Wolfgang Tillmans, al Centre Pompidou la poesia  della Presenza

Diciamo la verità: quante volte abbiamo provato il desiderio di immortalare un pezzo di vita quotidiana, tracce minime, particolari che generalmente non vengono notati, pensando di catturare un momento unico e di fissare quell’istante temporale nel qui ed ora?

Ma dobbiamo al fotografo  tedesco il gusto estetico minimal che consacra l’istante di vita quotidiana nell’arte, e anche nel gusto popolare, e che ne ha fatto un linguaggio di comunicazione visiva. Un mondo, il suo, che sembra fatto di niente, nessun compiacimento estetico e formale, nemmeno la stampa è sontuosa, elaborata , questo vuol dire che il tecnicismo non domina la scena, e non ci sono gerarchie, le immagini grandi hanno lo stesso impatto emozionale di quelle piccole. La partecipazione dell’umano a ciò che di inanimato ci circonda, è totale.  

Con la mostra di Wolfgang Tillmans, dal 13 giugno al 22 settembre 2025, si conclude il programma del Centre Pompidou che tra qualche mese chiuderà al pubblico per restauri e la riapertura è prevista per il 2030. Sono contenta di essere qui a Parigi e di vedere questa bellissima retrospettiva dell’artista tedesco allestita nei 6.000 m² del secondo piano dell’edificio parigino in un contesto che appare totalmente anti museale. Le foto di Tillmans sono disseminate dappertutto, collocate nello spazio della biblioteca nei punti più impensabili. Il luogo della trasmissione del sapere cambia volto attraverso la visione e il dialogo con l’architettura.

La mostra retrospettiva al Centre Pompidou esplora oltre trentacinque anni di pratica artistica in diversi generi fotografici, tra cui ritrattistica, natura morta, architettura, immagini documentarie e astrazione ed è la prima personale del fotografo tedesco in un’istituzione parigina dopo l’ambiziosa installazione al Palais de Tokyo del 2002. Le sue opere sono esposte giocando sulla verticalità delle pareti e sull’orizzontalità dei tavoli in un modo che sfida qualsiasi tentativo di categorizzazione. Oltre al suo lavoro fotografico, Tillmans ha incorporato immagini in movimento, musica, suoni e parole in questa ampia installazione, insieme ai contributi di artisti performativi.

Uno degli aspetti importanti è che le fotografie di Tillmans non hanno bisogno di cornici e di supporti complicati, la tecnica non prevale sulla pratica fotografica che per l’artista si avvicina all’installazione dove la precarietà, e il senso del provvisorio sono la sua forza. Ci insegna a vedere tra le pieghe dell’esistente, per lui ogni cosa è degna di essere presa in considerazione e la bellezza sta nei dettagli, nel capovolgimento dell’immagine reale. Nel suo video questa dimensione è ancora più evidente. Anche la schiuma del mare sembra avere vita propria, ogni cosa sprigiona energia, il colore, è la visione dell’artista che umanizza le cose, gli oggetti e la natura, l’organico e l’inorganico.

Wolfgang Tillmans è un fotografo e artista visivo tedesco noto per le sue capacità di spaziare tra generi tecniche e soggetti in modo fluido e radicalmente libero. La sua opera mescola fotografia intima, politica, fotografia astratta e documentaria, spesso sfidando le convenzioni della composizione e dell’esposizione. Ma cosa emerge più di tutto nel suo lavoro? Innanzitutto il coraggio di celebrare ciò che passa inosservato, una forma di resistenza alla nostra distrazione contemporanea, in cui nessuno sa o vuole vedere, fermarsi e pensare al qui ed ora. Il nostro sguardo, risucchiato dallo schermo di uno smart phone, non può più vedere. La realtà, la banale realtà può essere attraente, un filo d’erba, una pianta selvatica, un container: tutto può essere degno di osservazione. Perché la bellezza si nasconde in anfratti oscuri e non tutti sono in grado di vedere. Tillmans ci fa partecipi della sua percezione, ci offre un’altra visione, al di fuori dagli schemi. Una realtà empatica, la sua, e senza giudizio. E ciò che ha contribuito a questo modo di intendere la fotografia sono stati senz’altro la profonda trasformazione dei media e dei vettori dell’informazione del nostro tempo che hanno fatto da motore trainante per il suo lavoro, che con sé ha il bagaglio della controcultura degli anni Novanta.

