La luce nel buio. L’Heroon di Lefkandì ovvero come rivalutare i medioevi

Quando ero matricola all’università, durante una delle primissime lezioni di Storia Greca e di tutta la mia carriera universitaria, il professore ci parlò di un edificio. Conservo ancora gli appunti di quelle lezioni e – a tal proposito – scrissi queste esatte parole: “A Lefkandì è stato ritrovato un monumento così straordinario che è difficile capirne l’importanza”. Da quel momento, per me quel monumento è diventata una sorta di ossessione, e ancora oggi, dopo tanti anni, è e rimane il sito archeologico a cui sono maggiormente legato.

Lefkandì è un piccolo villaggio all’imbocco del golfo Euboico meridionale, nel sottile tratto di mare che separa – appunto – l’isola di Eubea, la Negroponte veneziana, dall’Attica e dalla penisola greca. Lì, negli anni ’80, una missione greco-inglese, impegnata nello scavo di un sito archeologico dalla lunga e complessa stratigrafia, ha riportato alla luce i resti di un curioso edificio absidato, caratterizzato – cioè – dalla terminazione curvilinea di uno dei due lati brevi del perimetro, proprio come le absidi delle chiese. 

E dico curioso non solo per la forma, che in realtà di curioso ha poco se messo in relazione al periodo in cui si daterebbe, tra il 1000 e l’850 a.C., in quella fase della storia greca nota come Periodo Protogeometrico, in cui gli edifici absidati sono piuttosto frequenti. Dico curioso perché – in primo luogo – sebbene forma e materiali di costruzione lascino presupporre che l’imponente edificio, lungo 50 e largo quasi 14 metri, fosse destinato a un uso abitativo, in realtà, al suo interno, gli archeologi non hanno trovato quasi nulla, né a livello di elementi di arredo né a livello di oggetti, che possa far pensare a una dimora. E dico curioso per via – in secondo luogo – del trattamento che ricevette l’edificio poco prima di essere abbandonato. Due fosse vennero scavate al suo interno, al centro dell’ambiente principale. Due fosse da usare come sepolture, la prima per un individuo di altissimo rango e, forse, per la sua sposa, la seconda per quattro cavalli, verosimile cavalcatura del defunto, il tutto espressione di un rituale che nei poemi omerici è riservato agli eroi come Patroclo, fraterno amico di Achille. Le fosse vennero “segnate” da un grande cratere monumentale, forma vascolare utilizzata spesso anche a mo’ di lapide, e dunque furono per un certo periodo di tempo “ricordate” e onorate, prima che l’intero edificio venisse parzialmente smantellato e interrato al di sotto di un imponente tumulo, la cui erezione richiese fino a 2000 giorni di lavoro e che mai fu intaccato da altre opere edilizie o da altre sepolture, a testimonianza del rispetto che venne lui riservato anche in seguito.

Cosa fu l’edificio di Lefkandì? Reggia di un principe? Monumento funebre e heroon, termine con cui, in ambiente greco, si identifica la tomba/santuario o di un eroe del mito di un re o di un fondatore di una colonia, mitizzato e onorato dopo la morte? Tutte e tre le cose? Nessuna di esse? Una risposta certa non esiste.

Eppure, non è solo nella sua enigmatica storia che risiede quell’importanza difficile anche solo da comprendere di cui scrivevo nei miei appunti. A lungo, infatti, si è creduto che il periodo al quale si data il monumento, i secoli tra la fine dell’Età del Bronzo e l’inizio della gloriosa storia greca che ciascuno di noi ha studiato a scuola, fosse stato un periodo di arretratezza culturale e di crisi, in cui diminuirono i commerci internazionali, in cui scomparve la scrittura: un “Medioevo ellenico” di secoli bui, o “Dark Ages” come a lungo si è scritto. La critica storica però ci insegna che bisogna sempre diffidare da questi medioevi tristi e oscuri. L’Heroon a Lefkandì, maestoso ed esagerato in ogni suo aspetto, e i suoi ricchi ospiti ci suggeriscono proprio che “periodo di arretratezza” non è forse la definizione storicamente più valida per descrivere quei secoli, che forse sarebbe più opportuno parlare di “periodo di cambiamento”. Molte cose non sono più come prima, altre non sono ancora come saranno in seguito, ma non per questo non c’è grandezza, non c’è cultura, non c’è motivo per rimanere incuriositi o affascinati.

Sia, dunque lode all’archeolog* che scava in profondità (anche metaforicamente) nelle cose, che lotta per ricostruire il passato nel modo più rigoroso e corretto possibile e che non giunge a conclusioni affrettate o semplicistiche.

E che ci dimostra che i medioevi hanno sempre qualcosa in più da svelare.

Se vuoi approfondire la storia dell’Heroon di Lefkandì, ascolta qui:

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

“Hair” torna in scena: libertà, identità e pacifismo per una nuova generazione. Intervista al regista e al cast del musical cult

Oggi, come allora, esistono ancora tanti Vietnam… e tanti giovani con la voglia di liberarsi dalla schiavitù commerciale della Società. Hair, spettacolo cult fine anni ’60, è più che mai l’ideale manifesto delle nuove generazioni che cantano l’alba dell’era dell’Acquario. HAIR, the Tribal Love-Rock Musical

Artuu Newsletter

Scelti per te

Michelangelo e Bologna: il dialogo silenzioso che ha forgiato un nuovo linguaggio scultoreo, a Palazzo Fava

Due momenti di confronto e formazione che hanno avuto un enorme impatto sul divin artista raccontati attraverso un meticoloso percorso espositivo, inaugurato lo scorso 14 novembre e visibile fino al 15 febbraio a Palazzo Fava, grazie al quale possiamo apprezzare il muto dialogo instaurato dal Buonarroti con i rilievi della Porta Magna di San Petronio di mano di Jacopo della Quercia.

Hito Steyerl rimappa l’immaginario contemporaneo con “The Island” all’Osservatorio Prada

È l’approdo all’isola-che-non-c’è il nuovo progetto che Hito Steyerl porta all’Osservatorio di Fondazione Prada di Milano. La sua “The Island” è un’isola felice di pura sperimentazione e creazione nel mare di una stagione espositiva cittadina (ad eccezione di un paio di mostre: Nan Goldin al Pirelli Hangar Bicocca e Fata Morgana a Palazzo Morando) che non brilla per originalità sul fronte del contemporaneo.

Una banca, un museo, una mostra: PORTOFRANCO rilegge gli spazi attraverso 23 artisti

Una scala unisce due edifici di fronte al torrente Muson dei Sassi. Siamo alle porte della città medievale murata di Castelfranco Veneto, nella dimora settecentesca di Palazzo Soranzo Novello che, con il palazzo a fianco dall’interno modernista con gli arredi della vecchia banca in legno, granito e vetro, diventerà il futuro Museo Civico cittadino. Nell’attesa, si apre alla contemporaneità ospitando la mostra PORTOFRANCO curata da Rossella Farinotti.

Seguici su Instagram ogni giorno