Cena con delitto a Washington: The Residence e il whodunnit secondo Shonda Rhimes

Negli ultimi anni, il genere giallo ha conosciuto un’inaspettata rinascita, ridefinito e rinvigorito da cineasti e showrunner che ne hanno saputo riscoprire l’ineguagliabile fascino. Se Kenneth Branagh ha rinnovato il mito di Hercule Poirot con il suo tocco teatrale e Daniel Craig ha infuso nel detective Benoît Blanc una modernissima eccentricità, ora è il turno di Shonda Rhimes di lasciare il segno nel panorama del whodunnit. Con la sua inconfondibile cifra stilistica, la creatrice di Grey’s Anatomy e Bridgerton ha prodotto per Netflix The Residence, una miniserie basata sul libro The Residence: Inside the Private World of the White House di Kate Andersen Brower, che si muove tra il grottesco e l’ironia, trasportandoci in una delle location più iconiche e inaccessibili al mondo: la Casa Bianca.

Il fulcro del mistero è la morte di A.B. Wynter (Giancarlo Esposito), inflessibile capo dello staff presidenziale, deceduto durante una sontuosa cena di Stato. L’indagine si prospetta titanica: 157 sospettati, distribuiti nelle 132 stanze della residenza più sorvegliata d’America. A destreggiarsi in questo labirinto di intrighi e ambiguità è Cordelia Cupp (Uzo Aduba), un’investigatrice atipica, caparbia e dotata di un’intelligenza acuminata, che si addentra nei meandri della politica e dei rancori personali con una metodicità quasi scientifica. Nel corso degli otto episodi, la serie ci invita a seguire il dipanarsi dell’indagine, tra rivelazioni inattese, sotterfugi e un sottobosco umano pullulante di tensioni latenti.

Il creatore Paul William Davies ambisce a un delicato equilibrio tra il pathos degli intrighi di corte – tratto distintivo del successo shondalandiano – e la leggerezza di un giallo che nel suo piccolo omaggia i classici del genere e il cinema noir. Il risultato è un racconto che si nutre di personaggi sopra le righe e di una fitta rete di rivalità, passioni e vendette. Tuttavia, l’ambizione si scontra con la vastità del cast, in cui non tutti gli interpreti ricevono lo stesso respiro narrativo e con sottotrame che, talvolta, appesantiscono il fluire della storia anziché arricchirla.

Come ogni buon giallo contemporaneo, The Residence si avvale di colpi di scena posizionati con precisione chirurgica, spesso sul finire degli episodi, con l’intento di ribaltare le certezze dello spettatore. Eppure, ciò che realmente funziona sono i momenti in cui la serie si concede al puro divertimento, affidando le sue scene migliori a Cordelia Cupp e a un caleidoscopio di caratteristi straordinari, tra cui spicca Jason Lee e il suo personaggio Tripp Morgan, fratello bislacco del presidente. A rendere il tutto ancor più gustoso e avvincente è la partecipazione autoironica, e iconica, di Kylie Minogue, che offre un’esibizione tanto surreale quanto irresistibile.

Mentre il racconto alterna commedia e tensione, l’indagine vera e propria sembra quasi dissolversi nell’insieme di siparietti e flashback rivelatori. Ogni personaggio cela una sua ombra, un’indecifrabilità che alimenta l’incertezza e tiene desto l’interesse dello spettatore, nonostante una durata che, a tratti, rischia di diluire l’impatto narrativo. 

Tra detective con un’insolita passione per il birdwatching, citazioni inaspettate a Hugh Jackman e una fauna umana tanto variegata quanto surreale, The Residence è un enigma giocoso e stratificato, una cena con delitto in cui il piacere risiede meno nella soluzione del mistero e più nell’intrigante dedalo di relazioni e non detti. Un whodunnit che, pur senza rivoluzionare il genere, invita a perdersi nel suo labirinto con il sorriso sulle labbra e la mente sempre in allerta.

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