Archeologia senza terra: il relitto di Uluburun e la Storia sott’acqua

Relitto. Nello studio della storia dell’uomo, è difficile trovare un’altra parola in grado di solleticare così tanto curiosità e interesse. Vuoi perché siamo tutti cresciuti con il mito dei tesori perduti nelle profondità del mare, vuoi perché alcuni di questi relitti sono leggende scolpite nell’immaginario comune, dal Titanic all’italiana SS Umbria, affondata nel 1940 dal suo stesso capitano nelle acque del Mar Rosso, per impedire che il prezioso carico militare che trasportava venisse requisito dagli inglesi, divenuti poche ore prima nemici.

Secondo l’Unesco, in fondo agli specchi d’acqua di tutto il globo ci sarebbero più di tre milioni di relitti. Un numero che potrebbe apparire impressionante, se non si tenesse conto del fatto che per secoli – per non dire millenni – fiumi, mari e oceani sono stati la principale via di comunicazione per unire posti molto lontani tra loro, e spesso irraggiungibili via terra. Vie di commercio e di scambio culturale rapide, efficaci, e tuttavia pericolose, in balia di eventi atmosferici incontrollabili, fondali perigliosi, nemici e razziatori. 

Gli eventi catastrofici, però, sono quasi sempre una manna dal cielo per chi ricostruisce il passato (citofonare Pompei), perché fissano nel tempo momenti di vita quotidiana altrimenti persi per sempre. In questa prospettiva, un relitto risalente a più di tremila anni fa non può che essere una fonte incalcolabilmente preziosa e fruttuosa di informazioni. 

Esattamente questo rappresenta il relitto di Uluburun, il “grande promontorio” a sud-est della città di Kaş, provincia di Adalya, Turchia sud-orientale, una preziosa fonte di informazioni, ma anche una scommessa vinta da uno dei pionieri dell’archeologia subacquea, il grande e compianto George Bass. Negli anni ’60, infatti, Bass e il suo gruppo di ricerca, confluito poi nell’Institute of Nautical Archaeology dell’Università del Texas, a largo di Capo Gelydonia, poco più a est di Uluburun, hanno ritrovato il relitto di una nave, probabilmente partita dalla costa levantina, e lo hanno datato alla fine dell’Età del Bronzo, approssimativamente al 1200 a.C.

Troppo antica. Troppo lontano dalla terra di Canaan. Queste le reazioni alle pubblicazioni di quel ritrovamento. E allora George Bass fa una scommessa coi suoi detrattori. Scommette di trovare un altro relitto che confermi le sue teorie.

 © Panegyrics of Granovetter. Uploaded by Mark Cartwright

E quando nel 1982, un giovane pescatore di spugne segnala sul fondale di Uluburun la presenza di “grandi biscotti di metallo con le orecchie”, Bass capisce che il momento della rivincita è appena arrivato, che quei biscotti non sono altro che lingotti “a pelle di bue”, straordinariamente diffusi proprio durante l’Età del Bronzo. E se il Fato e la Storia decidono di premiare costanza e audacia, lo fanno in grande stile, perché quando Bass e la sua equipe si immergono, non trovano solo i lingotti, ma l’intero carico di una nave affondata. Un carico straordinariamente ricco, ma il cui pezzo più importante è forse il più piccolo: un amuleto in guisa di scarabeo in oro massiccio, con un nome sulla faccia piatta, Nefer-Neferu-Aton, uno dei nomi di Nefertiti, regina d’Egitto e moglie del faraone Akhenaton, salita al trono intorno al 1350 a.C. E – dunque – il relitto di Uluburun non solo risale all’Età del Bronzo, ma precede di circa cento anni quello di Capo Gelydonia, datandosi, molto probabilmente, all’ultimo quarto del XIV secolo a.C., cioè tra il 1325 e il 1300 a.C.

Le storie che il carico del relitto hanno rivelato sono tante e incredibilmente interessanti. Ancora una volta, una singola e casuale scoperta è in grado di accendere improvvisamente un faro su un momento di vita reale del passato. Il relitto di Uluburun, quello di Capo Gelydonia, e i numerosi altri che sono tornati alla luce negli anni a seguire sono la prova tangibile di quanto il mondo dell’Età del Bronzo fosse profondamente connesso, una prova tangibile del commercio e dei rapporti internazionali che avvenivano nell’Egeo nella seconda metà del secondo millennio a.C., un mondo fatto non di tanti piccoli universi isolati, ma interconnesso, in cui insieme alle merci, viaggiano culture, idee, nuove tecnologie, forme artistiche e mode.

Un mondo globalizzato.

Se sei interessato a scoprire nel dettaglio il relitto di Uluburun, ascolta qui:

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