Zianni – Bianchi: Dialogo scultoreo a Milano

C’è un dialogo che scorre silenzioso tra le stanze dell’Archivio Rachele Bianchi in via Legnano 14, a pochi passi dal Castello Sforzesco. Un dialogo fatto di materia, di forme curve e superfici lucide, di assenze e presenze che si inseguono. È il dialogo tra due artiste, Federica Zianni e Rachele Bianchi, che non si sono mai incontrate ma sembrano conoscersi da sempre.

La mostra, curata da Francesco ‘Demo’ De Molfetta (visitabile fino a fine mese) si intitola Zianni – Bianchi. Dialogo scultoreo in mostra, ed è un percorso che attraversa il corpo femminile come contenitore di significati, il femminile come dimensione di fragilità e forza, di maternità e di vuoto. Due generazioni, due sguardi distanti settant’anni che si riconoscono nella scultura come linguaggio e nel bisogno di dare forma a ciò che spesso resta invisibile.

Federica Zianni I’m looking for the Man courtesy dell’artista

Federica Zianni, classe 1993, accoglie i visitatori accanto a una delle sue opere più recenti. Si intitola Gelli Cocoon e nasce dall’idea che l’essere umano non sia un animale naturale, ma profondamente culturale. “Tutto ciò che costruiamo — racconta — è di matrice artificiale, anche quando imita forme naturali. In realtà, sono strutture che parlano di noi, dei nostri paradossi e delle nostre ossessioni”.

La scultura è una creatura ambigua, a metà tra una medusa e un bozzolo. Una crisalide inquietante fatta di lacci emostatici, materiali di scarto e resina trasparente. Un organismo sospeso che sembra vivo, ma che racconta il nostro mondo post-organico, in cui anche il naturale diventa artificio.

Federica Zianni Gelli Cocoon courtesy dell’artista

Accanto a lei, le opere storiche di Rachele Bianchi — bronzi, marmi e terracotte — dialogano senza tempo. Le figure della scultrice milanese (1925–2018) sono corpi-architettura, gusci, corazze e totem che trattengono storie di maternità mancata, di solitudine, di resilienza. Opere che affondano nella materia per tradurre tensioni interiori, soglie esistenziali. Bianchi ha saputo dare voce al femminile in un’Italia dominata dal patriarcato culturale del secondo Novecento, e il suo alfabeto scultoreo continua a parlare, soprattutto oggi.

Rachele Bianchi Ricerca 1968 courtesy Archivio Rachele Bianchi

“Il filo rosso che mi lega a Rachele Bianchi è l’eterogeneità dei materiali”, spiega Zianni. “Io utilizzo tutto: bronzo, resina, plastica di risulta, camere d’aria, performance, fotografia. È un’urgenza quella di non fissarsi su un solo mezzo, di costruire una narrazione molteplice”. La mostra espone anche Cocoon Green Bronze, la seconda copia di un’opera nata durante una residenza artistica alla Fonderia Versiliese: una crisalide in bronzo lucido fissata a una parete, che contiene e insieme imprigiona. “Il bronzo è inerte — dice l’artista — e racconta una rassegnazione. Come a dire: questa condizione non cambierà mai. È un statement. Un gesto definitivo”.

Il percorso curatoriale alterna le due produzioni, trovando punti di contatto nella morbidezza delle forme, nell’uso simbolico del vuoto e nel corpo femminile come superficie di proiezione culturale. Zianni – Bianchi è un dialogo vivo che attraversa le generazioni, tenendo insieme scultura classica e installazione contemporanea, bronzo e plastica, gesto arcaico e sensibilità post-umana.

Federica Zianni Small Reticulum I e II courtesy dell’artista

L’Archivio Rachele Bianchi si conferma così uno spazio capace di custodire memoria e generare futuro. E Milano, in questo giugno di luce che filtra tra i cortili storici e i cantieri verticali, offre ancora una volta uno spazio dove la scultura femminile può parlare senza chiedere permesso.

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Paola Martino
Paola Martino
Giornalista, appassionata di lingua araba e di arte, vive a Milano. Per focusmediterranee.com e ultimabozza.it scrive per la sezione Culture, soffermandosi su artisti, mostre, eventi e progetti culturali che non hanno confini. Per lei, infatti, la cultura è un mezzo per migliorare il dialogo e la conoscenza reciproca, anche tra le due sponde: Sud Europa e Nord Africa. Si è diplomata in lingua e cultura araba all’Ismeo di Milano e ha lavorato come giornalista radiofonica.

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