In un periodo in cui l’immagine è spesso istantanea e superficiale le fotografie di Nick Brandt si prendono tutto il tempo di cui hanno bisogno per diventare denuncia, silenzio, elegia e rimanere impresse nei ricordi di chi le ha osservate.
Nato a Londra nel 1966, Brandt ha studiato pittura e cinema al Saint Martin’s School of Art. La sua vocazione creativa lo ha portato poi a spostarsi in California, dove ha sviluppato un linguaggio fotografico che si distingue per una potente visione etica ed estetica: la documentazione della distruzione ambientale e della crisi climatica non come evento occasionale, ma come tragedia quotidiana e diffusa. Dal 2001 il suo lavoro è interamente dedicato a questo scopo e i soggetti ritratti, siano esseri umani o animali, emergono dai paesaggi che li circondano con una dignità statuaria.
All’edizione 2025 della MIA Photo Fair BNP Paribas, conclusasi di recente, Brandt ha conquistato il prestigioso Premio BNL BNP Paribas grazie a “Serafina by Table”, presentata dalla galleria Willas Contemporary di Stoccolma. L’immagine, parte del ciclo “SINK/RISE”, ritrae una ragazza seduta a un tavolo sommerso. Un gesto quotidiano trasportato in uno scenario irreale, ma che prelude ad un futuro distopico in cui alcune parti del nostro pianeta potrebbero venire sommerse dall’innalzamento del livello dei mari e degli oceani. La giuria, composta da Francesca Malgara (Direttrice artistica MIA Photo Fair BNP Paribas), Mario Calabresi (Editor in chief Chora Media); Sam Stourdzé (Direttore dell’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici), Nicola Zanella (giornalista e manager culturale) e Luca Ranieri (Head ESG Strategy, Communication and Public Affairs BNL BNP Paribas) ha riconosciuto all’opera una forza narrativa straordinaria ovvero quella di raccontare il cambiamento climatico con poetica inquietudine, mostrando la pericolosa normalizzazione della catastrofe ambientale.
“Serafina by Table” è ora parte della collezione d’arte BNL BNP Paribas, una delle più significative raccolte corporate in Italia. Nata nel 1929 con l’Istituto Nazionale di Credito per la Cooperazione, raccoglie oggi oltre 6.000 opere che attraversano i secoli: da sculture romane a dipinti del Rinascimento e dell’età moderna fino alla fotografia contemporanea. L’acquisizione del lavoro di Brandt si inserisce in questa lunga tradizione, riaffermando il ruolo dell’arte come specchio del presente e strumento di consapevolezza collettiva.
Abbiamo posto a Nick Brandt una serie di domande per scoprire più nel dettaglio “The Day May Break”, il progetto da cui proviene l’opera vincitrice.
“The Day May Break” si focalizza su diversi continenti e problematiche. Qual è stata la scintilla iniziale che ti ha portato a concepire una serie globale che è ancora in divenire?
Semplicemente la mia disperazione per la distruzione sempre più veloce dell’ambiente naturale unita al collasso climatico che sta danneggiando innumerevoli vite, umane e animali. Ho sentito perciò il bisogno di esprimere tutto questo attraverso la fotografia.
Nel primo capitolo del progetto esseri umani e animali in cattività, incapaci di vivere liberi, condividono lo stesso spazio vitale. Che ruolo hanno questi animali nella narrazione e perché per te era importante includerli accanto a dei soggetti umani?
Un senso condiviso di perdita per tutte le creature del pianeta siano esse umane o animali. Molto spesso nelle mie fotografie gli animali compaiono dietro le persone, avvolti nella nebbia, come se il mondo naturale stesse svanendo alla nostra vista. Per me non c’è mai stata una differenza tra esseri viventi: siamo tutte creature senzienti che hanno lo stesso diritto alla vita.
Nel terzo capitolo del progetto intitolato “SINK/RISE” hai fotografato alcuni abitanti delle isole del Pacifico sommersi nell’acqua, vestiti con abiti quotidiani. Quali sono state le sfide concettuali e tecniche nel creare questi ritratti?
Più che concettuale la sfida è stata decisamente tecnica. Nonostante mesi di preparazione per capire come zavorrare persone e oggetti non eravamo pronti a correnti di marea così forti. In aggiunta c’è stata anche la questione della visibilità molto scarsa nell’oceano, a causa del fango trasportato dalle piogge nell’acqua.

Le fotografie di “SINK/RISE” esprimono una bellezza silenziosa, ma anche un profondo senso di allarme. Che tipo di risposta emotiva o intellettuale speri di suscitare nello spettatore?
