imporrebbe, e così eccolo elencare misfatti, scoperchiare i segreti del proprio governo e abbandonarsi a digressioni geopolitiche di comicità travolgente, fra cui spicca un’impagabile teoria che tiene insieme democrazia, omosessualità e formaggi.

Lee è il vero contrappeso emotivo e morale del racconto, che coglie il rimorso che l’amico nasconde dietro il cinismo, ma non perde mai di vista il compito che gli è stato affidato, un compito che per lui ha risvolti intimi e familiari. È proprio il legame fra i due, insieme alla presenza della sempre impeccabile Mariana di Girolamo, a riportare un soffio di umanità dentro una storia di disillusione; fra visioni del mondo destinate a scontrarsi, verità da seppellire e missioni inconciliabili, l’Isola di Pasqua si trasforma nell’arena di una resa dei conti annunciata, che ammicca al western anche attraverso segni iconografici precisi, come i cavalli che punteggiano il paesaggio e il memorabile cameo di Tom Waits, che pare arrivare direttamente dalle praterie di Sentieri selvaggi. Con Wild Horse Nine Martin McDonagh incastona un’altra gemma in una filmografia già ragguardevole, orchestrando una nuova, vorticosa danza fra ordine e caos, fra amore e morte, fra commedia e tragedia, in cui nessuno può rivendicare di stare dalla parte giusta e ciascuno è però una tessera insostituibile di un mosaico che non si lascia completare.