Per il fotografo poi il passo successivo è quello di entrare in una dimensione totalmente astratta della visione, rompendo con la fotografia tradizionale. Usando fotocopiatrici e manipolando la luce. Non più l’oggetto dunque, ma il suo colore la sua ombra, il puro movimento e la sua energia che rimangono come traccia e memoria.

Innumerevoli sono gli spunti creativi. L’importante è esserci. Lasciarsi catturare da quel particolare, da quel  frame che si ritaglia nel reale e apre a nuovi scenari poetici. La libertà  dell’artista è davvero illimitata, questo sembra volerci dire Tillmans con i suoi scatti anticonvenzionali, sempre sulla soglia del banale, ma mai banali, perché la percezione poetica del reale è nei suoi occhi e poi nei nostri, un nuovo modo di vedere, un modo urgente  di accorgersi del reale.

Nel video qui presente al Pompidou, in cui la musica è dello stesso Tillmans,  entriamo in modo più coinvolgente ed emozionale nel suo mondo, il fascino del colore in movimento, un‘immagine rovesciata di un passaggio di autostrada dove le luci scandiscono tempo e cromatismi. Siamo incantati dalla bellezza quasi futurista del ritmo grafico di un arnese meccanico, dal mare verticale, le cui onde sfidano le leggi di gravità  producendo effetti inaspettati. Creare è utilizzare l’esistente, ribaltarlo, riscriverlo con nuovi codici di lettura. Una sorta di democrazia dello sguardo, un’igiene della visione, al di là della tecnica, che fa tabula rasa di ciò che non è essenziale e che esalta  la fragilità. La verità si trova nella visione, è sotto i nostri occhi, non è una verità assoluta, ma la verità dell’esperienza, è la poesia della presenza. Una fenomenologia visiva in cui l’atto del vedere è una forma di pensiero, e la fotografia diventa una forma di attenzione radicale, nell’atto di consacrare l’ordinario, lo scarto, il margine, la soglia. Un Universo in cui sì l’arte è resistenza, il destino dell’arte, la speranza o l’utopia di un Nuovo Umanesimo. 

Foto by Stefania Carrozzini

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Stefania Carrozzini
Stefania Carrozzini
Nata a Milano, è critica d'arte, giornalista, e curatrice indipendente, oltre che artista e responsabile di spazi e attività culturali. Dal 1993 al 2007 è stata corrispondente e inviata speciale negli Stati Uniti d'America per D'Ars Magazine e ha collaborato per molti anni con Pierre Restany. Dal 1996 al 2008 ha diretto per D'Ars la sezione IEP International Exhibition Projects. Dal 2003 al 2007 ha diretto la galleria CVB "The Carrozzini von Buhler Gallery", nel Meat Packing District, a New York. Ha organizzato e curato numerose mostre in Italia, Francia, Spagna, Inghilterra, Finlandia, Stati Uniti d'America, Canada, Cina, Germania, Corea del Sud. È autrice di Esercizi di Scri(pi)ttura, 2005, Pensa Editore e di Arte, vita e oltre, Eupalino editore, 2009; Art on Alert - tra umanesimo e tèchnè 2021, Timia editore Roma, 2021. È collaboratrice e corrispondente della rivista Art Gallery & Studio Art Journal di New York. Dal 1994 promuove artisti in tutto il mondo. Collabora con diverse riviste d'arte in Italia e negli Stati Uniti. Nel 2013 ha fondato la sua MyMicroGallery a Milano.

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