Tutti i capitoli del progetto “The Day May Break” sono fotografati in parti del mondo dove le persone sono tra le più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico, ma anche tra le meno responsabili dello stesso. Spero che il mio lavoro possa far riflettere gli spettatori, in particolare quelli che vivono nei paesi industrializzati e in situazioni molto più comode, sull’impatto che i comportamenti attuati nelle loro nazioni hanno su queste popolazioni inermi.
Nel quarto capitolo del progetto, “The Echo of Our Voices”, ti concentri su famiglie siriane rifugiate in Giordania. Come hai approcciato queste comunità e cosa volevi trasmettere attraverso i loro ritratti?
C’era qualcosa nelle famiglie siriane rifugiate in Giordania che mi attirava particolarmente. Dopo essere fuggite dalla guerra tra il 2013 e il 2015, oggi vivono vite di costante spostamento causato anche dal cambiamento climatico. Sono costrette a trasferirsi più volte l’anno con le loro tende per dirigersi dove ci sia lavoro agricolo e dove la pioggia sia stata sufficiente per far crescere i raccolti. Volevo comunicare la loro forza di fronte all’avversità. Le pile di scatole su cui sono disposte queste famiglie puntano verso il cielo e diventano piedistalli per coloro che la nostra società solitamente non vede o non ascolta. Non i potenti della storia, ma esseri umani spesso più degni del loro posto nel mondo.
Tutti i soggetti nelle immagini che scatti appaiono calmi e composti anche in ambientazioni estreme. Perché questa scelta e come la rapporti al fotogiornalismo più convenzionale che affronta tematiche simili?
Perché non è fotogiornalismo: è ritratto. Volevo che le persone si mostrassero come più si sentivano a loro agio. Solo nell’ultimo capitolo, “The Echo of Our Voices”, ho fatto un passo in più coreografando le pose con le famiglie per esprimere qualcosa di più preciso.

Hai in mente altri capitoli del progetto? Ci sono aree geografiche, comunità o tematiche ambientali e climatiche che vorresti esplorare in futuro?
Mi piacerebbe realizzarne altri, ma sono progetti estremamente costosi. Sono stato fortunato che il museo “Gallerie d’Italia” di Torino abbia in parte finanziato “The Echo of Our Voices – Chapter Four”, ma non è stato comunque sufficiente per coprire tutti i costi. Se mai ci sarà un altro capitolo dovrò pensare a un concetto molto più semplice.
In realtà il prossimo progetto è più personale: fuggire dalla follia autoritaria a cui si stanno avvicinando gli Stati Uniti, dove ho vissuto per gran parte della mia vita, e tornare nella relativa “sanità mentale” dell’Europa.
Parliamo di “Serafina by Table”, la fotografia premiata alla MIA Photo Fair BNP Paribas 2025. Cosa ti ha portato a creare proprio questa immagine e in che modo riflette la visione più profonda del capitolo “SINK/RISE”?
Serafina aveva solo 15 anni quando è stata scattata la fotografia, ma il suo sguardo assomiglia, almeno per me, a quello di qualcuno che ha vissuto molto di più. Come ha scritto magnificamente Zoe Lescaze nella prefazione: “Siediti con queste fotografie e le espressioni dei soggetti cambieranno come l’acqua. La stoicità diventa rassegnazione. La frustrazione diventa determinazione. Nei loro volti pensosi possiamo leggere tenerezza, dolore e perseveranza.”
L’altro elemento chiave di questa immagine è poi la sedia vuota. Serafina è sola al tavolo. Chi doveva sedere sull’altra sedia? Quali impatti del cambiamento climatico hanno causato la sua assenza? Lascio allo spettatore la libertà di risolvere questo mistero come preferisce. Per concludere la riflessione, vorrei citare le righe finali del mio saggio su questo lavoro: “Qualcuno ha definito le fotografie di “SINK/RISE” come post-apocalittiche. Non sono d’accordo. Sono pre-apocalittiche. Non siamo ancora arrivati a quel punto.
SINK
Ci rassegniamo al nostro destino?
RISE
Oppure ci impegniamo con tutte le nostre forze per minimizzare il danno?
È una scelta dell’umanità. È la nostra scelta.
Una scelta che Brandt non impone, ma suggerisce con la forza delle immagini. E sarà proprio il nostro Paese ad accoglierlo nuovamente nel 2026 con una grande mostra ospitata presso le Gallerie d’Italia a Torino, dall’11 marzo al 6 settembre. Verranno esposti tutti i capitoli del progetto “The Day May Break”, con particolare enfasi su “The Echo of Our Voices”. Indubbiamente sarà un’esposizione destinata a lasciare il segno, come ogni scatto dell’artista. Perché le sue fotografie non si limitano a mostrarci un mondo che cambia: ci chiedono, con urgente delicatezza, cosa intendiamo fare per salvarlo.