La Sarfatti ritrovata. In un libro e a teatro, al Franco Parenti di Milano

Personaggio scomodo, Margherita Sarfatti. Prima di tutto, va detto, perché donna e poi – e va detto pure questo – perché ha avuto la cattiva idea di innamorarsi di Benito Mussolini e di essere una delle figure più attive al suo fianco, il che non è proprio un merito.

Ritratto di Margherita Sarfatti.

Questa sera al Teatro Franco Parenti di Milano (e poi fino al 14 luglio) si alza il sipario su una pièce che la vuole raccontare da un punto di vista inedito: Sarfatti, con l’attrice milanese Claudia Coli che raccoglierà in sé le mille facce di questa donna avanti sui tempi, la prima critica d’arte nel senso contemporaneo del termine. Intelligente, acuta, colta, ancorché con un gusto discutibile in fatto di uomini. 

Ritratto di Claudia Coli.

Lo spunto è un libro interessante, ben documentato e dalla lettura agile: Margherita Sarfatti. Più, firmato da Massimo Mattioli e uscito qualche anno fa con Manfredi Edizioni. Una narrazione equilibrata tra l’analisi della figura della scrittrice e la storia che le fa da sfondo, soprattutto quella dell’arte, dominata da Novecento (il movimento da lei ideato, ndr) e dalla sua fortuna e sfortuna critica. Già, perché chi fa parte della generazione cresciuta negli anni Ottanta si è trovato a studiare una storia dell’arte in cui la parentesi dell’arte di regime era condita via in poche battute, e solo più avanti avrà colto la timida riscoperta del valore di un movimento che non si può semplicemente congedare come propaganda.

Copertina del libro Margherita Sarfatti, Più.

Mattioli, proprio a chiusura del libro, si toglie anche un considerevole sassolino dalla scarpa quando sottolinea che Giulio Carlo Argan (sì, proprio lui: quello del librone verde su cui hanno passato le ore eserciti di studenti) nella prima edizione della sua Storia dell’Arte Italiana, nel 1977, Sarfatti nemmeno l’aveva nominata, per poi fare una correzione in extremis nei primi anni Novanta e aggiungere una noticina sul suo ruolo. Ma il sassolino non è proprio questo: Mattioli rivela che nel 1936 Argan era iscritto al Partito Fascista, che Cesare Pavese lo definiva “camerata” e che nella giuria del famigerato Premio Cremona voluto da Farinacci c’era pure lui. Ma si sa, a volte non è facilissimo destreggiarsi, e la stessa Sarfatti ha fatto una gran fatica a trovare il suo spazio in uno dei momenti più bui dell’Italia. Lei: donna e pure ebrea.

Scena dello spettacolo teatrale “Sarfatti”.

E pensare che all’inizio lei è una socialista vera, che fa arrabbiare mamma e papà perché a 18 anni sposa un militante e con lui apre un salotto in cui Filippo Turati e Anna Kuliscioff sono di casa. Una mamma e un papà che nella nativa Venezia l’hanno educata come una principessa, l’hanno resa poliglotta e l’hanno fatta crescere tra un tè con Fogazzaro e una cena con Guglielmo Marconi

Ritratto di Margherita Sarfatti.

Brillante, curiosa, scrittrice dotata e innamorata dell’arte, lei approfitta del viaggio di nozze a Parigi per acquistare alcuni lavori di Toulouse-Lautrec, vince poco più che ventenne un premio per una critica sulla Biennale di Venezia, quando qualche tempo dopo va a Bruxelles la prima cosa che fa è cercare l’atelier di Fernand Khnopff per fargli un’intervista e nel 1910, di nuovo a Parigi, si innamora del cubismo e visita gli studi di Matisse, Utrillo e Vollard. Mancano ancora due anni, dunque, perché Benito entri nel radar e lei dimostra di sapere già il fatto suo (Per capirci, nel periodo in cui Sarfatti vola tra la Biennale e gli studi degli artisti parigini, Mussolini è prima supplente e poi ottiene l’abilitazione all’insegnamento alle medie). 

