Cosa c’entra lo yoga con il matriarcato? La domanda suona spiazzante, eppure è da lì che parte Yes She Can, mostra-evento a cura di Scarlet Canevari, in scena alla storica Galleria Lattuada di Milano fino al 23 maggio (venerdì 23 maggio si terrà una serata speciale di yoga alle h.18, alla presenza degli artisti, qua per prenotazioni, ndr). Non una mostra “sulle donne”, ma una riflessione collettiva sul femminile come orizzonte di senso, possibilità di visione, postura etica. Con sei artisti chiamati a immaginare — attraverso pittura, collage, fotografia, performance e installazione — un mondo alternativo: come sarebbe se fosse governato dalle donne?
La risposta non è una linea dritta. È un groviglio, un respiro, una tensione. E si sviluppa proprio nel corpo: quello del visitatore, attraversato dalle pratiche di rilascio miofasciale guidate dalla curatrice; quello delle opere, che mettono in scena carne, memoria, visione; e quello della fascia — il tessuto connettivo del nostro organismo, che Scarlet Canevari definisce “un archivio vivente”. Sciogliere la fascia, ascoltarla, è aprire una porta sulla trasformazione.

Debora Garritani, con la serie fotografica Metaxis, torna all’autoscatto per esplorare il corpo come campo di tensione. Metaxis — “stare in mezzo” — racconta una condizione contemporanea e universale: da un lato l’accettazione del tempo che passa, dall’altro il condizionamento verso ideali di bellezza sempre più rigidi, plastificati, innaturali. In un futuro immaginario governato da donne, Garritani immagina che il potere femminile non sia ancora sufficiente a liberare dalla prigione estetica: le donne continuano a modellarsi secondo standard irreali, fino a somigliare a manichini. «La guaina — spiega — è simbolo di questa ambivalenza: contiene, protegge, ma soffoca». Le sue immagini sono teatrali, solenni, ispirate alle Veneri rinascimentali, ma stravolte da una luce distopica. Bellezza e inquietudine convivono.

Felipe Cardeña, con Women Life Freedom, rilegge una delle icone fondative del femminismo: il manifesto We Can Do It! con la celebre Rosie the Riveter. Ma lo fa secondo la sua estetica psichedelica e spiritual-pop, trasformando il braccio sollevato in un’esplosione di fiori, segni e texture. È un omaggio alla lotta delle donne, con particolare attenzione a quella delle donne iraniane dopo l’omicidio di Masha Amini, ma anche un atto più profondo: la trasformazione della lotta in visione, della militanza in armonia esplosiva. Il collage, in Cardeña, è un linguaggio di resistenza poetica, in cui ogni fiore è un atto politico.

Carla Mura dipinge partendo dal corpo, ma lo fa come chi compie un rito. «Per essere generosi e stare bene con gli altri bisogna star bene con se stessi», dice. «Bisogna lavorare sul proprio groviglio interiore, elaborarlo, tirarlo fuori». Il suo quadro è un atto di liberazione sciamanica, gestuale, impulsivo. Al centro, una frase di Beethoven: “L’unico predominio che concepisco è quello sulla generosità d’animo”. Ecco la proposta politica di Mura: non dominio, ma relazione. Non verticalità, ma dialogo. La generosità come motore etico, coltivabile. Il femminile come orizzonte di apertura.

Annamaria Tulli porta un’opera intitolata Adamo. Ma è il volto di una donna, ripetuto due volte nello stesso scatto. “Adamo”, dice l’artista, “è la sintesi della molteplice identità che abita dentro ogni donna”. Il maschile è riflesso, sfondo, eco. Il vero soggetto è la pluralità che convive in un solo corpo. Tulli lavora con la sottrazione, la verticalità del tempo, l’eco della memoria.

Silvio Giordano riscrive la genealogia dell’immaginario tecnologico, a partire da Mary Shelley. “La prima intelligenza artificiale l’ha inventata lei”, dice l’artista, “con Frankenstein”. La sua opera, parte del progetto New Digital Humanism, usa l’AI non per replicare logiche di potere, ma per generare pensieri nuovi, etici. «Io voglio creare mostri per denunciare le mostruosità fatte contro il mondo femminile», afferma. Il suo è un lavoro visivo potente, disturbante, generativo. Un’estetica che guarda alla tecnologia come strumento di vita, non di morte. Come estensione di chi genera, non di chi distrugge.

Marcelina Braga chiude il cerchio con un’opera di grande essenzialità simbolica. Una figura femminile archetipica, in equilibrio tra forma e trasparenza, ispirata — come nota Gianluca Ranzi, che ha intervistato gli artisto in una serie di podcast ascoltabili su Spotify — a una sorta di Uomo vitruviano al femminile. Una creatura integrata con la terra, che non vuole dominare ma appartenere. «In questa figura — dice Braga — c’è la donna come natura stessa. Non vuole essere al centro del mondo, ma essere in armonia con l’acqua, con la terra, con gli alberi che conosco fin da bambina, in Brasile». Il femminile qui non è identità, ma ecosistema. Energia. Colore. Relazione. «Dobbiamo parlare attraverso l’energia», afferma, «anche l’energia del colore».
Yes She Can è tutto questo: una mostra, ma anche una pratica. Un’ipotesi di mondo, ma anche un esercizio di ascolto. Non si tratta di sostituire il potere maschile con quello femminile, ma di riscrivere da capo il concetto stesso di potere — come relazione, come generatività, come attenzione.
E allora sì, lo yoga c’entra.
C’entra con il matriarcato, con l’arte, con la rivoluzione.
Perché ascoltare il corpo, sciogliere la fascia, respirare a fondo — in un mondo che stringe, opprime, accelera — è già un atto politico.
disponibili su Spotify:


