Oggi, in molte realtà, è ancora difficile far convivere arte antica e nuove tecnologie. Spesso si teme che l’una possa sostituire l’altra, ma in realtà esiste la possibilità di un incontro armonico tra questi due mondi. Un esempio concreto arriva dal campo del restauro dei beni culturali, dove le tecniche digitali, come la stampa 3D, non cancellano i saperi tradizionali, ma li affiancano, li valorizzano, li completano.
Il caso pratico che presento dimostra proprio questo: gli antichi mestieri possono coesistere con le tecnologie contemporanee, arricchendosi a vicenda. Non si tratta di sostituzione, ma di integrazione. E, perché no, anche di evoluzione.
Ciò a cui i restauratori devono attenersi per la scelta, sia che sia basata su tecnologie 3D o /e su ricostruzioni manuali, sono i principi cardine del restauro, quali: autenticità, riconoscibilità, reversibilità, compatibilità e minimo intervento.

Ilaria Rossi, restauratrice di dipinti e materiali lignei, ha deciso di accettare questa sfida con l’aiuto dell’Accademia di belle arti di Bologna, intervenendo sulla ricostruzione di parti mancanti di una cornice lignea dorata datata fine XVI secolo e appartenente alla Pinacoteca nazionale di Bologna. Una cornice complessa composta da un intaglio in legno di pioppo elaborato di 30 foglie d’acanto che ruotano su se stesse al cui interno vi è un tralcio tortile con i bordi interni ed esterni a sgolo.
Le parti mancanti erano quattro foglie d’acanto e altri dettagli di minore entità che creavano un’interruzione di lettura dell’opera. Pertanto, la ricostruzione era diventata una scelta obbligata per poter mantenere la coerenza estetica e storica.
Ma come ricostruire? Nell’intervento eseguito, Ilaria è riuscita a far coesistere due metodi di ricostruzione differenti: tradizionale e digitale, che hanno richiesto una profonda analisi dell’opera, quindi della sua funzione, per trovare il giusto equilibrio tra loro.
Per le quattro foglie d’acanto, la necessità di utilizzare la tecnica digitale è emersa da diverse difficoltà:
- La fragilità degli intagli originali
- Lo spessore ridotto dei punti di ancoraggio
- Il rischio che l’originale non avrebbe potuto sopportare le sollecitazioni meccaniche
- L’impossibilità di utilizzare calchi, che avrebbero potuto danneggiare ulteriormente la struttura.
In seguito a differenti prove con svariati laser scanner, la scelta è ricaduta sul laser scanner desktop 3D della nextengine. Esso ha offerto la possibilità di creare una replica fedele, garantendo una precisione nel calcolo della forma del punto di ancoraggio, evitando di dover intervenire sull’ancoraggio stesso e rischiare di danneggiare l’originale.
Di questa fase vorrei porre l’attenzione su alcuni dati tecnici, che fanno riflettere sulla precisione e la pazienza nel voler e dover soprattutto riprodurre fedelmente le parti mancanti. Per le riprese delle foglie mancanti e i due angoli si è impiegato un tempo di 2 ore e 12 minuti, per un totale di 71 scansioni, con una memoria di 1,66 GB. Senza poi considerare il tempo per la preparazione di ogni presa e la scelta dell’inclinazione più adatta e il tempo di elaborazione del software.

Anche per la stampa 3D sono state effettuate diverse prove, in quanto andava identificato il materiale più adatto a quello originale. In tal caso la scelta è ricaduta sul sistema 3D Print a polvere di gesso e colla, per le sue proprietà meccaniche. Una volta stampati i dettagli ricostruiti, non sono mancati gli interventi manuali quali levigatura delle superfici, stuccature con gesso di Bologna e cola di coniglio e integrazione pittorica a vernice e doratura a missione.
E poi vi chiederete, ma allora che cosa è stato riprodotto con le tecniche tradizionali?
Le parti di intaglio di medio piccole dimensioni sono state realizzate con il metodo del calco in gomma siliconica con colate di resina epossidica bicomponente. Soluzione resa possible perchè vi erano sufficienti elementi per poterle replicare, senza incorrere all’immaginazione.
Come ci testimonia la restauratrice Ilaria Rossi, la tecnica digitale le ha consentito di creare un modello virtuale pronto per l’uso e facilmente ristampabile se necessario, che può essere studiato, archiviato e inviato senza la necessità di spostare l’originale, creando un database online sicuro e accessibile.

Questo aspetto non va sottovalutato, soprattutto nei numerosi casi in cui i manufatti non possono essere spostati per motivi di fragilità o ancor più quando l’oggetto viene danneggiato o distrutto. Ovviamente la tecnologia non deve divenire un modo per riprodurre in maniera seriale l’opera, altrimenti perderebbe il suo valore intrinseco di unicità, facendolo divenire un clone snaturato.
Antico e nuovo sono due validi alleati che possono apportare arrichimento all’opera e donare visioni alternative all’operatore e perchè no, anche ad un futuro fruitore del bene culturale.