Non solo manovre commerciali, le collaborazioni tra art e fashion industry sono diventate la piรน chiara espressione della nostra cultura.

Lโinterdipendenza tra il mondo dell’arte e quello della moda non รจ un tema nuovo.
Ogni anno il numero delle collaborazioni tra artisti e fashion brand cresce ,ma non solo, col tempo il terreno fertile per questo genere di partnership continua ad ampliarsi.
Le grandi โmaisonโ madrine del collezionismo e precorritrici del mix art e fashion hanno fatto un poโ di spazio ai brand per comuni mortali, un esempio di output le borse di Jeff Koons o la collezione di Alex Katz per H&M.
Secondo Marisa Kayemm, insegnante del corso Art and Fashion Convergence presso il Christieโs Educational Center di New York, questo รจ potuto succedere grazie ad una trasformazione avvenuta non solo nellโarte e nella moda ma anche nel nostro modo di rapportarci a questi mercati.
Nel 1951 la scelta della fotografa Cecile Beaton di utilizzare alcuni dipinti di Pollock come sfondo per uno shooting di Vogue, destรฒ molto clamore. Per i media lo scandalo era stato il ridurre lโarte di Pollock ad un semplice elemento decorativo, il decontestualizzare lโopera trasformandola in un prodotto commerciale.
Queste critiche affondano le radici nella convinzione appunto che la moda sia qualcosa di commerciale, mentre lโarte no.
Al giorno dโoggi lโidea di arte come prodotto economico non scandalizza piรน nessuno, anzi, le collaborazioni con i brand vengono interpretate come fattori positivi nella carriera di un artista, una sorta di sperimentazione di nuovi metodi espressivi, e spesso vengono percepite come un marchio di garanzia della qualitร del lavoro artistico. Al giorno dโoggi i brand svolgono il ruolo di โvalidatorโ tanto quanto curatori o galleristi, e come loro svolgono unโimportante funzione divulgativa portando lโarte alla grande massa.
Riescono in questโ intento perchรฉ il linguaggio della moda รจ comprensibile ad un pubblico immensamente maggiore rispetto a quello dellโarte: so riconoscere una borsa di Luis Vuitton, ma non unโopera di Takashi Murakami, se metti insieme le due cose invece, avrรฒ conoscenza di una e dellโaltra.
Se il mondo della moda riesce ad influenzare con le sue iniziative la fruizione e la percezione dellโarte, al contrario lโarte รจ riuscita ad insinuarsi plasmando lโesperienza del retail: fare shopping al giorno dโoggi non significa piรน comprare una t-shirt o un paio di pantaloni, significa acquisire uno status, che รจ quello riportato dalle immagini del brand. Il tipo di immagini e la loro disposizione sui siti di e-commerce, paiono sempre piรน quelli di una galleria dโarte. Quei siti non vendono abiti, ma il contenuto di una determinata immagine.
Allo stesso modo i grandi fashion show o le fiere dโarte sono diventati terreni ibridi di comunicazione. Il Met Gala di New York, organizzato da Anna Wintour nelle sale del New york Metropolitan Museum, ne รจ un esempio lampante. Sempre Marisa Kayyem li ha definiti โa kind of commercial cultural mixโ, una specie di ricetta commerciale, che ha come minimo comun denominatore โthe newestโ, il piรน nuovo, lโultimissimo.
Gli eventi del mondo dellโarte, come quelli del fashion, sono diventati i luoghi di massima espressione del nuovo e dellโattuale. Interpretano o dettano (a discrezione) i gusti di miliardi di persone. Di conseguenza i prodotti risultato della fusione di questi due mondi non possono che essere pura espressione di una cultura.
In questo senso e in questi termini a partire da lunedรฌ inizierร il nostro appuntamento settimanale con il mondo dellโart & fashion. Ogni settimana cercheremo di segnalarvi uno tra i migliori esempi di collaborazioni tra brand ed artisti, cercando di riflettere su quello che dicono su su di noi, sul nostro tempo, e ovviamente, sul mercato.

Nel frattempo, potete ascoltare lโintervista integrale rilasciata da Marisa Kayyem al podcast radiofonico Artelligence riguardo la convergenza tra Arte e Moda. Buon ascolto.
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