Tu non mi perderai mai di Raffaella Giordano, la grammatica del corpo tra emozione e desiderio

by Cristina Tirinzoni

“La danza per me è questa lingua suprema per esprimere, veicolare attraverso il linguaggio del corpo quello che non si può dire con le parole. Sono stata una ragazzina molto irrequieta prima di trovare la danza: la lingua in cui sono stata capace di stare”, racconta Raffaella Giordano, una delle più importanti protagoniste della danza italiana contemporanea, da oltre trent’anni, al centro della scena europea, cofondatrice insieme a Giorgio Rossi del collettivo Sosta Palmizi (le sue maestre, Carolyn Carlson e Pina Bausch).

Raffaella Giordano non vi “spiegherà” mai una sua coreografia. Pensate quello che volete, risponde. “Naturalmente è sempre molto difficile parlare della genesi di uno spettacolo, perché mi accorgo che non è mai dato da una cosa sola. Nella scrittura del gesto c’è qualcosa di misterioso. Il movimento prende forma da qualcosa di intimo e infinitamente piccolo, come un respiro, un soffio, una risonanza. Poi, certo sono anche una donna che sta raccontando evidentemente anche delle parti di sé. C’è un’infinità di piani di lettura, di stratificazioni. Ma nel processo è fondamentale il rapporto con lo spazio, il tempo e la forma“.

Un mondo di corpi e di emozioni

Dopo vent’anni, Raffaella Giordano propone la ricostruzione di Tu non mi perderai mai, uno tra i suoi assoli più misteriosi e inafferrabili, ispirato al Cantico dei cantici, libretto strano nel canone biblico, in qualche modo “scandaloso” che apre un mondo di corpi, di emozioni, di sentimenti, di amore, di desiderio, di attesa e di ritrovamento. Lo aveva danzato e coreografato nel 2005, questo monologo del corpo, pieno di suggestioni poetiche. e adesso, attraverso un lungo e minuzioso lavoro di trasmissione, lo affida alla giovane coreografa e danzatrice Stefania Tansini, piacentina, classe 1991, premio UBU miglior attrice/performer under 35 nel 2022, studi di ginnastica artistica e di danza classica, diploma come danzatrice presso la Scuola D’Arte Drammatica Paolo Grassi, sotto la direzione didattica di Marinella Guatterini.


Questa trasmissione da corpo a corpo “vissuta nel cuore dell’amore per la danza come espressione intimamente legata all’umano“, è andata in scena in prima nazionale nell’ambito di Fog Performing Arts Festival/ Triennale Milano, alla sua ottava edizione, al Teatro Out Off di Via Mac Mahon, anche quest’anno partner del festival. Una produzione Sosta Palmizi, in coproduzione con Triennale Milano, Fuorimargine Centro di produzione di danza e arti performative della Sardegna, con il sostegno di Fondazione del Teatro Grande di Brescia, Centro di Rilevante Interesse per la Danza Virgilio Sieni. Dopo l’anteprima milanese, lo spettacolo sarà a Firenze il 5,6 aprile, a Cango Cantieri Goldonetta, ospite di La democrazia del corpo e il 3, 4 maggio a Cagliari a FuoriMargine per ritornare in Lombardia, al Teatro Grande di Brescia, il 22 ottobre.


“I laboratori fanno parte di tutto il mio percorso: lì aprivo e apro una condivisione, porto la mia esperienza e le mie urgenze interiori, i miei afflati, i miei valori. Con questo assolo era in gioco il difficile passaggio di testimone da un corpo all’altro, in un viaggio coreografico con esiti inattesi che diviene dono reciproco che lascia apparire insieme ai vapori del cantico il vissuto di un nuovo racconto”, dichiara Giordano e spiega: “La performance è sempre un processo di trasformazione e rinnovamento. Non è una verità o una risposta assoluta, è un’esperienza fisica, che necessita di un lavoro costante con se stessi, una dose notevole di energia, apertura, ascolto, follia e attenzione su molti aspetti, ed è anche la bellezza dell’essere un corpo vivo, di portare in scena un corpo vivo. Io e Stefania siamo artiste diverse, non poteva essere una cover del mio spettacolo, il mio lavoro è stato aiutare Stefania ad ascoltare quello che è già inscritto nel suo corpo, nel suo respiro, per trovare dentro di sé, la risonanza delle scrittura. È una partitura precisissima. Sono partita da pochi gesti elementari che hanno poi figliato altri movimenti. Il titolo Tu non mi perderai mai suggerisce proprio questo: una promessa, una tensione continua tra assenza e presenza, perdita e ritrovamento, la persistenza del desiderio e dell’amore, che, pur attraversando il tempo e le trasformazioni, non si perde mai”.

Il passaggio è sottolinato anche dal dettaglio del costume di scena: Stefania Tansini indossa la gonna, la blusa colorata , la borsetta bianca a tracolla che portava Giordano nella sua performance del 2005, e aveva conservato, nella sua scatola magica dei ricordi, “le décolleté non è stato possibile, abbiamo misure differenti di piedi”.

Una scena minimalista

La scena è essenziale, appena segnata da un quadrato di terra, la facciata di un antico palazzo con le colonne, e dalle sapienti architetture luminose frutto del lavoro dei light designer Gianni Staropoli e Maryse Gaultie che scolpisce la figura della danzatrice, creando un effetto di intimità e mistero. Proprio questa nudità, questo spazio sostanzialmente vuoto, amplifica la presenza del corpo, lascia emergere l’essenza del gesto e il suo potere evocativo. Fin dal momento iniziale in cui la figura di Tansini attraversa lo spazio occupato dal pubblico, per poi inoltrarsi sulla scena, si avverte nel corpo della danzatrice una radice che affonda da qualche parte, in un sentimento di misteriosa consonanza con mondi interiori.


Il corpo inizia a scrivere nello spazio. Una danza d’amore mutata in azione essenziale, asciutta e rapinosa, ritmata dal suono della pioggia, ipnotico ripetitivo, che non conosce tregue, e dai i venti , i respiri, i timbri elettroacustici (creati da Lorenzo Brusci. )Con la mano traccia una linea, carezza il vuoto. Micromoviimenti che ritornano, cambiati, in nuove prospettive e combinazioni generati anche dal contatto con il pavimento. Nel gesto della braccia proteso, sfioranti il suolo come fosse la pelle dell’amato. Impossibile staccare gli occhi dalle sue azioni minimaliste, lente e sobrie. Il movimento del corpo immobile nell’attesa. Stefania posa la borsetta per terra. Lancia lontano una scarpa. Tensione delle braccia in alto, di lato, a cerchio. Il corpo si piega. Si rimpiccolisce sulle ginocchia. Si inclina, si apre ad un gioco di anche e sbilanciamenti sempre più ampi, fino a scivolare sul pavimento. Si rotola, striscia, accarezza una riga di terra. Si abbraccia. Risale lenta, da terra. Indietreggia arcuando le ginocchia come per sollevarsi sulle punte. Guarda, il collo proteso in alto. Stefania esprime una bellezza commovente nel movimento che fonde eleganza, grazia, minimalismo,assenza, languore. L’ abbandono del corpo nel desiderio dell’amato. Gradualmente, con il cessare della pioggia, calano di intensità, spegnendosi, anche le luci.

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