Ecco la storia del Discobolo e del perché deve restare in Italia

Non passa lo straniero. Nemmeno sul cadavere del ministro Gennaro Sangiuliano. Il Discobolo Lancellotti deve restare qui. E la Germania ci restituisse pure il suo piedistallo. Che bella la querelle fra il ministro della Cultura italiano e il direttore dello Staatliche Antikensammlungen und Glyptotheke Florian S. Knauß, diventata un casus belli culturale fra potenze alleate con tanto di convocazione al Ministero dell’ambasciatore tedesco a Roma, Hans-Dieter Lucas. 

L’altro giorno il direttore della Gipsoteca di Monaco di Baviera aveva rigettato la richiesta del direttore del Museo Nazionale Romano Stéphane Verger della base settecentesca del Discobolo Lancellotti conservata a Palazzo Massimo, copia romana del II secolo d. C. della statua bronzea del Discobolo di Mirone di Elètuere del V secolo a. C. e oggi perduta, chiedendo pure la restituzione della statua stessa: gib uns den Discobolus zurück!, rivogliamo il Discobolo! Col Kaiser, “devono passare sul mio cadavere”: così il Ministro Sangiuliano, facendo alzare il sopracciglio indignato ai commentatori italiani bru bru che col Governo nun ce vonno stà nemmeno quando ha ragione. 

Un passo indietro. Il Discobolo Lancellotti è una scultura in marmo scoperta nel 1781 all’Esquilino a villa Palombara ed è chiamata così perché ha fatto parte integrante della collezione privata del principe romano Lancellotti. Nel 1936 la regista Leni Riefenstahl per le Olimpiadi di Berlino realizzò Olympia, il documentario da agit-prop culturale proiettato per la prima volta nel 1938 nel giorno del compleanno del Führer: in questo film compariva anche il Discobolo, che agli occhi di Hitler, con quel corpo maschile tutto muscoli e tensione fissato plasticamente per l’eternità nell’attimo fuggente in cui l’atleta sta per lanciare il disco, simbolizzava il mito della perfezione ariana al punto da chiedere – anzi, riferire – al Principe Lancellotti di volerla acquistare. Detto, fatto: il Duce ha sempre ragione e pazienza se Bottai non è d’accordo, nel 1938 il piatto piange e pecunia non olet.

L’acquisto del Discobolo Lancellotti da parte della Germania nazista venne formalizzato il 18 maggio 1938 per 5 milioni di lire, al cambio di oggi 15 milioni e passa di euro, con un accordo che permise di voltarsi dall’altra parte fischiettando rispetto alle norme per l’inalienabilità dell’antichità e delle BelleAarti: quando noi prenderemo la Francia voi vi potrete riprendere le opere nel Louvre. Ma, come tutti sanno, la storia non si fa con i se e nemmeno con gli accordi aumm aumm: l’Italia perse la guerra e il Discobolo venne portato in uno dei punti di raccolta di opere d’arte controllati dagli Alleati, per poi tornare definitivamente in Italia nel 1948. 

La Germania oggi dice di averlo comprato regolarmente, ma forse ha ragione Angelo Polimeno Bottai, nipote di quel Ministro Bottai che si era opposto alla vendita della statua al Führer, che al “Giornale” ha detto che sì, le istituzioni italiane al potere in quel momento furono d’accordo con l’esportazione e il rimpatrio in Italia violò la legge, ma poi nel 1939 lo stesso Bottai volle quella legge per la protezione dei beni artistici nazionali che è tuttora in vigore, in base alla quale la vendita all’estero di un’opera d’arte deve prima passare dallo Stato italiano. 

Ha allora ragione il ministro Sangiuliano e c’entra niente il patriottismo, che è soprattutto una parola chiave identitaria per la comunicazione politica: il Discobolo deve restare qui. Di più, il Governo prenda in mano la situazione e si faccia ridare il piedistallo, non perché ne debba andare una presunta rispettabilità italiana in Europa, chi se ne frega delle Ursule Von Der Pippen, ma perché questa è l’occasione per attivare finalmente quella politica decisionista di cultura nazionale che tanto ci manca, almeno per quanto riguarda i gioielli di famiglia (l’industria invece abbiamo visto che fine ha fatto).

La Francia l’ha capito da tempo, al punto da connettersi intrinsecamente all’immagine diffusa di eccezione culturale e all’espressione non solo linguistica di grandeur, infatti in uno scanzonato mondo possibile l’Italia non si sognerebbe mai di chiedere alla Francia la restituzione di quella famosa opera di Leonardo, perché la risposta sarebbe qualcosa di simile a quando Donald Trump sganciò la Madre di Tutte le Bombe (M.O.A.B., Mother Of All Bombs) in Afghanistan per far capire subito chi comandava.  I francesi hanno avuto Charles De Gaulle e François Mitterrand, tanto per fare due nomi a caso: il primo con la politica della grandeur trasformò la cultura in un affare di Stato, l’altro impose il protezionismo culturale, col risultato che oggi la Francia è una superpotenza della cultura, rispettata al punto che nessuno si lagna se un intellettuale francese presenta le sue tesi come verità di fede per tutti (citofonare Derrida).
Quel “devono passare sul mio cadavere” del ministro Sangiuliano può avere (anche) il senso dello scatto di reni necessario a far valere le risorse strategiche culturali nazionali, del resto l’espressione di “superpotenza della cultura” è sua e può essere che un nuovo Rinascimento italiano parta proprio (anche) da queste  bagattelle per un piedistallo: è la legittima difesa di un interesse nazionale che passa soprattutto per la cultura e che non ha nulla da spartire con lo sciovinismo, avendo invece un profittevole modello di sviluppo in quella Francia antifascista conservatrice e socialista dei De Gaulle e dei Mitterand, rispetto a cui gli intellò de noartri muti. Quindi cari tedeschi, raus!

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