Che lo vogliamo o meno, l’intelligenza artificiale è già dentro le nostre vite, anche dove non ce ne accorgiamo. È negli strumenti che usiamo per orientarci, nei suggerimenti automatici delle piattaforme, nei contenuti che leggiamo. E sempre più spesso, nelle notizie che consumiamo. Ed è per questo che al Media Majlis Museum di Doha, in Qatar, l’intelligenza artificiale non viene trattata come una semplice suggestione futuristica: è il punto di partenza per capire come cambia oggi il modo in cui creiamo, informiamo, rappresentiamo. La mostra AI or Nay? Artificial vs. Intelligent, aperta fino al 15 maggio 2025, mette in scena – in modo diretto, immersivo, senza retorica – il rapporto tra IA, creatività e giornalismo attraverso oltre venti opere, tra installazioni, video, esperienze interattive e lavori digitali.

La rassegna, curata da Jack Thomas Taylor, mette insieme artisti di diversi contesti – dal Qatari Hind Al Saad al collettivo Raqs Media Collective, da Patrick Tresset a Kate Crawford – e li fa dialogare attraverso una serie di opere che toccano il tema da angolazioni diverse. C’è Time to Read, in cui un braccio robotico disegna ritratti dal vivo; Dream Machine, che trasforma disegni in immagini generate da IA; oppure Adnose, un naso stampato in 3D che “racconta” storie attraverso l’olfatto. Accanto a queste, lavori più concettuali come Artificial Target di Amr Alngmah, che mette a nudo la tensione tra software, hardware e controllo umano, o Patterned Desserts di Farjana Salahuddin, che riflette sul concetto di autorialità in ambienti digitali.

Ma il punto centrale è il giornalismo. Alfredo Cramerotti, direttore del museo, lo dice in modo molto chiaro: l’intelligenza artificiale sta già cambiando la produzione e la distribuzione delle notizie. Da una parte, apre possibilità enormi – per esempio, l’accesso a database prima ingestibili, il fact-checking su larga scala, la capacità di individuare schemi e tendenze in tempi rapidi. Dall’altra, genera problemi seri: disinformazione automatizzata, contenuti manipolabili, perdita del controllo sulla filiera della notizia. Per Cramerotti, è fondamentale che giornalisti, editori e curatori sviluppino strumenti critici all’altezza della velocità tecnologica. L’IA può diventare un alleato, ma non può essere lasciata libera di agire senza un pensiero umano dietro.

Il percorso della mostra è diviso in quattro sezioni – hindsight, insight, oversight e foresight – che non seguono un ordine rigido, ma costruiscono un sistema aperto: si può iniziare da qualunque punto, saltare tra opere, tornare indietro. Il visitatore viene spinto a costruire un proprio percorso, a mettere in discussione certezze, a leggere le opere come strumenti di indagine. Nessuna nostalgia per un passato “analogico”, nessun entusiasmo cieco per il digitale. La mostra è realista: la tecnologia esiste, va capita, usata, interrogata. Tuttavia Cramerotti esclude che esista un “gusto algoritmico” che possa appiattire l’espressione artistica: gli strumenti cambiano, ma la creatività umana continua a trovare modi per adattarsi. E anzi, l’IA può aprire a nuovi spazi espressivi, ibridi, non ancora pienamente esplorati.
In conclusione, che direzione sta prendendo il rapporto tra AI e giornalismo? L’intelligenza artificiale non sostituisce l’informazione, ma la trasforma. È uno strumento potente, capace di analizzare enormi quantità di dati, verificare fonti, individuare connessioni invisibili. Ma resta uno strumento, non un cervello. Il rischio maggiore è delegare all’IA compiti che richiedono giudizio, contesto, responsabilità. Il giornalismo può trarre grandi vantaggi dal machine learning, ma solo se guidato da pensiero critico e competenze umane. La tecnologia accelera, ma non decide cosa è vero, cosa è rilevante, cosa conta davvero. È su questo che si gioca il futuro dell’informazione: sull’equilibrio tra efficienza algoritmica e intelligenza editoriale.