Ecce Homo: la materia concettuale nell’arte di Claudio Costa

Antropologo dell’arte: così alcuni definiscono Claudio Costa, non senza quel fremito riverente che deriva dalla mistica seduzione di cui si impregnano le materie antropologiche, frequentate anche da chi scrive. Lo studio dei gruppi umani in tutte le loro forme e manifestazioni, infatti, sembra investire il professionista della disciplina di una dignità quasi sacerdotale, motivata da una prerogativa non puramente riscontrabile altrove, nemmeno nei preti: occuparsi dell’entità della vita stessa, il peccato originale. 

Costa, a ben vedere, fa propria la sostanza dell’uomo negli auspici dell’artista e dell’intellettuale composito, invece provocando l’antropologia stricto sensu attraverso indagini materiche volte a sviscerare mondi passati e trapassati, rurali e arcaici, contadini e tribali, per ribadire la potenza del fabbrile in un tempo automatico, meccanicamente ferino e irrazionale. Di tali vicende creative ritroviamo gli esiti nella sapiente sintesi di Ecce Homo, affascinante retrospettiva allestita presso la Galleria della Fondazione Culturale San Fedele ed il Museo San Fedele, nell’omonima chiesa di Milano, incaricata di condensare in 20 opere il prodotto dei linguaggi artistici frequentati dall’autore dal 1968 al 1994, ma spiritualmente da una vita intera.

Mappamondo Anni Novanta
Interventi pittorici su legno ferro e legno grezzi
circonferenza cm 189 pala cm 187

Curata da Andrea Dall’Asta e Stefano Castelli, la mostra non avrebbe potuto chiedere migliore contesto, dal pudore gesuita pensato per coniugare intimamente arte e fede; d’altra parte, l’arte stessa è fede in un qualcosa di inscalfibile, e il dialogo fra Claudio Costa e la pluralità della materia rispetta i requisiti del monito ad imperitura memoria, tutt’al più divisivo. Nato a Tirana da genitori italiani e poi nuovamente trasferitosi nello Stivale, l’artista si rivela presto una figura complessa, precocemente dedita alla curiosità del fare umano in tutte le sue traduzioni, a partire da quelle architettonico-costruttive incontrate nella facoltà di architettura del Politecnico di Milano, premessa ad un profondo interesse verso le scienze sociali e particolarmente quelle antropologiche, nel nome delle quali orienterà i suoi sforzi creativi. 

Saltafossi 1989
Treppiedi di legno con peso a piombo mascella di bovino
pinza di ferro e tavola di legno trafitta da tondini di legno
cm 180 x 115 x 60

L’oggetto «deve rimanere col suo statuto antropologico, per quello che è, dove è nato», ebbe a dire, e nel retroterra di una attenzione etnografica già perfezionata nella sesta edizione di Documenta a Kassel (1977) ritroviamo dunque studi filosofici e poetici, come anche letterari e ben più di semplici sguardi verso la biologia e la chimica. L’incontro con l’amico Marcel Duchamp, avvenuto nell’infuocata Parigi del Maggio francese (1968), ottiene in certo modo di suggellare il flirt con l’arte contemporanea, di cui Claudio Costa contribuirà significativamente a radicare lo statuto nella società capitalistica moderna; fra i principi cardinali dei suoi linguaggi, infatti, compare il senso del riscatto delle culture subalterne e degli invisibili, a cui non manca di dare voce nel costante impegno sociale. 

Il sublime dell’essere nel potere del generare è ciò che l’artista ligure restituisce con la sua arte concettuale trasferendo, in chi la osserva, la consapevolezza della distanza tra noi e gli altri, situata su un piano diacronico nel quale la sua arte si fa, per dirla con le sue parole, work in regress, attenzione cosciente all’importanza ed al vigore di ciò ch’è stato. 

Non so, è tutto molto difficile. È un’esperienza nuova, complessa, di cui, per poter parlare approfonditamente, bisognerà lasciar passare ancora molto tempo (1990).

Senza titolo Cuneo 1969
Poliuretano espanso corda di
canapa cuneo di ardesia
cm 60 x 64 x 30

Nella caratura umana di Costa, com’è evidente, c’è sempre stato spazio per una onestà di ascendenza scientifica, che sull’attesa e sull’investimento della fatica finalizzata alla sperimentazione di accostamenti e raccordi plastici sempre nuovi – ma soprattutto alla realizzazione di un prodotto accessibile e mai criptico – saprà fondare il suo codice espressivo; è un innovatore, ad esempio, nella spregiudicatezza dell’uso di materiali non specifici in arte come grafite, amido, colla di pesce, acidi, solfato di rame e argilla (fra gli altri), oltre ai più comuni metalli, particolarmente attinti dal mondo contadino, in quegli «oggetti della fatica dell’uomo» che sempre gli saranno cari. Classico e inedito dialogano in Ecce Homo, che nell’eloquenza del suo nome non tradisce la causa: il racconto consapevole, originale e impegnato delle infinite possibilità di scrittura culturale che possiamo in quanto presenti nel mondo.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Nick Brandt: l’eco dell’umanità sommersa vince il premio BNL BNP Paribas. E ci racconta che…

In un periodo in cui l’immagine è spesso istantanea e superficiale le fotografie di Nick Brandt si prendono tutto il tempo di cui hanno bisogno per diventare denuncia, silenzio, elegia e rimanere impresse nei ricordi di chi le ha osservate. 

Mudec Invasion: il museo come strada, il murale come linguaggio. Alice Cosmai ci racconta la mostra

Abbiamo intervistato Alice Cosmai - esperta di arte urbana e responsabile Ufficio Arte nello Spazio Pubblico del Comune di Milano - per approfondire il senso della mostra e l’approccio dell’amministrazione milanese all’arte urbana.

Antonello Grimaldi e la nuova Ambrosiana: come una storica istituzione milanese parla al presente e progetta il futuro

Con un traguardo storico di 300.000 visitatori nel 2024 — +20% rispetto all’anno precedente — la Pinacoteca Ambrosiana si conferma non solo come il museo più antico di Milano, ma anche come una delle istituzioni culturali più dinamiche e proiettate verso il futuro della città

Artuu Newsletter

Scelti per te

BiM inaugura i nuovi spazi in Bicocca con due mostre ispirate a Rauschenberg

Proprio nei giorni di Miart e dell’Art Week milanese, con due mostre che ne evidenziano tutte le potenzialità in itinere: Open Score, a cura di Nicola Ricciardi, e Le luci e gli Amanti, curata da Davide Giannella e allestita dal collettivo SPECIFIC

Seguici su Instagram ogni giorno