Camminare tra le opere di Nicola Samorì esposte in Intra Vulnera Tua è un’esperienza che apre la mente e scuote l’anima. I suoi quadri, pieni di tensione e meraviglia, evocano grandi cieli e profondità sommerse, in cui si riflettono le vite delle martiri e delle dannate di ogni tempo. Attraverso le sue tele, Samorì svela il destino dei derelitti e delle loro sciagure, raccontando il degradarsi inesorabile della materia, la putrefazione, la decomposizione, la caduta, la perdita, l’abiezione e la morte.
Eppure, da queste ferite, da queste piaghe che l’umanità e il mondo portano in sé, emerge qualcosa di straordinario: una bellezza che trascende il dolore. L’artista forlivese, nato nel 1977 e formatosi all’Accademia di Belle Arti di Bologna, ha saputo creare un percorso espositivo che esplora la condizione umana con profondità.
Il tema centrale della mostra, come suggerisce il titolo, è la ferita: un simbolo che attraversa la storia dell’arte, della religione e della letteratura. Intra Vulnera Tua – “Nelle tue piaghe” – è un verso tratto dalla preghiera medievale Anima Christi (il verso completo sarebbe intra vulnera tua, absconde me), che invita a rifugiarsi nelle ferite di Cristo. È proprio da qui che si sviluppa il dialogo tra l’antico e il contemporaneo, tra l’arte sacra e quella laica, che caratterizza il lavoro di Samorì.
Il curatore della mostra, Andrea Dall’Asta SJ, descrive così il tema centrale dell’esposizione: “Nella storia dell’Occidente, da sempre la ferita ha costituito un leitmotiv in grado di accomunare arte, musica, letteratura, sociologia… Parlare di squarcio significa sondare le più profonde dimensioni del corpo, del dolore, del limite. Di fatto, tra mito e storia, sacro e profano, la ferita è un archetipo che affiora come elemento ineliminabile della vita umana. Non solo: dalla ferita nasce la bellezza”.
Samorì prende questa riflessione e la porta all’estremo, lavorando sulla materia pittorica e scultorea in modo da evidenziare e trasformare il concetto stesso di ferita. Nelle sue opere, i soggetti si presentano con una bellezza che spesso è violata, ma mai distrutta: tagli, bruciature, graffi e buchi diventano strumenti attraverso i quali l’artista esplora la fragilità della condizione umana.
Tra le venti opere esposte, Macello, un vaso di fiori recisi si staglia su uno sfondo ocra. I fiori, appassiti e sfigurati, sembrano gridare il dolore della perdita e della caducità. Il curatore sottolinea come “nella perturbante bellezza ferita di quei fiori, si coglie il grido del mondo. In quel taglio che li ha recisi, si percepisce il dramma dell’esistenza”. Arco della sete ispirata al mito di Marsia e rielaborata a partire da Luca Giordano, rappresenta un corpo lacerato e martoriato, dove la sofferenza non è solo rappresentata ma materialmente presente sulla superficie del dipinto. Samorì trasforma il tema classico in una riflessione sulla vulnerabilità universale. Partendo dall’imperfezione della materia, Samorì riesce a evocare forme nuove e vibranti, come nel caso de Il vizio della croce, in cui la bellezza emerge prepotente dal disfacimento, rivelandosi attraverso la fragilità.
Un’opera realizzata appositamente per la chiesa di San Fedele è la tavola lignea che raffigura Cristo alla colonna. Collocata in un confessionale cinquecentesco, questa tavola sostituisce una formella scolpita rubata anni fa. L’opera si presenta come un trompe-l’oeil di grande raffinatezza, ma con un elemento sorprendente: al centro della tavola, un vuoto naturale del legno simboleggia la ferita del costato di Cristo.
“Quel vuoto si fa corpo di Cristo piagato. In quel corpo, Intra Vulnera Tua, siamo chiamati a entrare per accogliere il segreto stesso della vita”.
Le opere di Samorì non sono semplici omaggi alla tradizione, ma veri e propri confronti con i maestri del passato. L’artista non si limita a citare, ma rielabora e trasforma. Ogni dipinto e scultura racconta una storia che sembra emergere dalla materia stessa: i tagli, le abrasioni, le sovrapposizioni di colore creano un cortocircuito temporale tra passato, presente e futuro.
Samorì non interviene mai direttamente su lavori del passato, ma li riprende, li rianima, cercando una nuova presa sulle opere.
“Intra Vulnera Tua” è un viaggio attraverso la bellezza, il dolore e la vulnerabilità della condizione umana, una riflessione sulla contemporaneità e sul nostro rapporto con il dolore e la trasformazione.
La mostra è visitabile fino all’8 febbraio 2025 presso la Galleria Museo San Fedele di Milano.