Ti è mai capitato di trovarti davanti a un’opera d’arte contemporanea e pensare: “Ma cosa vuol dire?”. Oppure il contrario, sentirti profondamente toccato da un quadro astratto, mentre chi ti sta accanto lo liquida con un’alzata di spalle?
La verità è che non vediamo tutti la stessa cosa. Non perché i nostri occhi funzionino in modo diverso, ma perché il nostro cervello interpreta la realtà basandosi su modelli mentali che abbiamo costruito nel tempo. Questo è esattamente il punto centrale della Theory Theory, una teoria della percezione e della conoscenza che spiega come comprendiamo il mondo – e quindi anche l’arte – attraverso inferenze e ipotesi.
Non è un’idea nuova: filosofi e neuroscienziati come Alvin Goldman, Gopnik e Meltzoff, e Daniel Dennett hanno studiato il modo in cui formiamo teorie mentali per dare senso alla realtà. Il cervello, in sostanza, è un investigatore che raccoglie indizi, formula ipotesi e aggiorna continuamente la propria visione del mondo.
E questa dinamica è fondamentale nell’arte.

Vedere non significa capire
Quando guardiamo un’opera d’arte, non ci limitiamo a registrare colori e forme: il nostro cervello si mette subito al lavoro per darle un senso. Se vediamo un dipinto iperrealista, il processo è facile perché riconosciamo subito il soggetto. Ma se ci troviamo davanti a un’opera di Mark Rothko, con i suoi campi di colore sfumati, la mente fatica di più: “Cosa rappresenta? Cosa mi sta dicendo?”.
A questo punto entrano in gioco le nostre conoscenze e la nostra sensibilità. Se sappiamo che Rothko voleva evocare emozioni profonde attraverso il colore, probabilmente avvertiremo una connessione. Se invece non abbiamo mai sentito parlare di lui, potremmo pensare: “Sono solo rettangoli sovrapposti!”.
Questa differenza di percezione dimostra che l’arte non è solo questione di ciò che vediamo, ma di ciò che crediamo di vedere. Il filosofo Alva Noë, nel suo libro Action in Perception (2004), spiega che la percezione non è un semplice processo passivo, ma è guidata dalla nostra interazione con il mondo. Non vediamo semplicemente un’opera d’arte: la comprendiamo attraverso il nostro coinvolgimento con essa.
Questo significa che non possiamo pensare alla percezione artistica come a qualcosa di isolato dall’esperienza: vedere un’opera d’arte è un atto cognitivo, che dipende da ciò che sappiamo, dalle nostre aspettative e persino dal nostro corpo. È il motivo per cui possiamo “imparare” a vedere l’arte in modo diverso, e perché un’opera che all’inizio ci sembrava incomprensibile può acquisire senso col tempo.
Il contesto cambia tutto
E poi c’è il fattore contesto. Se trovassi un orinatoio in un bagno pubblico, non ti verrebbe mai in mente di chiamarlo opera d’arte. Ma lo stesso orinatoio, firmato R. Mutt e messo in mostra da Marcel Duchamp, diventa una rivoluzione nel mondo dell’arte.
Come è possibile? Perché il nostro cervello ha una teoria su cosa sia arte e cosa no. E quella teoria cambia a seconda della situazione. Se un oggetto è in un museo, attiviamo un modello mentale diverso: “Se è esposto qui, avrà un significato più profondo.”
Lo stesso vale per la nota banana attaccata al muro da Maurizio Cattelan (“Comedian”). In un supermercato è solo una banana, in una galleria diventa un’opera che fa discutere e ridefinisce il concetto di valore nell’arte. Non è l’oggetto in sé che cambia, ma la nostra interpretazione.

L’arte dell’intelligenza artificiale ci mette in crisi
Oggi questa dinamica è più evidente che mai con l’arte generata dall’intelligenza artificiale. Se vediamo un bellissimo quadro e poi scopriamo che è stato creato da un algoritmo, la nostra percezione cambia. Perché? Perché il nostro cervello ha una teoria mentale secondo cui l’arte è espressione di un’intenzione umana. Se manca l’intenzione, può ancora essere arte? (leggi l’articolo L’IA può produrre arte? La risposta definitiva).
Alcuni risponderebbero di sì, perché l’estetica conta più dell’autore. Altri direbbero di no, perché l’arte è comunicazione, e se non c’è un autore umano dietro, manca qualcosa. Ma alla fine, il punto è sempre lo stesso: non è l’opera a cambiare, siamo noi a cambiare il modo in cui la vediamo, in base ai modelli mentali che abbiamo dentro.
L’arte è un esperimento sulla nostra mente
Ecco perché l’arte contemporanea divide tanto: ci costringe a ripensare i nostri schemi mentali. Se siamo abituati all’idea che l’arte debba rappresentare qualcosa di riconoscibile, un’opera concettuale o astratta può risultare incomprensibile. Ma se accettiamo che l’arte possa essere un’esperienza concettuale, emotiva o sociale, il nostro modo di vederla cambia completamente.
In un certo senso, tutta l’arte è un esperimento sulla nostra percezione. Non ci mostra solo il mondo, ma ci rivela come lo vediamo. E la prossima volta che ti troverai davanti a un’opera d’arte strana o provocatoria, invece di chiederti “Cosa significa?”, prova a chiederti: “Cosa mi sta dicendo il mio cervello?”.
Bibliografia
• Dennett, D. C. (1987). The Intentional Stance. The MIT Press.
• Gopnik, A., & Meltzoff, A. N. (1997). Words, Thoughts, and Theories. The MIT Press.
• Goldman, A. I. (2006). Simulating Minds: The Philosophy, Psychology, and Neuroscience of Mindreading. Oxford University Press.
• Noë, A. (2004). Action in Perception. The MIT Press.
Opere
• Duchamp, M. (1917). Fountain. Ready-made.
• Rothko, M. (1950s). Color Field Paintings. Abstract Expressionism.
• Cattelan, M. (2019). Comedian. Banana and duct tape, Art Basel Miami.
Faccio fatica a cui comprendere tutto il concetto filosofico, ma qualcosa di nuovo fa’ luce nel mio spazio di ragionamento.
Grazie farò di tutto per dargli un ragionamento in memoria.