Adolfo Wildt, Margherita Sarfatti (1929), gesso, Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, Venezia.

Margherita, tra l’altro, è anche femminista e già giovanissima scrive su L’unione femminile per poi diventare amica di Colette e di Valentine de Saint-Point. Insomma: un grande avvenire destinato a lasciare il segno. Senonché il diavolo ci mette la coda e avviene l’incontro fatale: Mussolini è oramai direttore dell’Avanti! (lo storico giornale del Partito Socialista, ndr) e lei comincia a scriverci come collaboratrice.

Che cosa dell’uomo abbia affascinato una donna intelligente e dalla mentalità aperta è difficile decifrarlo, ma quello che l’autore tiene a sottolineare è che per la gran parte del tempo nel quale i due hanno lavorato gomito a gomito, lei non è stata una pedina, ma piuttosto un motore (il che, è evidente, non è un’attenuante) e che la battaglia per dare spazio agli artisti che frequentavano il suo salotto e nel lavoro dei quali si cominciava a intravedere il seme di un movimento è stata sua. Sironi, Funi, Marinetti, Boccioni, Carrà, Wildt, Terragni, Sant’Elia, Piacentini, Marussig, Dudreville trovano in questa donna caparbia e piena di energia la molla e la motivazione. È lei che li porta prima alla Galleria Pesaro e poi alla Biennale di Venezia e dopo in giro per l’Europa e anche oltre, stabilendo i contorni di un’arte italiana con una sua specificità. Ed è lei nel 1925 a organizzare la partecipazione italiana all’Esposizione Internazionale delle Arti Decorative di Parigi (dove figura come vicepresidente, meritandosi la Legion d’Onore) portando poi i suoi artisti a Ginevra e in seguito a Zurigo, Amburgo, Amsterdam fino a Oslo e a Montevideo. E non pensiamo che sia stato un percorso facile, il suo, tenuta per mano dal suo Benito con le porte che le si spalancavano davanti. Tutt’altro: le figure centrali della cultura fascista mal sopportano quella signora di buona famiglia che pretende di dettare legge e Mussolini può metterseli contro fino a un certo punto. Molti dei teorici dell’epoca – da Cipriano Efisio Oppo ad Arturo Francesco della Porta – le fanno apertamente la guerra, criticandola ed emarginandola. 

Scena dello spettacolo teatrale “Sarfatti”.

La rottura con il Duce arriva molto prima delle leggi razziali. La donna che lo aveva introdotto negli ambienti intellettuali milanesi – lì si era trasferita dopo il matrimonio – presentandogli economisti e politici, quella che gli aveva fatto studiare la letteratura e la filosofia, l’inglese e il tedesco, ma soprattutto quella che aveva cercato di rivestire di una comunicazione presentabile la Marcia su Roma, viene messa da parte, allontanata come compagna e anche come intellettuale. Ma se nel 1932 la liaison è finita, nonostante tutto lei, due anni dopo, quando si troverà negli Stati Uniti, cercherà attraverso l’amicizia con Roosevelt un avvicinamento tra l’Italia e l’America che possa sottrarre il suo ex amante alla nefanda influenza tedesca.

Le leggi razziali, nel 1938, sanciscono l’uscita definitiva di Sarfatti dalla scena. Riparerà in Svizzera, a Parigi in Uruguay e poi in Argentina. E quando tornerà a casa sarà lasciata completamente sola: gli ex amici che non sono mai stati amici non la riconoscono più come dei loro, gli altri, comprensibilmente, la vedono come il fumo negli occhi. 

Scena dello spettacolo teatrale “Sarfatti”.

Ci vorrà del tempo perché la sua figura venga inquadrata sotto una luce diversa. Dopo un primo testo di Sergio Marzorati uscito quasi in sordina nel 1990, la prima biografia che ha una certa diffusione è del 1993 ed è firmata da due americani: Philip V. Cannistraro e Brian R. Sullivan.

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