Il Carnevale tra maschera e rito: quali sono le origini di questa festa?

La tradizione secolare del Carnevale, per la quantità-complessità delle maschere e per le differenti derivazioni-contaminazioni regionali, costituisce un serbatoio profondo di pratiche popolari. Il riconoscimento a posteriori di un carattere proto-performativo mette in luce la natura processuale-esperienziale della teatralità connaturata alla ritualità della festa. Il carattere di rottura del Carnevale si lega alla storia della maschera e del travestimento: è solo mediante un surrogato dell’alterità, protetto dal “riso” e dalle pratiche di decostruzione, che l’opposizione sociale e il ribaltamento di ruoli hanno luogo, in un confronto e scambio continuo necessariamente collettivo.

Pieter Bruegel il Vecchio, Lotta tra Carnevale e Quaresima. Olio su tavola, 1559. Wien, Kunsthistorisches Museum.

Nel lungo periodo che fu il Medioevo, si svilupparono in Italia, ma non solo, una serie di pratiche rituali “sotterranee” che, sopravvissute al tentativo di soppressione (per il carattere “demoniaco” e profano di contro alla sacralità delle processioni religiose), confluirono successivamente nel Carnevale, nei termini di una standardizzazione della festa, molto più regolamentata e riconosciuta da parte del potere istituzionale vigente. Il Carnevale si configura dunque come il prodotto della cultura cristiana medievale, al cui interno però permangono elementi di origine pre-cristiana, appartenenti alla tradizione pagana. Ma quali sono quindi questi germi di “teatralità” popolare? 

Carlo Ginzburg è uno storico e saggista italiano, il quale ha ampiamente indagato tali fenomeni medievali. I suoi studi e le sue riflessioni in materia, in particolare su lo Charivari e la “caccia selvaggia”, permettono di comprendere l’alto grado di complessità derivante dalla ricostruzione storica di rappresentazioni le cui prime testimonianze materiali risalgono al XII secolo. Numerosi sono gli scritti che presentano figure e simboli giullareschi, i quali sembrano confondersi e identificarsi nello stretto legame che intercorre tra il sacro e il profano (carattere presente ancora oggi nell’atto dissacrante del Carnevale mascherato, normato in funzione di una catarsi sociale collettiva).

Arlecchino e la sua controparte infernale

Le forme rituali definiscono la nostra storia: nell’utilizzo medievale del fantoccio è possibile indagare una prassi che sopravvive nel nostro presente, seppur in forma minore e incerta, nel demone Herlechinus, citato più volte nei testi sacri, si ritrova il lontano progenitore della maschera di Arlecchino (simbolo della Commedia dell’Arte e anche di “italianità”). Il rito dello Charivari si configura quale processione notturna, nata presso le società rurali medievali con l’obiettivo di esorcizzare il momento del lutto, mediante la produzione di un frastuono musicale e sonoro in grado di richiamare a sé la schiera di anime defunte. Attraverso l’uso della maschera animale, in grado di suscitare un’ibridazione-metamorfosi, i partecipanti al rito assumono l’identità delle anime morte, trovando quindi nel carattere collettivo dell’esperienza una soluzione al dolore, nella presenza fisica di una visione della vita circolare, in cui la morte e la nascita si congiungono ed è difficile tracciarne il confine di demarcazione.

Nuoro, italy. february 18, 2017. Carnival mask parade in Nuoro Italy with Mamuthones and issohadores dancing. Mamuthones mask looking around at crowd

E’ proprio da questo corteo antichissimo che nascono i Mamuthones della Sardegna, maschere carnevalesche di demoni in cui emerge la presenza animale-ibrida connaturata all’uomo e al carattere identitario dello stesso, nei termini di una dissacrazione volta a “contaminare”. Ginzburg descrive gli effetti derivati dalla presenza massiccia del potere inquisitorio sul territorio “italiano” e le cause che indussero ad una limitazione circoscritta delle pratiche popolari alternative.

Lo storico ricostruisce il processo a carico di due contadini relativo al corteo dei benandanti, altra pratica medievale “mascherata” specificatamente friulana. Ritornano anche in questo caso i travestimenti animali (interessante a tale proposito è indagare nella storia della civiltà-ritualità lo stretto rapporto che intercorre fra uomo-animale), l’uso della maschera, la sincronizzazione con il ciclo stagionale (così come nelle Calende romane si celebrava la morte dell’anno trascorso), la convivenza paradossale, ma comprensibile (se ci si immerge nel sostrato simbolico medievale) delle processioni cristiane delle anime purganti con il dialogo notturno, oscuro e demoniaco del mondo degli spiriti. La cultura popolare si connota quindi di un’ambivalenza di fondo, data dall’antitesi simbiotica fra vita e morte, in cui il basso corporale e il realismo grottesco si legano all’importanza data alla natura, al riconoscimento delle funzioni meccanicistiche del nostro essere vivente-corpo, in una teatralità immersiva e partecipe che elimina le differenze sociali e produce una libertà nel sentire comune data dall’abbraccio al proprio essere uomo, animale e spirito. 

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Ilaria Capitani
Ilaria Capitani
Ilaria Capitani nasce nel 2001 in un piccolo paese di montagna. La scrittura e la lettura, presenze costanti nella sua vita, accompagnano gli anni dell’adolescenza e vivificano il sodalizio con l’Arte, in particolare con la pratica teatrale. Trasferitasi a Bologna, si laurea al DAMS con una tesi in Storia e Metodologia della Critica d’arte. Interessata allo studio dei differenti sistemi di vita e di cultura, secondo un approccio di studio antropologico, ha fatto della critica, come giudizio soggettivo, di sguardo sul mondo, il centro della sua ricerca. L’attuale sperimentazione e formazione riguardante l'utilizzo terapeutico del mezzo artistico nasce dalla consapevolezza profonda dell’importanza fondativa dell’essere in rapporto con l’altro.

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