Prendi i soldi e scappa. Ovvero come far le pulci al capitale sguazzando nel denaro

Il museo gli commissiona due quadri, lui prende i soldi e scappa. Se esistesse ancora il quotidiano “La Notte” sarebbe un titolo perfetto, ma dal momento che “La Notte” non c’è più e il furbetto in questione è tutt’altro che scappato, tocca fare come il giornalismo inglese di una volta: fatti, solo fatti. Bon, succede che il Kunsten Museum of Modern Art di Aalborg dà all’artista Jens Haaning 70 mila euro in banconote per farci due quadri più 5 mila come retribuzione del lavoro, ma poi lui appende due enormi tele bianche che più bianche non si può, mentre i 70mila euro, che dovevano essere fisicamente parte dell’opera, finiscono in cascina insieme ai 5mila.

L’opera “Take the Money and Run”

Il capolavoro immortale si intitola “Take the Money and Run”, cioè “Prendi i soldi e scappa” e basterebbe questo per dire che Haaning è il top assoluto dell’arte contemporanea, nella fattispecie quella che i sapientoni chiamano arte concettuale per darsi arie di grandezza, ma siccome la faccenda non finisce qui tocca anche a noi fare i concettuali. Il museo in questione con sprezzo del ridicolo fa causa al nostro eroe per riavere indietro i 70 mila e riesce pure ad aver ragione: Haaning deve rendere il bottino, ma per sua fortuna il fatto che le due tele siano regolarmente esposte gli permette di sfangarla, non senza le polemiche (sue) del tipo “non ho rubato niente, ho violato un contratto ma questa violazione è l’opera che ho realizzato per loro” e la supercazzola (del museo) sull’opera d’arte che “[…] può essere vista come una critica ai meccanismi del mondo dell’arte, ma punta anche a strutture più ampie della nostra società. Anche la mancanza di denaro nell’opera ha valore monetario quando viene designata come arte mostrando così come il valore del denaro sia una quantità astratta”: ma come avrà fatto la stagista che ha redatto il succitato comunicato a non rotolarsi a terra per le risate dopo essersi letta? L’arte concettuale vale “una tantum”, cioè “una e una sola volta”, pertanto dopo le tre sedie di Kosuth tutto il resto è noia.

L’artista Jens Haanning

D’altro canto Jens Haaning non è più un ragazzino e se in quasi 60 anni di vita ha potuto fare l’artista ed esporre nei musei vuol dire che qualche medaglia al valore ce l’ha anche lui. Eppure continua a menare il torrone con l’artista povero e frigna perché il sistema dell’arte è capitalista, mentre la narrazione dei musei gli tiene bordone facendo finta di non sapere che l’arte senza il mercato non esiste (prima c’erano i papi, poi gli imperatori e alla fine sono arrivati i “collezionisti”, ma di riffa o di raffa a comandare in tangenziale è sempre il vil danaro). Haaning ha fatto come Totò che vende il Colosseo ai turisti, anche se lui non lo ammetterà mai, un po’ perché essendo nordico non conosce Totò e un po’ perché non è chic. E nemmeno lo ammetteranno i secchioni che con la boccuccia a culo di gallina mormorano “oh signora mia!, truffare un museo non è arte!”. Già, perché invece esporre due quadri fatti di banconote vere non è una truffa ai danni del proletariato, non è un po’ come dire “ciao poveri”. Prendersela con il sistema capitalista dell’arte contemporanea guazzandoci bene o male è come indossare la pelliccia di Giangi Feltrinelli quando si metteva in posa per “Vogue”: non si è assolutamente credibili.

Il problema è che alla guida dei musei si continua a mettere dei laureati in materie umanistiche anziché degli esperti commercialisti, i quali mai e poi mai avrebbero dato 70 mila euro in banconote a babbo morto da appiccicare su un quadro, il problema è che se googoli la parola “curator” seguita da “traduzione” il primo risultato è “curatrice” e questo restringe molto il campo sull’eventualità che le superstar femminili dell’arte contemporanea mondiale siano soprattutto delle potenziali casalinghe che però l’hanno sfangata.

Ecco che allora è facile che un museo realizzi la famigerata eterogenesi dei fini: tanti soldi (nel caso del museo danese si spera non a carico del contribuente) per portare avanti la solita narrazione noiosa sul capitalismo che abbruttisce la pia devozione del povero artista, salvo trovarne uno che lo prende in parola e realizza la performance delle performance. Peccato però per quello strascico di polemiche da facchini dell’arte.

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